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Amundsen contro Scott: la corsa al Polo Sud del 1911

Due spedizioni, due strategie opposte. Il norvegese Amundsen arrivò primo e tornò sano; l'inglese Scott arrivò secondo e non fece più ritorno.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Roald Amundsen e Helmer Hanssen effettuano osservazioni al Polo Sud nel 1911
Roald Amundsen e Helmer Hanssen effettuano osservazioni al Polo Sud nel 1911

All'inizio del Novecento il Polo Sud era l'ultimo grande premio dell'esplorazione terrestre, un punto su una distesa di ghiaccio dove nessun essere umano aveva mai messo piede. Nel 1911 due spedizioni puntarono a conquistarlo quasi contemporaneamente: una norvegese, guidata da Roald Amundsen, e una britannica, comandata da Robert Falcon Scott. Il loro confronto è diventato uno dei racconti più studiati della storia delle esplorazioni, una lezione su come la preparazione possa fare la differenza tra il trionfo e la tragedia.

Due uomini, due filosofie

Amundsen e Scott incarnavano approcci opposti. Il norvegese era un esploratore polare di lunghissima esperienza, che aveva studiato le tecniche dei popoli artici: vestiti di pelliccia, sci, e soprattutto cani da slitta, animali perfettamente adatti al ghiaccio e capaci, all'occorrenza, di diventare cibo per gli altri cani e per gli uomini. Scott, ufficiale della Royal Navy, puntava invece su una combinazione di pony siberiani, slitte a motore — una novità tecnologica all'epoca — e, soprattutto, sul traino umano: gli uomini stessi che trascinavano le slitte. Una scelta che si sarebbe rivelata sfiancante.

Una sfida annunciata da un telegramma

Inizialmente Amundsen voleva conquistare il Polo Nord, ma quando giunse notizia che era già stato presumibilmente raggiunto, cambiò rotta in segreto verso sud. Solo a viaggio iniziato inviò a Scott un telegramma asciutto e ormai celebre, con cui lo informava che la sua nave, la Fram, era diretta in Antartide. Per gli inglesi fu una doccia fredda: quella che doveva essere una missione scientifica e nazionale si trasformava di colpo in una corsa. La scheda biografica dell'Enciclopedia Britannica dedicata a Roald Amundsen ricostruisce questa svolta improvvisa.

Ritratto dell'esploratore norvegese Roald Amundsen
Roald Amundsen, l'esploratore norvegese che raggiunse per primo il Polo Sud il 14 dicembre 1911. Credit: Wikimedia Commons (dominio pubblico).

La vittoria del norvegese

Amundsen stabilì il campo base, Framheim, nella Baia delle Balene, in una posizione più vicina al Polo rispetto a quella di Scott. Partì il 19 ottobre 1911 con un piccolo gruppo affiatato, slitte trainate dai cani e abbondanti scorte distribuite lungo il percorso. La marcia fu rapida ed efficiente: il 14 dicembre 1911 la squadra norvegese raggiunse il Polo Sud, vi piantò la bandiera e battezzò l'accampamento Polheim. Amundsen e i suoi uomini tornarono alla base sani e salvi alla fine di gennaio, senza perdere un solo componente della spedizione. Un successo costruito sulla meticolosità.

La tragedia di Scott

La squadra di Scott raggiunse il Polo solo il 17 gennaio 1912, oltre un mese dopo. Ad attenderli, lo strazio di trovare la tenda norvegese già piantata: erano arrivati secondi. "Dio onnipotente, questo è un posto orribile", annotò Scott nel suo diario. Ma il peggio doveva ancora venire. Il viaggio di ritorno, lungo oltre milleduecento chilometri, si trasformò in un calvario. Sfiniti, malnutriti e colpiti da un freddo eccezionale, gli uomini cominciarono a cedere. Edgar Evans morì per primo; poi il capitano Lawrence Oates, ormai incapace di camminare e per non rallentare i compagni, uscì dalla tenda in piena tempesta pronunciando le parole entrate nella leggenda: "Esco un momento, potrei metterci un po'". Non tornò mai.

Scott, insieme a Edward Wilson e Henry Bowers, morì alla fine di marzo 1912, a poca distanza da un deposito di viveri che avrebbe potuto salvarli. I loro corpi, e i diari che raccontavano ogni dettaglio, furono ritrovati mesi dopo da una squadra di soccorso. Quelle pagine, conservate e studiate ancora oggi, come ricorda la voce biografica dell'Enciclopedia Britannica su Robert Falcon Scott, trasformarono la sconfitta in un mito di eroismo tragico nell'immaginario britannico.

Membri della spedizione Terra Nova di Robert Falcon Scott in Antartide
La spedizione Terra Nova guidata da Scott, fotografata da Herbert Ponting. Credit: Wikimedia Commons (dominio pubblico).

Perché Amundsen vinse

Con il senno di poi, le ragioni del diverso esito appaiono chiare. Amundsen aveva puntato tutto sui cani, animali ideali per il ghiaccio, mentre i pony di Scott affondavano nella neve e mal sopportavano il freddo, e le slitte a motore si guastarono presto, lasciando agli uomini il logorante traino manuale. Il norvegese aveva una dieta più adeguata, un gruppo più piccolo ed esperto, e una preparazione ossessiva di ogni dettaglio. Scott, invece, dovette affrontare una stagione particolarmente rigida e una catena di sfortune che si sommarono agli errori di pianificazione.

C'è un dettaglio che restituisce tutta la nobiltà tragica della spedizione britannica. A differenza di Amundsen, focalizzato sulla pura conquista, Scott concepiva il viaggio anche come missione scientifica. Negli ultimi, disperati giorni di marcia, i suoi uomini continuarono a trascinare sulla slitta circa sedici chili di campioni di roccia raccolti lungo il ghiacciaio Beardmore. Tra quei reperti, ritrovati accanto ai loro corpi, c'erano fossili di Glossopteris, una pianta antica la cui presenza in Antartide avrebbe poi fornito un indizio prezioso a sostegno della teoria della deriva dei continenti. Anche di fronte alla morte, quegli esploratori non avevano voluto abbandonare il frutto del loro lavoro.

Oggi la stazione di ricerca statunitense costruita sul Polo Sud porta entrambi i nomi: Amundsen-Scott South Pole Station. È un omaggio che riconcilia, sul luogo stesso della loro sfida, il vincitore e lo sconfitto. La loro storia continua a essere raccontata non per celebrare una rivalità nazionale, ma per ricordare quanto, in condizioni estreme, la differenza tra tornare a casa e non tornare possa dipendere da una scelta fatta mesi prima, su quale animale o quale tecnica affidare la propria vita.

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