Storie
Hugh Glass: l'uomo che strisciò per 300 km dopo l'orso (1823)
Sbranato da un grizzly e abbandonato dai compagni nel 1823, il cacciatore di pellicce si trascinò per centinaia di chilometri fino a salvarsi: la vera storia dietro «Revenant».

Nell'agosto del 1823, in quello che oggi è il nord-ovest del South Dakota, un cacciatore di pellicce di nome Hugh Glass fu sbranato da un orso grizzly e lasciato morire dai suoi compagni. Avrebbe dovuto spirare nel giro di poche ore. Invece, con il cranio scuoiato, la gola lacerata e una gamba rotta, trascinò il proprio corpo per centinaia di chilometri attraverso la prateria selvaggia fino a mettersi in salvo. La sua è una delle più straordinarie storie di sopravvivenza della frontiera americana – quella che, quasi due secoli dopo, ha ispirato il film Revenant.
Un trapper sulla frontiera
Di Hugh Glass si sa poco con certezza: nacque probabilmente in Pennsylvania intorno al 1780 e gran parte della sua biografia è avvolta nella leggenda. Nel 1823 si era unito a una spedizione di cacciatori di pellicce guidata da Andrew Henry, risalendo il fiume Missouri per conto della Rocky Mountain Fur Company. Era l'epoca dei mountain men, gli uomini che si addentravano nei territori inesplorati delle Montagne Rocciose in cerca di castori, le cui pelli alimentavano un mercato fiorente. Come riassume la voce dedicata a Glass dall'Enciclopedia Britannica, fu durante questa spedizione che avvenne l'incontro che lo rese leggendario.
L'attacco dell'orso
Mentre esplorava da solo lungo un affluente del fiume Grand, Glass si imbatté in un'orsa grizzly con due cuccioli. L'animale, per proteggere la prole, lo caricò. Secondo i racconti dell'epoca, riportati anche dal sito History, l'orsa gli squarciò il cuoio capelluto, gli perforò la gola e gli lasciò profonde ferite su schiena e gamba. I compagni accorsi riuscirono a uccidere l'animale, ma Glass era ridotto in fin di vita.
Il capo spedizione, convinto che non sarebbe sopravvissuto e non potendo rallentare l'intero gruppo, lasciò due uomini a vegliarlo fino alla morte e a dargli sepoltura: il giovane Jim Bridger, all'epoca diciannovenne e destinato a diventare uno dei più celebri esploratori del West, e un certo John Fitzgerald. I due, però, dopo qualche giorno si convinsero che il pericolo (gli indiani Arikara erano nei paraggi) fosse troppo grande. Presero il fucile, il coltello e l'equipaggiamento di Glass e se ne andarono, riferendo al resto della spedizione che era morto.
Centinaia di chilometri strisciando
Glass non era morto. Si risvegliò solo, disarmato e mutilato, a centinaia di chilometri dall'avamposto più vicino. Cominciò allora un'impresa che ha del miracoloso: incapace di camminare, si trascinò carponi verso il fiume. Si racconta che, per evitare la cancrena, abbia lasciato che le larve delle mosche ripulissero le sue ferite dal tessuto morto, e che si sia rimesso da solo la gamba fratturata. Si nutrì di bacche, radici, serpenti e carogne, in un caso strappando a un branco di lupi i resti di un bisonte.
In circa sei settimane percorse, secondo le stime, fra i 300 e i 400 chilometri fino a Fort Kiowa, sul Missouri. La sua determinazione, secondo le cronache, era alimentata da un solo pensiero: vendicarsi degli uomini che lo avevano abbandonato.
Per comprendere quanto fosse ostile quell'ambiente, vale la pena ricordare il contesto. All'inizio dell'Ottocento le Grandi Pianure erano un territorio quasi privo di insediamenti europei, percorso da nazioni native come i Lakota, gli Arikara e i Mandan, e da branchi sterminati di bisonti. I trapper si muovevano in piccoli gruppi, spesso a giorni di marcia dal forte più vicino, e una ferita seria equivaleva quasi sempre a una condanna a morte. Non esistevano medici, antibiotici né mezzi di soccorso: la sopravvivenza dipendeva interamente dalla resistenza individuale e dalla conoscenza del territorio. È in questa cornice che l'impresa di Glass acquista il suo peso straordinario.
La vendetta mancata
Quando finalmente ritrovò i due traditori, la storia prese una piega inaspettata. Bridger, ormai, era solo un ragazzo: Glass – così vuole la tradizione – decise di perdonarlo proprio in virtù della sua giovane età. Fitzgerald, invece, si era nel frattempo arruolato nell'esercito degli Stati Uniti, e ucciderlo avrebbe significato la pena capitale; Glass si limitò così a riprendersi il proprio fucile. La vendetta tanto agognata si dissolse in un gesto di clemenza.
Hugh Glass continuò la vita di trapper ancora per alcuni anni, finché intorno al 1833 fu ucciso, questa volta davvero, in uno scontro con un gruppo di indiani Arikara lungo il fiume Yellowstone. La sua vicenda, tramandata di racconto in racconto, è oggi quasi impossibile da verificare nei dettagli: gli storici, come segnala anche la voce enciclopedica a lui dedicata, distinguono il nucleo documentato – l'attacco, l'abbandono, la sopravvivenza – dalle numerose aggiunte leggendarie accumulate nei due secoli successivi.
Da leggenda della frontiera a fenomeno di Hollywood
La storia di Glass è stata raccontata in poesie, romanzi e film. Il più celebre è Revenant – Redivivo (2015) di Alejandro González Iñárritu, che valse a Leonardo DiCaprio il primo premio Oscar come miglior attore. Il film romanza pesantemente i fatti – inserisce per esempio un figlio di Glass che non risulta dalle fonti – ma cattura l'essenza di una vicenda reale: la straordinaria capacità del corpo e della volontà umana di resistere oltre ogni limite ragionevole. Hugh Glass resta, a quasi duecento anni di distanza, il simbolo di una frontiera dove la sopravvivenza era una conquista quotidiana.
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