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Psicologia

Effetto Benjamin Franklin: chi ti fa un favore ti apprezza di più

Per conquistare un avversario, non fargli un regalo: chiedigli un piccolo favore.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto di Benjamin Franklin dipinto da Joseph Duplessis
Ritratto di Benjamin Franklin dipinto da Joseph Duplessis

Per farsi benvolere da qualcuno, l'istinto ci suggerisce di fargli un regalo o un favore. Ma uno dei paradossi più curiosi della psicologia suggerisce l'esatto contrario: se volete che una persona vi apprezzi, chiedetele voi un piccolo favore. È il cosiddetto effetto Benjamin Franklin, e prende il nome da un aneddoto raccontato dallo stesso statista americano nella sua autobiografia.

Franklin, oltre che inventore e padre fondatore degli Stati Uniti, era un fine osservatore della natura umana. Nella sua autobiografia racconta di come si guadagnò la stima di un rivale politico, un legislatore che gli era apertamente ostile. Invece di adularlo, Franklin gli scrisse chiedendogli in prestito un libro raro e prezioso della sua biblioteca. L'uomo, lusingato, glielo inviò. Una settimana dopo Franklin lo restituì con un biglietto di calorosi ringraziamenti. Da quel momento il rivale divenne uno dei suoi più fedeli amici.

Due persone si stringono la mano in segno di accordo
Foto: Bia Limova / Pexels

Franklin ne ricavò una massima: «Colui che ti ha già fatto una gentilezza sarà più disposto a fartene un'altra, rispetto a colui che tu stesso hai beneficato». Un'osservazione brillante, ma per oltre due secoli rimase un semplice aneddoto. Finché la psicologia sperimentale non decise di metterla alla prova.

L'esperimento del 1969

Nel 1969 gli psicologi Jon Jecker e David Landy condussero uno studio pubblicato sulla rivista Human Relations dal titolo emblematico: «Apprezzare una persona in funzione del favore che le si è fatto». Gli sperimentatori coinvolsero 74 volontari in un finto concorso a premi in denaro, poi li divisero in gruppi. A una parte dei vincitori, lo sperimentatore chiese personalmente di restituire il denaro vinto, spiegando che lo aveva pagato di tasca propria e ne aveva bisogno. Ad altri non fu chiesto nulla.

Alla fine, tutti dovevano valutare quanto trovassero simpatico lo sperimentatore. Risultato: proprio coloro a cui era stato chiesto il favore — restituire i soldi — lo giudicarono più simpatico degli altri. Avere fatto qualcosa per lui li aveva portati ad apprezzarlo di più, esattamente come aveva intuito Franklin.

Penna che scrive una lettera, evocazione dell'epoca di Franklin
Foto: Anastasia Shuraeva / Pexels

Il motore: la dissonanza cognitiva

Perché accade? La spiegazione più accreditata chiama in causa la dissonanza cognitiva, il disagio mentale che proviamo quando le nostre azioni contraddicono le nostre convinzioni. Se faccio un favore a qualcuno che non mi piace, mi trovo in contraddizione: «Perché sto aiutando una persona che non apprezzo?». Per ridurre questo disagio, la mente prende la via più semplice: cambia l'opinione anziché l'azione. «Se l'ho aiutato, in fondo deve essere una brava persona». Aggiustiamo i nostri sentimenti per giustificare ciò che abbiamo già fatto, come spiega la voce enciclopedica sull'effetto.

Un dettaglio decisivo

C'è una condizione importante: l'effetto funziona solo se il favore viene chiesto in modo diretto e percepito come una scelta libera. Se a chiederlo è una terza persona, o se ci sentiamo costretti, l'effetto svanisce. Il segreto, insomma, non è ricevere aiuto, ma darlo volontariamente: è l'azione a plasmare il sentimento, e non viceversa.

L'effetto Benjamin Franklin ribalta una delle nostre intuizioni più radicate sui rapporti umani. Non sempre conquistiamo gli altri dando: a volte li conquistiamo permettendo loro di dare a noi. Un piccolo, sincero «mi puoi aiutare?» può fare, per un legame, più di mille regali.

Reciprocità o dissonanza?

L'effetto Benjamin Franklin va distinto da un fenomeno simile ma opposto, la norma di reciprocità, studiata da Robert Cialdini: di solito tendiamo a ricambiare i favori ricevuti, sentendoci «in debito» con chi ci ha aiutato. L'effetto Franklin agisce nella direzione contraria — è chi a sviluppare maggior simpatia, non chi riceve — e per questo è considerato una delle prove più eleganti della teoria della dissonanza cognitiva di Leon Festinger. Si imparenta anche con l'«effetto IKEA», la tendenza a dare più valore alle cose in cui abbiamo investito sforzo personale: in entrambi i casi, è l'azione a generare l'attaccamento, e non il contrario.

In altre parole, non «aiutiamo le persone che amiamo», ma in una certa misura «amiamo le persone che aiutiamo». È un ribaltamento che ha conseguenze profonde sul modo in cui costruiamo i legami, e che spiega perché collaborare a un progetto comune crei spesso amicizie più solide di mille cortesie ricevute passivamente.

Come usarlo (senza manipolare)

L'effetto ha applicazioni concrete e per lo più benevole. Coinvolgere un nuovo collega chiedendogli un piccolo aiuto può farlo sentire utile e accelerare l'integrazione nel gruppo; chiedere un consiglio a una persona con cui i rapporti sono tesi può, a sorpresa, distendere il clima. La chiave è la sincerità: il favore deve essere reale, ragionevole e lasciare all'altro piena libertà di rifiutare. Trasformarlo in una tecnica calcolata di manipolazione non solo è eticamente scorretto, ma rischia di ritorcersi contro, perché le persone percepiscono la strumentalità.

Tre secoli dopo l'aneddoto del libro prestato, l'intuizione di Franklin resta una delle più controintuitive e utili della psicologia delle relazioni. Ci ricorda che la generosità non è solo qualcosa che offriamo agli altri, ma anche un ponte che permette agli altri di avvicinarsi a noi. A volte il modo migliore per farsi un amico non è offrire, ma avere l'umiltà di chiedere.

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