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Psicologia

Jamais vu: quando il familiare diventa improvvisamente estraneo

È l'opposto del déjà vu: una parola scritta mille volte, un luogo noto, un volto amico che all'improvviso sembrano sconosciuti. La scienza ha imparato a riprodurlo in laboratorio.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Persona perplessa che fissa un foglio, espressione di straniamento
Persona perplessa che fissa un foglio, espressione di straniamento

Ti è mai capitato di scrivere la stessa parola tante volte di fila finché, a un certo punto, ha smesso di sembrarti corretta? La fissi e pensi: "ma si scrive davvero così?". Quella sensazione spiazzante di straniamento di fronte a qualcosa di perfettamente familiare ha un nome: jamais vu, espressione francese che significa "mai visto". È l'esatto opposto del più celebre déjà vu, ed è una finestra affascinante sul modo in cui il cervello costruisce il senso di familiarità.

Il rovescio del déjà vu

Il déjà vu è la sensazione di aver già vissuto una situazione nuova: il familiare che invade l'inedito. Il jamais vu è il suo specchio: una situazione, una parola o un volto che conosciamo benissimo appaiono d'un tratto estranei, irreali, mai incontrati prima. Si può provare guardando una persona nota che per un istante sembra una sconosciuta, entrando in una stanza familiare che appare aliena, o — il caso più comune — fissando una parola che si "scompone" davanti agli occhi perdendo ogni significato. È un'esperienza fugace e di solito innocua, ma profondamente disorientante.

La sazietà semantica

Il meccanismo più studiato dietro il jamais vu delle parole è la cosiddetta sazietà semantica (o "saturazione semantica"): la ripetizione continua di uno stimolo finisce per "stancare" i circuiti cerebrali che gli attribuiscono significato. A forza di ripetere o fissare una parola, il legame automatico tra la sua forma e il suo senso si indebolisce temporaneamente, e ciò che resta è una sequenza di lettere o suoni svuotata di familiarità. Il concetto fu indagato già negli anni Sessanta dallo psicologo Leon Jakobovits James, ma è stato il jamais vu a darne la dimostrazione più vivida.

Persona pensierosa con espressione confusa davanti a fogli di carta
Ripetere o fissare a lungo una parola può scatenare il jamais vu: la parola sembra "sbagliata". Credit: Andrea Piacquadio, Pexels.

Riprodurlo in laboratorio

Per molto tempo il jamais vu è stato difficile da studiare perché compare in modo imprevedibile. Ci sono riusciti i ricercatori Chris Moulin e Akira O'Connor, che hanno trovato un modo semplice per provocarlo a comando. Negli esperimenti, ai partecipanti veniva chiesto di scrivere ripetutamente la stessa parola — per esempio "the" o, in italiano, una parola comune — il più velocemente possibile. Dopo circa un minuto, o una trentina di ripetizioni, la maggior parte delle persone riferiva sensazioni di straniamento: la parola appariva strana, "sbagliata", come se avesse perso la sua qualità di parola. Per questa ricerca, che ha trasformato un'esperienza sfuggente in un fenomeno misurabile, Moulin e O'Connor hanno ricevuto nel 2023 il celebre Ig Nobel, il premio che onora gli studi che "prima fanno ridere e poi fanno pensare".

Una spia del controllo cognitivo

Lungi dall'essere un semplice curiosità, il jamais vu rivela qualcosa di importante sul funzionamento della mente. Secondo Moulin, sarebbe un segnale di controllo: quando un'azione automatica viene ripetuta troppo a lungo, il cervello "se ne accorge" e lancia un avviso, una sorta di richiamo dell'attenzione che ci spinge a fermarci e a verificare se stiamo ancora facendo la cosa giusta. In questa lettura, lo straniamento non è un malfunzionamento ma un meccanismo utile: un modo per evitare di restare intrappolati in cicli ripetitivi e automatici, riportando la coscienza su ciò che la routine aveva reso invisibile.

Quando preoccuparsi (raramente)

Nella stragrande maggioranza dei casi il jamais vu è un fenomeno normale e benigno, soprattutto in condizioni di stanchezza, stress o forte concentrazione. In rari contesti clinici, episodi intensi e ricorrenti di jamais vu possono accompagnare alcune forme di epilessia del lobo temporale o emicranie con aura, e in questi casi diventano un sintomo da segnalare al medico. Ma per la maggior parte di noi resta soltanto una bizzarria affascinante della mente: la prova che la familiarità non è una proprietà fissa delle cose, bensì una sensazione che il cervello costruisce di continuo — e che, ogni tanto, smette per un attimo di costruire, lasciandoci soli davanti a una parola che improvvisamente non riconosciamo più.

Il jamais vu si inserisce in una famiglia più ampia di esperienze legate alla memoria e al riconoscimento. Accanto al déjà vu e al jamais vu, gli studiosi descrivono per esempio il déjà entendu ("già sentito") e il fenomeno della "punta della lingua", quando una parola che conosciamo benissimo si rifiuta di affiorare. Tutti questi casi mostrano che i processi che attribuiscono familiarità o estraneità a uno stimolo sono in parte separati da quelli che ne recuperano il contenuto: si può riconoscere senza ricordare, e viceversa percepire come nuovo ciò che si conosce. È questa relativa indipendenza dei sistemi cerebrali a rendere possibili sensazioni così paradossali.

Capire questi meccanismi non è solo un esercizio teorico. Studiare come e perché il senso di familiarità possa "saltare" aiuta i neuroscienziati a comprendere meglio i disturbi della memoria, dalle amnesie ad alcune sindromi in cui i pazienti non riconoscono volti noti o, al contrario, ritengono familiari estranei. Il piccolo straniamento che proviamo fissando una parola ripetuta è, in fondo, una finestra aperta su uno dei processi più sofisticati e silenziosi della nostra mente: quello che, momento dopo momento, decide cosa ci appartiene e cosa no.

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