Curiosità
Le pietre che camminano da sole nella Death Valley: il mistero risolto
Per decenni i massi della Racetrack Playa si spostavano lasciando lunghe scie nel fango, senza che nessuno li vedesse mai muoversi.

Nel cuore della Death Valley, in California, esiste un fondale di lago prosciugato chiamato Racetrack Playa dove succede qualcosa che per un secolo è sembrato impossibile: massi pesanti anche decine di chili si spostano da soli sul terreno perfettamente piatto, incidendo lunghe scie diritte o sinuose nel fango indurito. Sono le celebri sailing stones, le "pietre naviganti". Nessuno le aveva mai viste muoversi: il visitatore arrivava, trovava la roccia in fondo a una scia lunga decine di metri, e doveva soltanto immaginarne il viaggio.
Un secolo di ipotesi, alcune fantasiose
Le tracce vennero notate già negli anni Quaranta del Novecento, quando il prospettore Jim McAllister e altri visitatori segnalarono i solchi misteriosi. Da allora si moltiplicarono le spiegazioni, alcune decisamente bizzarre: campi magnetici terrestri, vortici di vento, scherzi di buontemponi, persino interventi paranormali o forze sconosciute. Negli anni Settanta il geologo Bob Sharp condusse un studio pluriennale piantando paletti attorno ad alcune pietre e numerandole, dimostrando che si spostavano davvero, ma senza riuscire a coglierle in flagrante.
Le ipotesi scientifiche più accreditate chiamavano in causa il vento fortissimo del deserto, magari combinato con un sottile film d'acqua o con lastre di ghiaccio che imprigionavano le rocce. Mancava però la prova decisiva: nessuno aveva mai osservato, né tantomeno registrato, una pietra effettivamente in movimento. Il fenomeno sembrava verificarsi solo quando nessuno guardava.
La soluzione: ghiaccio sottile e una brezza leggera
La svolta è arrivata grazie a una squadra guidata dai cugini Richard e James Norris e dal planetologo Ralph Lorenz. I ricercatori hanno dotato alcune pietre di ricevitori GPS, installato una stazione meteorologica e piazzato fotocamere a intervalli, poi hanno avuto la pazienza di aspettare per anni. Nel dicembre 2013 sono finalmente stati testimoni del fenomeno in diretta e nel 2014 hanno pubblicato i risultati su PLOS ONE, nello studio "Sliding Rocks on Racetrack Playa, Death Valley National Park", il primo a documentare le rocce realmente in moto.
Il meccanismo si è rivelato sorprendentemente delicato. In rari inverni la playa si allaga con pochi centimetri d'acqua piovana. Nelle notti gelide si forma in superficie uno strato di ghiaccio sottilissimo, spesso pochi millimetri, "a vetro di finestra". Quando al mattino il sole comincia a scioglierlo, il ghiaccio si frantuma in grandi lastre galleggianti che, spinte da una brezza anche di soli pochi metri al secondo, premono contro le pietre e le fanno scivolare lentamente sul fango fradicio e scivoloso sottostante. Le rocce avanzano a pochi millimetri al secondo, talmente piano da risultare quasi invisibili a occhio nudo: ecco perché generazioni di visitatori non le avevano mai sorprese in movimento. Un singolo episodio di scivolamento può durare alcuni minuti e spostare contemporaneamente decine di pietre nella stessa direzione, salvo poi fermarsi quando il ghiaccio finisce di sciogliersi o il vento cala.
Curiosamente, le pietre più grandi e pesanti non sono necessariamente le più lente: a contare non è tanto la massa quanto la superficie esposta alla spinta del ghiaccio e l'esatto momento in cui le lastre iniziano a muoversi. Per questo due rocce vicine possono produrre scie di lunghezza molto diversa, alimentando ulteriormente l'impressione che ciascuna abbia una "volontà" propria.
Né vento estremo né forze esotiche
La spiegazione ha ribaltato l'idea dominante: non servono raffiche violente né spesse lastre di ghiaccio, ma una combinazione precisa e fortuita di acqua, gelo notturno, disgelo mattutino e venti leggeri. Una congiuntura così rara che possono trascorrere anni senza alcuno spostamento, motivo per cui il fenomeno era rimasto inafferrabile. Lo spiega anche il National Park Service nella pagina ufficiale dedicata al Racetrack, che invita i visitatori a non rimuovere mai le pietre e a non camminare sulla playa quando è bagnata o coperta d'acqua, per non danneggiare le fragili scie che sono parte del patrimonio del parco.
Una finestra anche su altri mondi
Ralph Lorenz, che studia anche le superfici di Titano, la luna di Saturno, e di Marte, ha sottolineato come fenomeni simili di ghiaccio e liquidi possano avere analoghi su altri corpi del sistema solare, dove pure esistono distese piatte modellate da cicli di gelo e disgelo. La Racetrack Playa diventa così un laboratorio naturale a cielo aperto.
Dove si trova e perché va protetta
La Racetrack Playa si trova in una zona remota e impervia del Death Valley National Park, raggiungibile solo dopo decine di chilometri di pista sterrata e accidentata che mette a dura prova i veicoli. Proprio l'isolamento ha contribuito a preservarne il fascino, ma anche a esporla ai danni: negli anni alcune pietre sono state rubate da visitatori senza scrupoli, e auto guidate sulla superficie quando era umida hanno lasciato solchi profondi e indelebili che deturpano il paesaggio per decenni. Per questo le autorità del parco raccomandano di osservare il fenomeno con rispetto, restando sul perimetro e non portando via nulla: ogni pietra e ogni scia sono pezzi unici di un equilibrio naturale che impiega anni a ricostituirsi.
Una lezione di pazienza scientifica
La storia delle sailing stones è esemplare di come funziona davvero la scienza: un mistero apparentemente "soprannaturale" si dissolve non con un'idea geniale e improvvisa, ma con strumenti, misure ripetute e tanta, tanta attesa. Le pietre della Death Valley non camminano per magia né per forze sconosciute: lo fanno grazie a una delle coreografie più sottili, rare e affascinanti che la natura sappia mettere in scena.
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