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Douglas Mawson: la sopravvivenza impossibile in Antartide

Perso il compagno e quasi tutte le provviste, l'esploratore strisciò per 160 chilometri sul ghiaccio.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto dell'esploratore polare Douglas Mawson nel 1914
Ritratto dell'esploratore polare Douglas Mawson nel 1914

Tra le grandi epopee dell'esplorazione polare, poche eguagliano per dramma e tenacia la marcia solitaria di Douglas Mawson attraverso l'Antartide nel 1912-1913. Rimasto solo, con i compagni morti, gran parte delle provviste perdute e il corpo che letteralmente si disfaceva, l'esploratore australiano percorse oltre 160 chilometri sul ghiaccio per tornare alla base. È una storia di sopravvivenza che sembra inventata, e invece è documentata fin nei minimi dettagli.

Geologo brillante, Mawson aveva rifiutato l'invito di Scott alla sua spedizione per organizzarne una propria: la Australasian Antarctic Expedition (1911-1914). La base fu installata a Cape Denison, che si rivelò uno dei luoghi più inospitali della Terra, battuto da venti catabatici che soffiavano per mesi a oltre 240 km/h. Come ricorda la biografia dell'Encyclopaedia Britannica, Mawson lo definì «il domicilio della bufera».

Distesa di ghiaccio antartico
Foto: ArcticDesire.com / Pexels

La tragedia del crepaccio

Nel novembre del 1912 Mawson partì con due compagni — il giovane ufficiale inglese Belgrave Ninnis e lo sciatore svizzero Xavier Mertz — per esplorare le terre a est della base, con slitte trainate dai cani. Il 14 dicembre, dopo settimane di marcia, accadde il disastro: Ninnis, le sue slitte e sei cani sprofondarono improvvisamente in un crepaccio nascosto sotto la neve. Con loro sparirono la tenda, gran parte del cibo per gli uomini e quasi tutte le scorte per gli animali. Mawson e Mertz, a oltre 500 km dalla base, si ritrovarono con razioni per pochi giorni.

Mangiare i cani (e il veleno nascosto)

Per sopravvivere durante il ritorno furono costretti a uccidere e mangiare i cani rimasti, fegato compreso. Fu un errore fatale che all'epoca nessuno poteva conoscere: il fegato dei cani da slitta è ricchissimo di vitamina A, e in quelle quantità diventa tossico per l'uomo (una condizione oggi nota come ipervitaminosi A). Mertz si ammalò gravemente — perdita di pelle, dolori, delirio — e morì l'8 gennaio 1913. Mawson restò solo, malato anch'egli, con centinaia di chilometri davanti.

Cani da slitta nella neve, simili a quelli usati nelle spedizioni polari
Foto: Destiny Finn / Pexels

La marcia di un uomo solo

Ciò che seguì è entrato nella leggenda. Mawson proseguì da solo, trascinando una slitta alleggerita. Le piante dei piedi gli si staccavano a brandelli per il congelamento e la malnutrizione: dovette fasciarsele e camminare letteralmente sulla carne viva. A un certo punto precipitò in un crepaccio e rimase sospeso nel vuoto, trattenuto solo dalla corda legata alla slitta incastrata nella neve: trovò la forza di risalire centimetro dopo centimetro lungo la fune. Dettagli che lui stesso annotò nel diario poi pubblicato nel celebre libro The Home of the Blizzard, e che la voce sulla spedizione orientale ricostruisce con precisione.

L'ultima beffa

Dopo settimane Mawson raggiunse finalmente Cape Denison, il 8 febbraio 1913. Ma il destino gli riservò un'ultima crudeltà: la nave della spedizione, l'Aurora, era salpata poche ore prima, all'orizzonte. Mawson e sei uomini rimasti ad aspettarlo dovettero trascorrere un altro inverno completo in Antartide prima di poter tornare a casa. Sopravvisse, fu nominato cavaliere e divenne uno dei massimi scienziati australiani; il suo volto comparve a lungo sulle banconote da cento dollari australiani. La sua eredità è ancora viva nei programmi di ricerca dell'Australian Antarctic Program.

La storia di Mawson non è quella di una conquista, ma di una resistenza: la dimostrazione di cosa sia capace un essere umano quando l'unica alternativa alla disperazione è continuare a strisciare in avanti.

La spedizione che fece scienza

Al di là del dramma umano, la spedizione di Mawson fu un'impresa scientifica di prim'ordine. Tra il 1911 e il 1914 i suoi uomini raccolsero dati meteorologici, geologici e magnetici di valore inestimabile, esplorarono ampi tratti di costa antartica mai cartografati e stabilirono per la prima volta un contatto radio regolare tra l'Antartide e l'Australia, sfruttando una stazione ripetitrice sull'isola di Macquarie. Furono tra i primi a documentare scientificamente i violentissimi venti catabatici, quelle masse d'aria gelida che precipitano dall'altopiano verso il mare e che fanno di Cape Denison uno dei luoghi più ventosi del pianeta a livello del mare.

Mawson aveva già esperienza dei ghiacci: pochi anni prima, durante la spedizione Nimrod di Shackleton, aveva fatto parte del gruppo che raggiunse per primo la regione del polo sud magnetico. Era, in sostanza, tanto un esploratore quanto uno scienziato, e fu questa doppia natura a guidare le sue scelte.

Un'eredità che dura

Tornato in patria, Mawson fu nominato cavaliere e divenne professore di geologia ad Adelaide, continuando a promuovere la ricerca antartica per tutta la vita. La base permanente australiana in Antartide, la Mawson Station, attiva senza interruzioni dal 1954, porta il suo nome, così come una vasta porzione del continente, la Terra di Mackenzie e la cosiddetta Mawson Coast. Per generazioni di australiani il suo volto è stato familiare anche perché comparve a lungo sulla banconota da cento dollari.

La sua impresa di sopravvivenza solitaria è studiata ancora oggi nei corsi di medicina e di fisiologia estrema, soprattutto per il caso dell'ipervitaminosi A da fegato di cane, riconosciuto solo decenni più tardi. Ma al di là dei dettagli tecnici, la marcia di Mawson resta soprattutto una straordinaria lezione di volontà: la prova di cosa significhi mettere un piede davanti all'altro quando ogni ragione suggerirebbe di arrendersi.

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