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Maurice e Katia Krafft: i vulcanologi francesi morti al Monte Unzen il 3 giugno 1991

Vissero diciassette anni filmando colate e fumarole a pochi metri dalla lava. Furono inghiottiti da un flusso piroclastico a 800 °C insieme al collega Harry Glicken

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Depositi piroclastici sul fianco del Monte Unzen dopo l'eruzione del 1991
Depositi piroclastici sul fianco del Monte Unzen dopo l'eruzione del 1991

Si chiamavano Maurice Paul Krafft e Catherine Joséphine Conrad, ma per tutti nel mondo della vulcanologia erano semplicemente Maurice e Katia. Lui era nato a Mulhouse il 25 marzo 1946; lei a Soultz-Haut-Rhin il 17 aprile 1942. Si conobbero in Alsazia da studenti negli anni Sessanta e scoprirono in poche settimane di condividere un'ossessione che a quel tempo i loro coetanei trovavano stravagante: i vulcani. Si sposarono nel 1970 e da quel momento la loro vita coincise quasi interamente con l'attività eruttiva del pianeta.

Una coppia, un cratere

Maurice si era laureato in geologia a Strasburgo; Katia in fisica e chimica. Decisero da subito che non avrebbero seguito carriere accademiche convenzionali. Si autodefinirono vulcanologi indipendenti: vivevano dei diritti dei loro film, di libri (più di venti, alcuni pubblicati anche in italiano da Lucarini ed Einaudi), e di servizi fotografici per riviste come National Geographic e Paris Match. Il loro archivio finale conta più di 300.000 fotografie e oltre 800 chilometri di pellicola ripresa direttamente sui crateri.

L'idea era semplice e spericolata: avvicinarsi ai fenomeni più di chiunque altro avesse mai fatto, e tornare con immagini che spiegassero ai non-vulcanologi cosa significa essere accanto a una colata di lava a 1.100 °C. Katia raccoglieva campioni e leggeva i gas; Maurice teneva la cinepresa. La scheda della Oregon State University li definisce 'gli unici due ricercatori al mondo che hanno trasformato la prossimità fisica al vulcano nel loro metodo scientifico'.

Resti devastati di abitazioni travolte dal flusso piroclastico del Monte Unzen nel 1991
Quel che resta di un'abitazione nella zona devastata dal flusso piroclastico dell'Unzen nel 1991. Foto: Fg2 / Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Vulcani rossi e vulcani grigi

I Krafft distinguevano i vulcani in due famiglie. I rossi erano quelli a magma basaltico, le cui colate di lava liquida si possono studiare a pochi metri di distanza senza grossi pericoli: Stromboli, Etna, Kilauea, Erta Ale. I grigi erano i vulcani esplosivi, a magma più viscoso, capaci di generare flussi piroclastici — valanghe di gas e ceneri a centinaia di gradi che si muovono a velocità autostradali. Tra i grigi c'erano Mount St. Helens, Pinatubo, Krakatoa, e l'Unzen in Giappone.

Da metà anni Ottanta avevano cambiato priorità: dopo la tragedia di Nevado del Ruiz (Colombia, 1985), dove un lahar uccise 23.000 persone, decisero di concentrarsi sui vulcani grigi proprio per produrre documentari di prevenzione. Il loro film Compreendre les risques volcaniques fu finanziato dall'UNESCO e da una commissione internazionale dell'IAVCEI, ed è stato distribuito in tutto il mondo per addestrare comunità e protezione civile. Si stima che la sua diffusione abbia contribuito all'evacuazione del Pinatubo nel giugno 1991, salvando decine di migliaia di vite.

L'Unzen, 3 giugno 1991

Il Monte Unzen, nel sud-ovest del Giappone (prefettura di Nagasaki), era tornato attivo nel novembre 1990 dopo 198 anni di quiete. Nel maggio successivo cominciò ad emettere un duomo lavico che, instabile, generava periodicamente piccoli flussi piroclastici. I Krafft erano lì per documentarli. La mattina del 3 giugno 1991 si trovavano su una piccola altura ribattezzata Mizunashi River, a circa 4 chilometri dal cratere, considerata sicura dai geologi locali. Con loro c'era l'americano Harry Glicken, ex assistente di David Johnston al Mount St. Helens — Glicken era sopravvissuto al 1980 solo perché quel giorno Johnston gli aveva scambiato il turno.

Alle 16:08 ora locale, un crollo del duomo molto più grande del previsto generò un flusso piroclastico che, anziché incanalarsi nella valle attesa, deviò di traverso e investì la postazione di osservazione. La temperatura misurata in seguito sulle ceneri depositate fu di circa 800 °C; la velocità stimata oltre 90 km/h. Morirono 43 persone, fra cui Maurice e Katia (avevano rispettivamente 45 e 49 anni), Glicken e numerosi giornalisti giapponesi. L'USGS ha analizzato l'episodio nei dettagli, sottolineando l'imprevedibilità delle traiettorie nei flussi piroclastici.

Depositi di flusso piroclastico e lahar sul fianco del Monte Unzen dopo l'eruzione del 1991
Depositi di flusso piroclastico e lahar sui fianchi del Monte Unzen dopo le eruzioni del 1991. Foto: U.S. Geological Survey (pubblico dominio).

L'eredità: documentari, manuali, una nipote che continua il lavoro

Le riprese che i Krafft realizzarono nelle settimane precedenti, recuperate dai loro zaini, mostrano una lucidità impressionante: parlano di rischio statistico, della necessità di tenere distanza, del fatto che i flussi piroclastici sono 'la cosa più pericolosa del pianeta'. Quei materiali sono confluiti nel documentario Le pari du volcan (1992) e, più recentemente, hanno costituito il cuore di due film acclamati: Fire of Love di Sara Dosa (2022), nominato all'Oscar, e The Fire Within di Werner Herzog (2022).

L'archivio è oggi conservato dall'Image'Est di Nancy e gestito dalla nipote di Maurice, che ha digitalizzato gran parte delle pellicole. Una retrospettiva su American Scientist sottolinea quanto il lavoro dei Krafft abbia influenzato la comunicazione del rischio vulcanico negli ultimi trent'anni: tutti i video di emergenza prodotti dalle agenzie nazionali sono in debito con il loro modo di mostrare i fenomeni dall'interno.

Perché non avrebbero potuto tirarsi indietro

Maurice diceva: 'Sono innamorato dei vulcani. Mi vergognerei a morire in un incidente d'auto. Voglio essere ucciso da un vulcano.' La frase, ripetuta dai biografi, è diventata un cliché. Ma resta qualcosa di più: una scelta di vita che ha lasciato alla comunità scientifica e al grande pubblico un patrimonio visivo senza eguali. Le immagini con cui oggi insegniamo ai bambini come funziona un'eruzione esplosiva vengono in gran parte dai loro rullini. Il prezzo lo hanno pagato il 3 giugno 1991, alle 16:08 ora di Tokyo, sotto un duomo lavico in collasso.

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