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Vivian Maier: la bambinaia che fotografò Chicago e New York per 40 anni senza dirlo a nessuno, scoperta solo nel 2007

Per 70 anni una donna riservata ha lavorato come bambinaia a Chicago, sempre con un Rolleiflex al collo. Nelle sue scatole, vendute all'asta nel 2007 per un debito di affitto, c'erano 150.000 negativi tra i più importanti del Novecento.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Macchina fotografica Rolleiflex a doppio obiettivo, il modello usato da Vivian Maier
Macchina fotografica Rolleiflex a doppio obiettivo, il modello usato da Vivian Maier

Nell'ottobre 2007 un giovane agente immobiliare di 26 anni, John Maloof, sta scrivendo un libro fotografico sul Northwest Side di Chicago. Per cercare materiale d'epoca si presenta a una piccola asta nel quartiere di Portage Park, dove un magazzino di self-storage sta liquidando il contenuto di alcuni box di affittuari morosi. Maloof acquista per 380 dollari un cartone pieno di negativi fotografici. Non sa nulla del proprietario. Quando comincia a stamparli a casa con un piccolo scanner amatoriale, capisce di avere tra le mani qualcosa di straordinario. Le foto in bianco e nero ritraggono Chicago e New York tra il 1955 e il 1980 con una precisione tecnica e una empatia umana che gli ricordano Diane Arbus, Robert Frank, Helen Levitt. Sui rotoli non c'è un nome, solo un'iniziale: "V.M.". Maloof apre un blog, posta qualche scatto su Flickr nell'ottobre 2009. Il mondo è appena entrato in casa di Vivian Maier, una bambinaia che era morta poche settimane prima senza che nessuno sapesse chi fosse veramente.

Una vita doppia

Vivian Dorothy Maier nasce a New York il 1° febbraio 1926 da padre austriaco e madre francese, originaria della Champagne. Cresce tra il villaggio di Saint-Bonnet-en-Champsaur sulle Alpi francesi e Manhattan, parla inglese con un accento francese che terrà per tutta la vita. Dai primi anni Cinquanta lavora come bambinaia nelle famiglie borghesi della North Shore di Chicago. Quasi tutti la ricordano allo stesso modo: alta, magra, sempre in trench e cappello, riservata, schiva, lievemente eccentrica. Nessuno dei datori di lavoro — tra cui il celebre conduttore televisivo Phil Donahue, che la assunse brevemente nel 1975 — sapeva che dietro il suo silenzioso compito quotidiano si nascondeva una fotografa che usciva ogni weekend con la Rolleiflex al collo per scattare la città. La scheda biografica di Wikipedia raccoglie le testimonianze dei bambini ormai adulti che le erano stati affidati.

Centocinquantamila negativi mai stampati

Quando Maier muore l'11 aprile 2009 al Highland Park Hospital, all'età di 83 anni, lascia tre figli dei datori di lavoro che si erano presi cura di lei negli ultimi anni e un magazzino di Chicago strapieno di scatole. Quel magazzino, di cui non aveva più pagato l'affitto, è lo stesso da cui Maloof aveva comprato il primo lotto due anni prima. Le stime parlano di 150.000 negativi, 2.000 rulli di pellicola non sviluppati, 3.000 stampe e centinaia di Super 8 di film amatoriali. Solo una porzione minima era stata sviluppata: la maggior parte di quei rulli, quando furono trovati, era ancora chiusa nelle confezioni Kodak originali. Maier scattava per sé, non aveva mai cercato un'esposizione, una pubblicazione, un riconoscimento. La cronologia ufficiale sul sito Vivianmaier.com, gestito dallo stesso Maloof, ricostruisce passo passo la scoperta.

Strada di Chicago in bianco e nero con luci e ombre
Le strade di Chicago, soggetto principale di buona parte dell'opera di Vivian Maier. Foto: Roy Serafin / Pexels.

L'esplosione internazionale

La svolta arriva nel gennaio 2011 con la prima mostra alla Chicago Cultural Center: in pochi mesi le foto di Maier sono ovunque, dalla MoMA alle gallerie europee, ai libri della Powerhouse Books. Nel 2013 il documentario Finding Vivian Maier di Maloof e Charlie Siskel viene candidato all'Oscar. Le sue immagini sono confronti diretti coi grandi della street photography del Novecento: composizioni geometriche perfette, autoritratti specchiati nelle vetrine, sguardi rubati a barboni, donne in pelliccia, bambini in cortile. Una retrospettiva del 2018 all'International Center of Photography di New York ha mostrato 67 autoritratti che la ritraggono come una sentinella di se stessa: mai a viso intero, sempre come riflesso o ombra. "Maier non si fidava di nessuno per la propria immagine", ha spiegato il curatore della mostra Gerry Badger.

I dubbi sui diritti d'autore

L'esplosione del fenomeno Maier ha portato con sé una controversia legale che dura ancora oggi. John Maloof, che dichiara di possedere oltre l'80% del corpus, non è un erede legale. Maier non aveva né testamento né eredi diretti. Nel 2014 un parente francese di secondo grado, David Deal, ha intentato causa per la titolarità dei diritti d'autore: la disputa è tuttora in essere presso le corti dell'Illinois. La cronaca pubblicata dal Guardian nel 2014 ricostruisce il caso, e nel 2024 una decisione preliminare ha sospeso la vendita di nuove stampe in attesa della sentenza definitiva.

Una fotografa che non voleva esistere

Più ancora del valore artistico (immenso, ormai universalmente riconosciuto), il caso Maier è un caso di vita doppia. Una donna che ha visto tutto, ha fotografato tutto e non ha mostrato niente. La citazione che le viene attribuita più spesso, ripresa in un'intervista del 2013 a un suo ex datore di lavoro pubblicata su NPR, è perfetta come epitaffio: "Sono una specie di spia". Saliva sui tetti, scendeva nei seminterrati, fotografava i barboni come se fossero re. Poi tornava a casa, lavava i bambini, preparava la cena, andava a letto. Le 150.000 immagini che chiunque può oggi vedere in mostra a New York o a Milano sono il diario muto di una vita parallela. Vivian Maier non ha mai saputo, in vita, di essere una grande fotografa. Forse non avrebbe nemmeno voluto saperlo.

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