Storie
Philippe Petit: il funambolo che camminò tra le Torri Gemelle
Il 7 agosto 1974 attraversò il vuoto a 400 metri d'altezza: 'il crimine artistico del secolo'.

La mattina del 7 agosto 1974, i newyorkesi che alzavano lo sguardo verso le appena completate Torri Gemelle videro qualcosa di impossibile: un uomo che camminava nel vuoto, a oltre 400 metri d'altezza, sospeso su un cavo d'acciaio teso tra i due grattacieli. Quell'uomo era Philippe Petit, un funambolo francese di 24 anni, e la sua impresa sarebbe stata ribattezzata «il crimine artistico del secolo».
Un sogno nato in una sala d'attesa
L'idea era nata sei anni prima, e nel modo più banale. Nel 1968, in una sala d'attesa dal dentista a Parigi, il giovane Petit sfogliò una rivista in cui si parlava del progetto delle due torri del World Trade Center, ancora da costruire. Folgorato, strappò la pagina e cominciò a sognare. Non erano ancora state edificate, eppure lui aveva già deciso: un giorno avrebbe camminato tra quelle torri.
Petit non era un improvvisatore. Funambolo, giocoliere e artista di strada, si era già esibito in luoghi spettacolari, tendendo un cavo tra le torri della cattedrale di Notre-Dame a Parigi nel 1971 e sul ponte del porto di Sydney. Ma il World Trade Center era un'altra sfida: come ricorda la biografia dell'Enciclopedia Britannica, si trattava delle due torri più alte del mondo all'epoca, con una distanza di circa 43 metri tra l'una e l'altra e centinaia di metri di vuoto sotto.
Il "colpo" del secolo
Per realizzare l'impresa, Petit organizzò quella che lui stesso chiamava «le coup», con la meticolosità di una rapina. Per mesi studiò gli edifici, vi si introdusse travestito da operaio e da uomo d'affari, fotografò gli accessi al tetto, prese le misure. La notte tra il 6 e il 7 agosto 1974, con l'aiuto di alcuni complici, fece passare clandestinamente l'attrezzatura ai piani altissimi delle torri ancora in parte da ultimare, come ha ricostruito anche lo Smithsonian Magazine.
La sfida più ardua era tendere il pesante cavo d'acciaio da una torre all'altra. La squadra risolse il problema in modo ingegnoso: usò un arco per scoccare una freccia legata a un filo sottile da una torre all'altra, e da quel filo passò via via a corde sempre più robuste fino a tendere il cavo portante. Lavorando al buio, per tutta la notte, riuscirono ad assicurare il cavo poco prima dell'alba.
Quarantacinque minuti nel cielo
Poco dopo le 7 del mattino, Philippe Petit mise il piede sul cavo. Per circa 45 minuti camminò avanti e indietro tra le due torri, compiendo otto traversate. Non si limitò ad attraversare: si inginocchiò, si sdraiò sul cavo guardando il cielo, salutò la folla che si radunava sempre più numerosa sui marciapiedi, sfidò gli agenti di polizia accorsi sui tetti, che non potevano fare nulla per fermarlo se non aspettarlo a un'estremità. Sotto di lui, la città si era fermata a guardare.
Quando finalmente scese, fu immediatamente arrestato. Le accuse, però, furono presto ritirate: in cambio, Petit accettò di tenere una gratuita esibizione su una corda per i bambini a Central Park. La sua "follia" aveva conquistato tutti, autorità comprese.
Un gesto diventato memoria
L'impresa di Petit è rimasta unica e irripetibile: dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, che distrussero le Torri Gemelle, quella camminata ha assunto un valore quasi sacro, il ricordo di un momento di pura, gratuita bellezza legato a edifici poi scomparsi nella tragedia. Per molti newyorkesi, l'immagine dell'uomo sul filo è diventata un modo per ricordare le torri non solo attraverso la loro fine, ma anche attraverso un istante di meraviglia.
La storia è stata raccontata da Petit stesso nel libro To Reach the Clouds e immortalata nel documentario Man on Wire del 2008, diretto da James Marsh, che vinse il Premio Oscar come miglior documentario. Alla domanda su perché avesse rischiato la vita in quel modo, Petit ha sempre dato la stessa, spiazzante risposta: non c'era un perché. Non lo aveva fatto per soldi, né per fama, ma per la pura bellezza del gesto. «Quando vedo tre arance, faccio giocoleria; quando vedo due torri, cammino», ha detto. In un'epoca ossessionata dall'utilità, la sua impresa resta un inno alla gratuità dell'arte e al coraggio di trasformare un sogno impossibile in realtà.
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