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Donald Crowhurst: la menzogna in mare che diventò tragedia

Storia dell’ingegnere inglese che falsificò il giro del mondo a vela e si perse, nel corpo e nella mente, nell’Atlantico del 1969

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Una barca a vela solitaria naviga in un vasto oceano avvolto dalla foschia
Una barca a vela solitaria naviga in un vasto oceano avvolto dalla foschia

Donald Crowhurst è uno dei nomi più tragici e inquietanti della storia della vela. Nel 1968 questo ingegnere elettronico inglese, velista dilettante, si imbarcò in un’impresa che lo avrebbe consegnato alla leggenda non per un’impresa compiuta, ma per una bugia diventata trappola. Partecipava alla Sunday Times Golden Globe Race, la prima regata in solitario e senza scalo intorno al mondo. Resosi conto che la sua barca non avrebbe retto i mari del Sud, cominciò a falsificare la propria posizione. Quella menzogna lo trascinò in una spirale psicologica da cui non uscì più: il suo trimarano fu ritrovato vuoto, alla deriva nell’Atlantico, nel luglio del 1969.

La Golden Globe Race del 1968: la sfida impossibile

Nel 1968 il Sunday Times di Londra lanciò una competizione senza precedenti: il giro del mondo a vela, in solitario, senza scalo e senza assistenza. Nessun essere umano lo aveva ancora compiuto. La regata, battezzata Golden Globe Race, prevedeva un trofeo per il primo a tornare e un premio in denaro per la traversata più veloce. I concorrenti potevano partire da qualsiasi porto inglese entro il 31 ottobre 1968.

A completare il giro del mondo riuscì un solo uomo: Robin Knox-Johnston, che con il ketch Suhaili rientrò vittorioso il 22 aprile 1969, diventando il primo navigatore della storia a compiere il periplo del pianeta in solitario e senza interruzioni. Degli altri concorrenti, chi si ritirò, chi naufragò, chi abbandonò. Uno solo scelse una strada diversa, fatale.

La traversata richiedeva di percorrere oltre quarantamila chilometri attraverso i tre grandi capi dell’emisfero australe, in mesi di completo isolamento, senza possibilità di toccare terra nè di ricevere viveri o ricambi. Era una prova ai limiti della resistenza umana, in un’epoca priva di posizionamento satellitare e di comunicazioni affidabili. Per molti dei nove partecipanti il sogno si infranse in poche settimane.

Il relitto del trimarano Teignmouth Electron arenato su una spiaggia
Il relitto del Teignmouth Electron, oggi nelle Isole Cayman. La barca, costruita in fretta nel 1968, non fu mai realmente collaudata. Foto: Wikimedia Commons.

Donald Crowhurst e il Teignmouth Electron

Donald Crowhurst era un ingegnere elettronico e piccolo imprenditore: aveva sviluppato un dispositivo di navigazione radio, il Navicator, ma la sua azienda era in difficoltà. La Golden Globe gli sembrò l’occasione per rilanciare se stesso e la propria attività. Velista appassionato ma di esperienza limitata in alto mare, fece costruire un trimarano, il Teignmouth Electron, che voleva equipaggiare con sistemi di sicurezza all’avanguardia di sua progettazione.

I tempi e i fondi non bastarono. La barca venne ultimata in fretta, molti dei dispositivi previsti rimasero incompiuti e l’imbarcazione presentava falle già prima della partenza. Crowhurst salpò da Teignmouth, nel Devon, il 31 ottobre 1968, l’ultimo giorno consentito dal regolamento, con un mezzo non collaudato e su cui pesavano debiti e garanzie firmate verso il proprio finanziatore.

La menzogna: le posizioni false nell’Atlantico

Già nelle prime settimane apparve chiaro che il trimarano imbarcava acqua e che la pompa di sentina, mai completata, non avrebbe potuto sostenere la traversata dei mari del Sud, le acque più temute del pianeta tra capo di Buona Speranza, capo Leeuwin e capo Horn. Tornare indietro significava la rovina economica e l’umiliazione pubblica. Proseguire significava quasi certamente la morte.

Crowhurst scelse una terza via, disperata. Smise di comunicare in modo chiaro e cominciò a trasmettere via radio posizioni false, lasciando intendere progressi straordinari, mentre in realtà restava a navigare nell’Atlantico meridionale. Tenne due serie di registri di bordo: uno reale e uno fittizio, con calcoli di navigazione costruiti a ritroso per reggere a un eventuale controllo. Per mesi il mondo lo credette lanciato verso un’impresa storica.

Costruire una rotta immaginaria a tavolino non era affatto semplice: ogni posizione dichiarata doveva risultare coerente con le condizioni meteorologiche reali di quelle latitudini, con le distanze percorribili in un giorno e con i bollettini che gli arrivavano. Crowhurst, da ingegnere meticoloso, dedicò energie enormi a rendere credibile l’inganno, in un esercizio mentale logorante che lo isolava sempre più dalla realtà. A terra, intanto, la sua città si preparava ad accoglierlo come un eroe.

Onde dell’oceano sotto un cielo cupo e tempestoso
L’Atlantico, teatro dell’inganno e della solitudine di Crowhurst. Foto: Magda Ehlers / Pexels.

Il dramma psicologico nei log di bordo

L’isolamento prolungato, il peso della menzogna e la prospettiva paradossale di vincere il premio per la traversata piu’ veloce, esponendosi così a una verifica dei suoi calcoli, lo trascinarono in una crisi profonda. Mentre il rivale Nigel Tetley, credendo Crowhurst vicino e temendo di essere superato, forzò il proprio trimarano fino a farlo affondare, dovendo abbandonarlo il 30 maggio 1969, Crowhurst si ritrovò involontariamente in posizione di possibile vincitore: proprio ciò che più temeva.

Negli ultimi giorni i suoi quaderni si riempirono di un lungo scritto filosofico e metafisico di oltre 25.000 parole, in cui rifletteva sul tempo, su Dio, sulla mente umana e sulla propria natura. Le annotazioni, sempre più sconnesse, documentano in modo straziante il deteriorarsi del suo equilibrio interiore. L’ultima riga del diario porta la data del 1° luglio 1969.

I documenti di bordo restano una delle testimonianze più intense e dolorose mai prodotte da un naufrago della mente, prima ancora che del mare.

Il ritrovamento e l’eredità di una tragedia

Il 10 luglio 1969 la nave Picardy avvistò il Teignmouth Electron alla deriva, deserto, nell’Atlantico. A bordo non c’era nessuno: solo i registri, le carte e gli scritti finali. Si ritiene che Crowhurst si sia tolto la vita gettandosi in mare attorno al 1° luglio. Il corpo non fu mai ritrovato.

Quando, esaminando i log, emerse la verità sulla rotta mai compiuta, il Sunday Times e gli altri protagonisti reagirono con rispetto e umanità. Robin Knox-Johnston, vincitore della regata, devolse l’intero premio di 5.000 sterline alla vedova e ai figli di Crowhurst. La sua storia fu raccontata pochi mesi dopo nel libro-inchiesta The Strange Last Voyage of Donald Crowhurst, scritto dai giornalisti Nicholas Tomalin e Ron Hall e pubblicato nel 1970.

A più di mezzo secolo di distanza, la vicenda di Donald Crowhurst continua a interrogarci. Non è soltanto la cronaca di un inganno, ma la testimonianza di un uomo schiacciato tra le proprie ambizioni, le pressioni economiche e i limiti umani, fino al punto di rottura. La sua storia va letta con compassione: ci ricorda quanto fragile possa essere la mente di fronte alla solitudine assoluta e a una sfida più grande di chiunque. Per chi attraversa momenti di sofferenza psicologica, parlarne e chiedere aiuto non è mai un fallimento, ma il primo gesto di coraggio.

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