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Giulia Tofana e l'Acqua Tofana: l'avvelenatrice del Seicento

Storia e leggenda del veleno invisibile che terrorizzò l'Italia del XVII secolo

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Antica boccetta di vetro per veleno su uno sfondo scuro, evocazione dell'Acqua Tofana
Antica boccetta di vetro per veleno su uno sfondo scuro, evocazione dell'Acqua Tofana

Giulia Tofana e l'Acqua Tofana sono due nomi inseparabili nella storia criminale dell'Italia del Seicento. Si racconta di una donna che, tra Palermo, Roma e Napoli, avrebbe fornito a centinaia di mogli un veleno limpido, inodore e insapore per liberarsi di mariti violenti. Dietro la leggenda, però, si nasconde una vicenda dai contorni molto più sfumati, in cui i fatti documentati negli atti giudiziari si intrecciano con esagerazioni nate da paura, pettegolezzo e fascino del male.

Fiala da farmacia antica usata per conservare sostanze e veleni
Credit: Wikimedia Commons

Chi era davvero Giulia Tofana

Il problema, per chi cerca certezze, comincia subito. Le fonti sulla figura di Giulia Tofana sono tarde, contraddittorie e spesso scritte molto dopo i presunti fatti. Lo storico britannico Mike Dash, che ha esaminato a fondo il caso, ricorda che esistono "due versioni selvaggiamente diverse" della sua storia e che non è nemmeno del tutto sicuro che sia esistita come persona distinta. Quello che le tradizioni concordano nel dire è che operò nell'Italia del XVII secolo, spostandosi tra la Sicilia e la penisola, e che diede il proprio nome a un veleno destinato a diventare leggendario.

La figura storicamente più solida non è in realtà Giulia, ma Teofania di Adamo, una donna giustiziata a Palermo nel 1633, di cui restano tracce d'archivio. Alcuni studiosi, a partire dall'erudito siciliano Salvatore Salomone-Marino, hanno ipotizzato che Giulia fosse sua figlia, deducendolo dalle consuetudini di denominazione dell'epoca. Dash avverte con onestà che si tratta di una connessione "tutt'altro che dimostrata": è plausibile, ma resta una congettura.

L'Acqua Tofana: che cosa era davvero il veleno

Sul veleno le notizie sono più concrete. L'Acqua Tofana era una preparazione a base soprattutto di arsenico, probabilmente con piombo e forse belladonna. Il suo punto di forza era la furbizia chimica: un liquido limpido, privo di odore e di sapore, capace di mascherare il caratteristico gusto metallico dell'arsenico. Poche gocce, versate nel vino o nel cibo, non insospettivano la vittima.

La sua efficacia stava nella lentezza. I sintomi si presentavano in modo graduale e ingannevole: prima qualcosa di simile a un raffreddore, poi un malessere influenzale, quindi vomito, disidratazione, diarrea e bruciore allo stomaco e alla gola. Una somministrazione spalmata in più dosi faceva sembrare la morte il risultato di una malattia naturale che si aggravava giorno dopo giorno. In un'epoca priva di tossicologia moderna, era quasi impossibile distinguere un avvelenamento da una febbre maligna.

La prima menzione documentata della sostanza risale, secondo le ricostruzioni, al 1632-33, in relazione a due donne, Francesca la Sarda e la stessa Teofania di Adamo, accusate di aver avvelenato i propri mariti. Il nome del veleno, insomma, precede e supera la singola persona di Giulia Tofana.

Veduta di Napoli nel XVII secolo, una delle città legate all'Acqua Tofana
Credit: Wikimedia Commons

Veleno per donne intrappolate

Ciò che ha reso questa storia tanto memorabile non è solo la chimica, ma il suo significato sociale. La tradizione racconta che l'Acqua Tofana fosse venduta soprattutto a donne intrappolate in matrimoni violenti, in un'Italia in cui il divorzio non esisteva e una moglie aveva pochissime vie d'uscita da un marito brutale. Talvolta, si dice, il veleno era distribuito mascherato da cosmetico o da olio devozionale di San Nicola, così da circolare senza destare sospetti.

Questa lettura, che fa delle avvelenatrici quasi delle ribelli contro l'oppressione patriarcale, è suggestiva ma va maneggiata con prudenza. Gli atti del processo romano del 1659 mostrano una rete criminale che vendeva veleno a clienti diversi, non un'organizzazione esplicitamente femminista. Resta vero, però, che molte delle vittime erano mariti e che molte committenti erano mogli: un dato che racconta qualcosa di reale sulle tensioni dentro la famiglia dell'età moderna.

Il processo Spana e la fine del 1659

Il nucleo meglio documentato dell'intera vicenda è il cosiddetto processo Spana, celebrato a Roma tra il gennaio 1659 e il marzo 1660. Al centro c'era Girolama Spana, a capo di una banda di avvelenatrici, in maggioranza donne, che vendevano l'Acqua Tofana a chi voleva uccidere. È questa l'operazione che gli storici considerano la meglio attestata. L'esito fu duro: cinque donne coinvolte nel traffico furono impiccate pubblicamente nel 1659, mentre una quarantina di loro clienti finì in carcere a vita.

Qui sta uno dei nodi della confusione storiografica. La tradizione vuole che proprio Giulia Tofana sia stata giustiziata "intorno al 1659". Eppure diversi studiosi collocano la sua morte ben prima, attorno al 1651, e Dash arriva a scrivere che sarebbe morta "nel suo letto, e a quanto pare non sospettata di alcun crimine". L'aver attribuito a lei l'esecuzione del 1659 sarebbe quindi un effetto della sovrapposizione tra figure diverse: Giulia, Teofania, Girolama Spana. La memoria collettiva ha fuso più avvelenatrici in un unico personaggio.

Quante vittime? Tra documenti e panico morale

La cifra che ricorre ovunque è quella delle oltre 600 vittime. È bene sapere da dove viene. Non da un registro processuale, ma dalla relazione di Pius Nikolaus von Garelli, medico dell'imperatore del Sacro Romano Impero, che parlò di un'avvelenatrice capace di aver ucciso più di 600 persone con l'Acqua Tofana. Dash invita a leggere questo numero con scetticismo, considerandolo probabilmente gonfiato e frutto, più che di una contabilità reale, di un vero e proprio panico morale attorno al veleno segreto delle donne.

In altre parole: che esistesse un traffico di veleno arsenicale e che alcune persone vi morissero è storicamente fondato; che le vittime fossero esattamente seicento è una stima tramandata, non un fatto verificato.

L'eco di Mozart e la lunga vita della leggenda

La fama dell'Acqua Tofana sopravvisse per oltre un secolo, fino a raggiungere uno dei più celebri letti di morte della musica. Nel 1791, mentre si spegneva, Wolfgang Amadeus Mozart avrebbe confidato di credersi avvelenato proprio con l'Acqua Tofana. La diceria, alimentata dallo stesso compositore, contribuì al mito di una morte per veleno.

Gli storici sono concordi: l'ipotesi è del tutto infondata. Un avvelenamento da arsenico simile avrebbe ucciso in pochi giorni, mentre la malattia di Mozart si protrasse a lungo, con un quadro clinico incompatibile con quella sostanza.

Resta il fatto che, a un secolo di distanza, il nome dell'Acqua Tofana evocava ancora terrore puro: bastava pronunciarlo perché chiunque pensasse alla morte invisibile. Ed è forse questo il vero lascito di Giulia Tofana, personaggio sospeso tra storia documentata e leggenda: non sappiamo con certezza chi fosse, quante persone uccise o quando morì, ma il suo veleno è diventato il simbolo duraturo di un'epoca in cui, dietro una boccetta limpida, poteva nascondersi la fine di una vita e la disperata libertà di un'altra.

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