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Gino Bartali: il campione che nascose vite nella sua bici

Tra il 1943 e il 1944 il grande ciclista trasportò documenti falsi nel telaio della bicicletta per salvare ebrei perseguitati. Lo confessò a pochi.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Il ciclista Gino Bartali fotografato nel 1963
Il ciclista Gino Bartali fotografato nel 1963

Per gli appassionati di ciclismo è uno dei più grandi di sempre, l'eterno rivale di Fausto Coppi, l'uomo capace di vincere il Tour de France a dieci anni di distanza da sé stesso. Ma la storia più straordinaria di Gino Bartali non si svolse sulle strade di una corsa, bensì nell'Italia occupata dai nazisti tra il 1943 e il 1944, quando il campione usò la sua bicicletta e la sua fama per salvare la vita a persone perseguitate. E lo fece in silenzio, senza raccontarlo quasi a nessuno per il resto della sua vita.

Un campione amatissimo

Nato nel 1914 a Ponte a Ema, alle porte di Firenze, Bartali si impose giovanissimo come fuoriclasse. Vinse il Giro d'Italia nel 1936, nel 1937 e di nuovo nel 1946, e il Tour de France nel 1938. Ma è la sua seconda vittoria al Tour, nel 1948, a renderlo leggendario: dieci anni dopo la prima, un'impresa unica resa possibile dal fatto che la guerra aveva cancellato diverse edizioni della corsa. Cattolico fervente, soprannominato "Ginettaccio" per il carattere spigoloso, Bartali era un eroe nazionale, conosciuto e amato in tutta Italia. Proprio questa popolarità sarebbe diventata uno strumento di salvezza.

La rete clandestina di Firenze e Assisi

Dopo l'armistizio del settembre 1943 e l'occupazione tedesca, per gli ebrei italiani cominciò la fase più drammatica della persecuzione. A Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa coordinava una rete clandestina che produceva documenti d'identità falsi per permettere ai perseguitati di nascondersi o fuggire. I documenti venivano in parte stampati da una tipografia segreta ad Assisi, in Umbria, e dovevano essere trasportati fino a Firenze e in altre città. Serviva qualcuno che potesse percorrere quelle strade senza destare sospetti.

Bartali era l'uomo perfetto. Un campione che si allenava macinando centinaia di chilometri non insospettiva nessuno: faceva semplicemente il suo mestiere. Così il ciclista cominciò a nascondere i documenti arrotolati nel telaio e nel manubrio della sua bicicletta, pedalando tra Firenze, Assisi e altre località. Ai posti di blocco, dicono le ricostruzioni, chiedeva ai militari di non toccare il mezzo, sostenendo che ogni componente era tarato con precisione per l'allenamento.

Gino Bartali con la famiglia in una foto degli anni Sessanta
Bartali parlò pochissimo del suo ruolo nella rete di salvataggio, anche in famiglia. Credit: Wikimedia Commons.

"Il bene si fa, ma non si dice"

Bartali non si limitò a fare da corriere. Mise a disposizione un appartamento di sua proprietà a Firenze per nascondervi una famiglia ebrea, i Goldenberg, sottraendoli alla deportazione. Eppure, finita la guerra, non volle mai vantarsi di nulla. La frase che ripeteva ai pochi a cui accennò la vicenda è diventata il simbolo del suo riserbo: "Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca". Fu soprattutto il figlio Andrea, dopo la morte del campione, a far emergere i dettagli di quegli anni, insieme al lavoro degli storici che ricostruirono la rete di salvataggio fiorentina e umbra, capace nel complesso di proteggere centinaia di persone.

Il riconoscimento, troppi anni dopo

Gino Bartali morì nel 2000. Solo nel 2013 lo Stato di Israele, attraverso lo Yad Vashem, l'ente che custodisce la memoria della Shoah, lo riconobbe ufficialmente come "Giusto tra le Nazioni", la più alta onorificenza riservata ai non ebrei che rischiarono la vita per salvare gli ebrei dalla persecuzione. La sua vicenda è documentata anche dall'enciclopedia dell'Olocausto del Museo memoriale statunitense (USHMM). Nel 2018 gli fu conferita anche la cittadinanza onoraria israeliana. La voce biografica dell'Enciclopedia Treccani dedicata a Bartali ricorda come questa parte della sua vita sia rimasta nell'ombra per decenni, proprio per sua volontà.

Statua dedicata a Gino Bartali a Firenze
Una statua dedicata a Gino Bartali a Firenze, sua città. Credit: Wikimedia Commons.

Un eroe a due ruote

La storia di Bartali è affascinante proprio per il contrasto tra la sua enorme notorietà sportiva e l'assoluta segretezza del suo coraggio civile. Mentre il Paese lo celebrava per le vittorie, lui custodiva un segreto che, se scoperto, gli sarebbe costato la vita. Non cercò gloria, non chiese ricompense, non trasformò il suo eroismo in un racconto pubblico. Per lui aiutare era semplicemente un dovere, da compiere e poi tacere.

Negli ultimi anni la sua doppia eredità è stata riscoperta da libri, documentari e mostre che hanno raccontato al grande pubblico ciò che Bartali aveva voluto nascondere. La vicenda si intreccia con quella di un'intera rete di religiosi, tipografi, funzionari e cittadini comuni che, tra Firenze e Assisi, scelsero di disobbedire alle leggi razziali. Bartali fu un ingranaggio prezioso di quel meccanismo clandestino, reso insostituibile proprio dalla sua fama: nessuno poteva immaginare che il campione idolatrato dalle folle stesse, in realtà, sfidando l'occupante a ogni pedalata. La sua leggenda sportiva, fatta di rivalità epiche come quella con Fausto Coppi, finisce così per impallidire di fronte al coraggio dimostrato lontano dai riflettori.

Oggi la sua figura unisce due eredità che raramente si incontrano: quella dell'atleta entrato nella leggenda dello sport e quella dell'uomo giusto che, nei momenti più bui della storia europea, scelse di rischiare tutto per gli altri. Ogni volta che la sua bicicletta viene ricordata, non è solo per le salite leggendarie del Tour o del Giro, ma per i chilometri silenziosi che, nascondendo fogli di carta, salvarono vite umane. È forse la più bella corsa che Gino Bartali abbia mai vinto.

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