Psicologia
Esperimento di Asch: perché neghiamo l'evidenza per il gruppo
Nel 1951 alcuni attori che indicavano una linea sbagliata bastarono a far conformare il 75% delle persone, contro ciò che vedevano chiaramente con i loro occhi.

Quanto siamo disposti a negare ciò che vediamo con i nostri occhi, pur di non andare contro il gruppo? La risposta, scomoda, arrivò da uno degli esperimenti più celebri della psicologia sociale: il test sul conformismo ideato da Solomon Asch nel 1951. Bastavano alcune persone che dichiaravano con sicurezza una cosa palesemente falsa per indurre individui perfettamente sani di mente a dire la stessa falsità, contro l'evidenza dei sensi.
Tre linee e una bugia evidente
L'esperimento, condotto allo Swarthmore College, era ingannevolmente semplice. Al partecipante veniva mostrata una linea di riferimento e poi tre linee di confronto, di lunghezze chiaramente diverse: bastava indicare quale delle tre fosse uguale alla prima. Un compito così facile che, da soli, i soggetti sbagliavano in meno dell'1% dei casi. Il trucco era che nella stanza, insieme al vero partecipante, sedevano sette complici dell'esperimentatore, istruiti a dare all'unanimità la stessa risposta sbagliata in dodici prove su diciotto. Il vero soggetto rispondeva quasi sempre per ultimo, dopo aver ascoltato tutti gli altri. La dinamica è descritta in dettaglio dalla voce Asch conformity experiments.
Il contesto storico aiuta a capire l'interesse di Asch per il tema. Erano gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, e la psicologia si interrogava su come intere popolazioni avessero potuto seguire regimi e ideologie aberranti. Studi precedenti, come quelli di Muzafer Sherif sull'effetto autocinetico, avevano mostrato che le persone tendono ad allinearsi quando una situazione è ambigua. Asch volle alzare la posta: scelse di proposito un compito in cui la risposta giusta era lampante, convinto che in quel caso la gente avrebbe resistito alla pressione del gruppo. Il fatto che, invece, molti cedettero rese il risultato ancora più clamoroso.
Un terzo cede all'evidenza del gruppo
I risultati furono sorprendenti. Circa il 75% dei partecipanti si conformò alla maggioranza almeno una volta, dando una risposta che sapeva sbagliata. In media, i soggetti seguirono il gruppo nel 36,8% delle prove critiche. Non perché non vedessero la differenza fra le linee — era ovvia — ma per la pressione di non discostarsi dagli altri. Interrogati dopo, molti ammisero di aver visto bene la risposta giusta, ma di aver preferito allinearsi per timore di essere ridicolizzati o di "sbagliare" rispetto al gruppo. Come riassume Simply Psychology, l'esperimento mostrò la forza di quella che gli studiosi chiamano influenza normativa: il bisogno di essere accettati.
Bastava un solo alleato
La parte più istruttiva dello studio sono le varianti. Asch scoprì che il conformismo dipendeva molto dal numero dei complici: con un solo "oppositore" la pressione era nulla (3% di conformità), saliva con due e si stabilizzava con tre o più. Ma il dato più potente riguarda il dissenso: se anche solo uno dei complici dava la risposta giusta, rompendo l'unanimità, la conformità del soggetto crollava drasticamente, fino al 5%. Sorprendentemente, la conformità calava molto anche quando un complice dava una risposta sbagliata diversa da quella della maggioranza: ciò che contava, insomma, non era avere ragione, ma spezzare il muro dell'unanimità, come dettagliano le analisi delle varianti dell'esperimento.
Gli psicologi distinguono due motori del conformismo, ed entrambi emergono dallo studio di Asch. C'è l'influenza normativa, il desiderio di essere accettati e di non apparire diversi, che spinge a uniformarsi pubblicamente anche quando privatamente si dissente; e c'è l'influenza informativa, la tendenza a considerare il gruppo una fonte attendibile, specie nell'incertezza. Nel compito delle linee, dove la risposta corretta era evidente, a dominare era soprattutto la prima: i partecipanti "sapevano", ma non volevano essere gli unici a contraddire tutti.
Cosa ci insegna ancora oggi
L'esperimento di Asch è diventato una pietra miliare perché tocca un nervo scoperto: la nostra tendenza ad adeguarci agli altri è molto più forte di quanto ci piaccia ammettere. Le sue implicazioni vanno ben oltre il laboratorio, dalle dinamiche di gruppo sul lavoro alla diffusione delle opinioni sui social network, dove la percezione di un consenso unanime può zittire chi la pensa diversamente. Studi più recenti, come una replica pubblicata su una rivista scientifica, hanno confermato che il fenomeno è ancora vivo, pur con intensità che variano secondo l'epoca e la cultura. La lezione più preziosa, però, resta quella delle varianti: la presenza di una sola voce dissenziente è spesso sufficiente a liberare anche tutti gli altri dal peso del conformismo.
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