Curiosità
Sailing stones di Racetrack Playa: come due cugini hanno risolto un mistero di 70 anni
A Death Valley, sassi pesanti fino a 320 chili lasciano scie di centinaia di metri sul fondo di un lago asciutto. Per decenni nessuno li ha visti muoversi.

A 1.130 metri di quota nel Death Valley National Park, in California, c'è un'antica conca lacustre lunga 4,5 chilometri e larga 2. Si chiama Racetrack Playa ed è uno dei luoghi più piatti del pianeta: la differenza di quota tra una estremità e l'altra è di 4 centimetri. Sul suo fondo argilloso e screpolato dal sole vivono centinaia di sassi, alcuni di pochi chili, altri di oltre 300 chilogrammi. Dietro a ciascuno si snoda una pista, una scia incisa nel fango che racconta che la pietra si è mossa: a volte in linea retta, a volte in curva, perfino a zigzag.

Il fenomeno è documentato fin dal 1948 con un articolo del Death Valley Naturalist; nei decenni successivi geologi, fisici, perfino esoteristi hanno proposto spiegazioni: vento fortissimo, ghiaccio, pellicole di acqua salata, magnetismo, addirittura passaggio di animali. Nessuno, fino al 2014, era mai riuscito a vedere una pietra muoversi davvero.
Il piano dei cugini Norris
Nel 2011 due cugini scienziati, il paleobiologo Richard Norris dello Scripps Institution of Oceanography e James Norris, ingegnere, decisero di smettere di teorizzare e mettere strumenti sul campo. Ottennero il permesso del National Park Service e installarono una stazione meteo ad alta risoluzione e quindici sassi di dimensioni simili a quelli locali, ciascuno equipaggiato con un ricevitore GPS interno. Si aspettavano di aspettare anni.
Tra il 21 e il 27 dicembre 2013 il meteo cambiò: piogge leggere riempirono la playa di un velo d'acqua profondo 5-7 centimetri. Le notti scesero sotto zero. Il 20 gennaio 2014, alle prime ore del mattino, Richard e James si trovarono sulla playa congelata e — finalmente — videro. Centinaia di metri quadrati di ghiaccio sottile, della consistenza di una vetrata di finestra, si stavano spezzando in lastre.
Il meccanismo
Il paper pubblicato su PLOS ONE nell'agosto 2014 descrive il meccanismo con sobrietà degna del fenomeno. Servono tre ingredienti contemporanei e rari: una pellicola d'acqua di pochi centimetri che copra il fondo, una temperatura notturna che congeli quella pellicola formando uno strato di ghiaccio spesso 3-5 millimetri, e un vento del mattino leggero, dell'ordine di 3-5 metri al secondo. Quando il sole scioglie i bordi del ghiaccio, le lastre cominciano a frantumarsi e a galleggiare sull'acqua sottostante; il vento le spinge, e le lastre — non l'acqua, non il vento direttamente — premono contro le pietre con una pressione lenta e costante, sufficiente a farle scivolare sul fango ammorbidito.
I GPS hanno registrato spostamenti a velocità comprese tra 2 e 5 metri al minuto, talmente lenti che a occhio nudo, da lontano, una pietra sembra ferma. La direzione e la curvatura della scia dipende solo dal verso in cui le lastre di ghiaccio si rompono e si spostano. È per questo che pietre vicine possono lasciare scie con angoli completamente diversi: è la geometria del ghiaccio frantumato a decidere, non quella del vento.
Perché ci sono volute sette decadi
Il fenomeno è raro: capita forse una o due volte ogni decennio, e per pochissimi minuti. Le ricerche degli anni '70 e '90 — la più nota è quella della geologa Paula Messina del San Jose State, che mappò con GPS le posizioni dei sassi in stagioni diverse — avevano confermato che le pietre si spostavano, ma senza poter cogliere il momento. Erano stati osservati venti fino a 70 nodi nella valle, ma il vento da solo non basta: i calcoli mostrano che, per muovere un sasso di 300 chili sull'argilla bagnata, servirebbe un'energia molto superiore a quella che la sabbia secca della playa può sostenere.
Cosa resta da capire
La spiegazione del 2014 ha chiuso il mistero principale, ma non tutte le domande. Alcune scie larghissime appartengono a pietre che oggi non ci sono più: il National Park Service registra ogni anno una piccola percentuale di pietre 'scomparse', probabilmente trafugate da turisti. Non è chiaro nemmeno perché certi anni siano più 'attivi' di altri (gli inverni del 2013-14 e del 2017-18 sono stati eccezionali, gli altri vicini al silenzio totale). C'è infine chi ipotizza che, con il riscaldamento progressivo del clima nel Mojave, la finestra termica in cui il meccanismo può accadere si stia restringendo.
Andarci, oggi
Racetrack Playa è raggiungibile solo con un veicolo a trazione integrale: dall'ingresso del parco a Ubehebe Crater servono 43 chilometri di sterrato. Camminare sulla playa quando è bagnata è severamente vietato: le impronte restano impresse nel fango per anni e deturpano le scie. Per chi arriva nei mesi giusti, con la luce radente del tramonto, lo spettacolo delle pietre con la loro coda di pista è impareggiabile — e ora sappiamo, finalmente, da dove viene.
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