Storie
Onesimus: lo schiavo che salvò Boston dal vaiolo nel 1721
Un africano ridotto in schiavitù insegnò all'America la tecnica che anticipò i vaccini.

La storia della lotta alle epidemie ha un eroe quasi dimenticato, un uomo di cui non conosciamo nemmeno il vero nome africano. Si chiamava Onesimus, era stato ridotto in schiavitù, e nel 1721 fu lui a rivelare a Boston la tecnica che salvò centinaia di vite dal vaiolo e gettò le basi della futura vaccinazione. La sua conoscenza arrivava dall'Africa, settant'anni prima che l'Occidente la riconoscesse ufficialmente.
Il vaiolo era allora una delle malattie più temute al mondo: altamente contagioso, sfigurante, mortale per una vittima su sette o peggio. Nell'estate del 1721 un'epidemia colpì Boston, allora una cittadina di circa 11.000 abitanti. Più della metà della popolazione si ammalò e si contarono oltre 800 morti, quasi il 14% dei residenti, come documenta la scheda biografica su Onesimus.

Una conoscenza venuta dall'Africa
Onesimus era stato donato nel 1706 al predicatore puritano Cotton Mather, una delle figure più influenti della colonia. Quando Mather gli chiese se avesse mai avuto il vaiolo, Onesimus rispose «sì e no»: spiegò di essere stato sottoposto, da bambino in Africa, a una procedura che lo aveva reso immune. Consisteva nel prelevare un po' di pus da una persona malata e introdurlo in una piccola incisione sul braccio di una persona sana. Il risultato era una forma lieve della malattia, che però conferiva una protezione duratura. Era la variolizzazione, una pratica diffusa da secoli in Africa, in Asia e in Medio Oriente.
Mather rimase colpito. Verificò la storia con altre persone schiavizzate di origine africana, che confermarono di conoscere la stessa tecnica. Si convinse così che quel metodo «esotico» potesse salvare Boston, come ricostruisce il portale History of Vaccines del College of Physicians of Philadelphia.
L'esperimento del dottor Boylston
Quando l'epidemia scoppiò, Mather esortò i medici della città a tentare l'inoculazione. Quasi tutti rifiutarono, scandalizzati: introdurre volontariamente la malattia in un corpo sano sembrava una follia, e per molti anche un atto contro la volontà di Dio. Un solo medico accettò la sfida: Zabdiel Boylston. Inoculò per primo il proprio figlio e due persone schiavizzate, poi via via altri abitanti, fino a circa 240 persone.

I risultati furono clamorosi. Tra le persone inoculate da Boylston la mortalità fu di circa 1 su 40 (il 2,5%), contro 1 su 7 della popolazione generale. I numeri, raccolti scrupolosamente, costituiscono uno dei primi esempi documentati di valutazione statistica di un intervento medico, come ricorda anche la Massachusetts Historical Society.
Ostilità e riscatto
L'iniziativa scatenò una violenta reazione. Mather e Boylston furono insultati e minacciati; una notte qualcuno lanciò una bomba incendiaria — fortunatamente inesplosa — contro la casa di Mather, con un biglietto di insulti. Eppure i fatti parlavano chiaro: l'inoculazione funzionava. La pratica si diffuse lentamente nelle colonie e in Europa, finché nel 1796 Edward Jenner perfezionò il metodo usando il più sicuro vaiolo bovino, dando vita alla vaccinazione vera e propria, come ricorda anche il portale di HISTORY.
Della vita di Onesimus sappiamo poco: riuscì a riscattare parzialmente la propria libertà e poi si perdono le sue tracce. Ma il sapere che portò con sé dall'Africa salvò innumerevoli vite e aprì la strada a una delle più grandi conquiste della medicina. È giusto, oggi, restituirgli il suo posto nella storia.
Una tecnica antica e globale
La conoscenza portata da Onesimus non era un'invenzione isolata, ma parte di un sapere diffuso in mezzo mondo. Forme di variolizzazione erano praticate da secoli in Cina (dove la polvere di croste essiccate veniva insufflata nel naso), in India, in Turchia e in diverse regioni dell'Africa occidentale. È significativo che, proprio nello stesso 1721, in Inghilterra Lady Mary Wortley Montagu — che aveva osservato la pratica a Costantinopoli, dove il marito era ambasciatore — facesse inoculare i propri figli, contribuendo a diffondere il metodo nell'aristocrazia britannica. Due continenti, lo stesso anno, lo stesso passo verso la medicina moderna.
Questo intreccio ci ricorda quanto la scienza occidentale debba a saperi spesso considerati «primitivi». La testimonianza di un uomo schiavizzato e quella di una nobildonna viaggiatrice convergevano sulla stessa verità, che la medicina ufficiale faticava ad accettare per pregiudizio prima ancora che per prudenza.
Un dilemma etico e un'eredità
La storia di Onesimus solleva anche domande scomode. L'inoculazione comportava un rischio reale — una piccola percentuale di inoculati moriva comunque — e nel Settecento mancava ogni nozione di consenso informato; le prime persone inoculate da Boylston furono il figlio e due individui ridotti in schiavitù, che difficilmente poterono rifiutare. È un capitolo che intreccia coraggio scientifico e ingiustizia sociale, e che va raccontato in tutta la sua complessità.
Resta il fatto che quel sapere africano salvò moltissime vite e aprì la strada a una delle più grandi rivoluzioni della medicina. Quando nel 1980 l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò il vaiolo ufficialmente eradicato — l'unica malattia umana mai cancellata dal pianeta — quel traguardo affondava le radici anche nell'incisione su un braccio praticata a Boston nel 1721. Riconoscere il contributo di Onesimus significa restituire alla storia della scienza una verità più completa e più giusta.
Una buona curiosità ogni mattina
Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.
Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


