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Dolia di Pompei: lo studio del 13 maggio 2026 rivela quanto erano precisi i ceramisti romani
Xinyan Zhao e Yoshiki Hori della Kyushu University hanno scansionato in 3D 40 grandi vasi murati nei banconi di 14 taverne pompeiane: le tolleranze stanno entro 2,3 gradi dal verticale, segno di una produzione semi-industriale di quasi 2.000 anni fa

A Pompei le tabernae, le antiche osterie e tavole calde lungo la via dell'Abbondanza, hanno banconi in muratura su cui si vedono ancora oggi i grandi cerchi delle anfore murate. Sono dolia, contenitori in terracotta da 100-300 litri che servivano a conservare vino, olio, garum, legumi secchi e frutta. Per quasi un secolo gli archeologi li hanno descritti guardandoli dall'alto, perché estrarli dai banconi senza danneggiarli era impossibile. Il 13 maggio 2026, sul Journal of Archaeological Method and Theory, è uscito uno studio firmato da Xinyan Zhao e Yoshiki Hori della Kyushu University in Giappone: la prima analisi morfometrica completa dell'interno di 40 dolia, condotta con uno scanner a luce strutturata in 14 taverne.
Lo scanner che entra dove l'archeologo non può
Lo strumento è un Go! SCAN SPARK, uno scanner portatile a luce bianca strutturata che proietta una griglia di pattern sulla superficie e ne ricostruisce in pochi minuti la geometria con accuratezza submillimetrica. Inserito dall'imboccatura del dolium, ha permesso ai ricercatori di mappare per la prima volta fondo, pareti interne e tracce di lavorazione senza spostare un solo cubetto di muratura. "È come avere finalmente accesso al lato segreto di un oggetto che credevamo di conoscere", ha commentato Hori, professore di Architettura alla Kyushu University, in una intervista rilanciata da Greek Reporter. I dati hanno consentito di calcolare diametri, spessori, asimmetrie e — soprattutto — la verticalità delle pareti.

Una precisione da fabbrica
I risultati hanno sorpreso anche gli archeologi del Parco Archeologico di Pompei. I dolia, alti quasi un metro e modellati a mano, presentano scarti dal verticale inferiori a 2,3 gradi. Sono "remarkably precise for hand-made containers nearly 3 feet tall", scrivono Zhao e Hori. La struttura interna mostra inoltre livelli di accrescimento che indicano una costruzione a strati sovrapposti, modellati su tornio e poi assemblati prima della cottura. Il dolium romano non era un pezzo unico tornito: era un manufatto modulare, prodotto in serie da botteghe specializzate. Sono stati identificati pattern ricorrenti — stessi spessori, stesse proporzioni — in dolia di taverne diverse: una vera standardizzazione semi-industriale.
Cibo, garum e logistica urbana
Nel Pompei del 79 d.C. si contavano oltre 150 tabernae dentro le mura. Non tutte avevano dolia: spesso bastavano due o tre vasi per conservare le merci più consumate. Ma in alcune, come la celebre Thermopolium di via dei Vetii o la Caupona di Lucio Vetuzio Placido, i banconi a L o a U accoglievano fino a otto dolia di dimensioni diverse. Lo studio della Soprintendenza condotto da Steven Ellis a Porta Stabia ha già documentato i residui organici interni di alcuni di questi contenitori, e il nuovo lavoro giapponese aggiunge ora il pezzo mancante della morfologia: si confermano forme cilindriche per granaglie, bulbose per liquidi e bocche larghe per garum. Ogni profilo era ottimizzato per un alimento preciso.
Cosa cambia nel modo di studiare Pompei
Il metodo non è solo descrittivo: è ripetibile, non invasivo, e produce una biblioteca digitale condivisibile fra tutti gli atenei. La Kyushu University collabora da diversi anni con il Parco Archeologico di Pompei: il sito ufficiale di Pompeii Sites registra una lunga serie di scavi e ricerche condotte da team internazionali. La nuova metodologia, oltre a documentare i dolia, è applicabile alle amphorae sigillate ancora oggi nei magazzini di Boscoreale, Oplontis ed Ercolano. Per la prima volta, l'archeologia delle classi più "basse" della società pompeiana — i taverniere, gli artigiani, i piccoli commercianti — può contare su una documentazione di precisione paragonabile a quella delle ville aristocratiche.
Il dato che racconta una città
Per il visitatore di Pompei, gli archi nei banconi resteranno ciò che ha sempre visto: cerchi di terracotta scura nella superficie in opus signinum. Per gli archeologi, dopo questo lavoro di morfometria 3D pubblicato sul portale di Journal of Archaeological Method and Theory di Springer Nature, il quadro è più chiaro: ogni dolium aveva una destinazione specifica, riempiva i banconi a regola d'arte e veniva sostituito quando il vetrificarsi della parete interna lo rendeva inservibile. I ceramisti che li producevano nei sobborghi vesuviani lavoravano con tolleranze paragonabili a quelle di una linea di produzione moderna. È un'altra prova del fatto che la Roma antica di cui parliamo, anche nelle sue tabernae più umili, viaggiava su standard tecnologici che pochi imperi del passato hanno mai uguagliato.
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