Storie
Vivian Maier: la bambinaia che era una grande fotografa segreta
Per quarant'anni fece la tata a Chicago scattando in segreto oltre 150.000 foto. Morì sconosciuta nel 2009: i suoi negativi, comprati a un'asta, l'hanno resa celebre nel mondo.

Per quarant'anni fece la bambinaia nelle case borghesi di Chicago. Camminava per le strade con una macchina fotografica appesa al collo e scattava di continuo: passanti, vetrine, mendicanti, bambini, riflessi nei finestrini. Poi riponeva i rullini, spesso senza nemmeno svilupparli, in scatole che si accumulavano nei suoi bagagli. Vivian Maier morì nel 2009 quasi sconosciuta. Oggi è considerata una delle più grandi fotografe di strada del Novecento. La sua storia è uno dei più clamorosi casi di genio artistico scoperto per puro caso.
Una vita nascosta in piena vista
Vivian Dorothea Maier nacque a New York il 1º febbraio 1926, da madre francese e padre di origine austriaca. Trascorse parte dell'infanzia e della giovinezza in Francia, nelle Alpi dell'Altopiano dell'Ubaye, da cui proveniva la famiglia materna, prima di stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti. Dagli anni Cinquanta visse a Chicago, dove lavorò per circa quarant'anni come bambinaia presso diverse famiglie. Le persone che la conobbero la descrivono come una donna riservata, colta, indipendente e gelosa della propria privacy: pochissimi sapevano della sua ossessione per la fotografia, e nessuno immaginava la mole del suo lavoro.
Il suo strumento prediletto era la Rolleiflex, una macchina biottica che si tiene all'altezza del petto e si guarda dall'alto. Questa posizione le permetteva di fotografare le persone senza puntare l'obiettivo verso il loro volto, cogliendole in modo naturale e diretto. Nel corso della vita realizzò, secondo le stime, oltre centocinquantamila fotografie, gran parte delle quali non vide mai stampate.
Una scatola comprata all'asta
La svolta avvenne nel 2007. Un giovane agente immobiliare e storico dilettante di Chicago, John Maloof, stava cercando immagini d'epoca per un libro su un quartiere della città. A un'asta di oggetti provenienti da un box abbandonato per morosità acquistò, per poche centinaia di dollari, una scatola piena di negativi di un'autrice a lui del tutto sconosciuta. Come racconta lo stesso Maloof nei materiali pubblicati sul sito ufficiale dedicato all'archivio Vivian Maier, capì presto di avere tra le mani qualcosa di eccezionale.
Iniziò a scansionare e pubblicare le immagini online: la risposta fu immediata e travolgente. Maloof rintracciò e acquistò gran parte dell'archivio disperso – decine di migliaia di rullini, molti ancora da sviluppare – e cominciò un lungo lavoro di catalogazione. Solo allora, mettendo insieme i pochi documenti disponibili, riuscì a dare un nome e una biografia all'autrice di quelle fotografie.
Lo stile: gli autoritratti e lo sguardo sulla strada
Ciò che colpisce nelle immagini di Maier è la combinazione di rigore compositivo e curiosità umana. Le sue fotografie ritraggono soprattutto la gente comune delle metropoli americane degli anni Cinquanta e Sessanta: operai, signore eleganti, bambini, anziani, persone ai margini. Lo sguardo non è mai di superiorità, ma di partecipazione: coglie gesti minimi, espressioni fugaci, piccole ironie della vita quotidiana.
Un capitolo a parte è quello degli autoritratti. Maier amava fotografare la propria immagine riflessa in specchi, vetrine e superfici metalliche, oppure la propria ombra proiettata sul marciapiede. Sono centinaia, e costituiscono una sorta di diario visivo di una donna che, pur restando invisibile agli altri, non smetteva di interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Questa insistenza sull'autorappresentazione, unita alla scelta di non mostrare mai il proprio lavoro, rende il caso Maier ancora più enigmatico e affascinante per gli studiosi.
Il riconoscimento postumo
Vivian Maier morì a Chicago il 21 aprile 2009, all'età di 83 anni, proprio mentre le sue fotografie cominciavano a circolare in rete. Non seppe mai di essere diventata famosa. Nel giro di pochi anni il suo lavoro fu esposto in musei e gallerie di tutto il mondo, raccolto in volumi e analizzato dai critici, che la collocarono accanto a maestri della street photography come Helen Levitt o Robert Frank. Il documentario Finding Vivian Maier (2013), diretto dallo stesso Maloof con Charlie Siskel, ricostruì la sua vicenda e ottenne nel 2015 una candidatura all'Oscar come miglior documentario.
La sua opera pone domande affascinanti. Perché una fotografa così dotata non cercò mai di pubblicare o esporre? Era timidezza, mancanza di mezzi, o semplicemente il piacere puro dell'atto del fotografare, senza bisogno di un pubblico? Le risposte restano in gran parte un mistero, anche perché la stessa Maier custodiva con cura ogni dettaglio della propria vita privata.
Un'eredità complicata
La riscoperta ha portato con sé anche questioni delicate. Maier morì senza testamento, e la titolarità dei diritti sulle sue immagini è stata a lungo oggetto di dispute legali tra chi aveva acquistato i negativi e gli eredi rintracciati in Francia. È una vicenda che solleva interrogativi etici: è giusto esporre e vendere il lavoro di un'artista che, in vita, scelse deliberatamente di tenerlo nascosto? La voce enciclopedica dedicata alla fotografa ricostruisce nel dettaglio sia la biografia sia le controversie sul suo archivio.
Al di là delle dispute, resta il fatto artistico: migliaia di immagini di straordinaria intensità, capaci di restituire la vita urbana americana della seconda metà del Novecento con uno sguardo empatico e ironico. Vivian Maier ci ricorda che il talento può fiorire lontano dai riflettori, e che a volte le opere più potenti nascono semplicemente dal bisogno di guardare il mondo con attenzione.
Una buona curiosità ogni mattina
Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.
Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.



