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Trinitite: cristallo mai visto trovato nelle ceneri della prima bomba atomica

Lo studio dell'Università di Firenze su PNAS rivela un clatrato di calcio, rame e silicio creato dal test Trinity del 1945

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Tramonto sulle dune di White Sands nel deserto del New Mexico
Tramonto sulle dune di White Sands nel deserto del New Mexico

Dentro la trinitite, il vetro verdastro nato il 16 luglio 1945 nel deserto del New Mexico quando esplose la prima bomba atomica della storia, si nasconde un cristallo che non era mai stato osservato prima. Lo hanno individuato i ricercatori dell'Università di Firenze, guidati dal mineralogista Luca Bindi, e l'annuncio è di pochi giorni fa.

Lo studio è uscito il 12 maggio 2026 sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) e firma una nuova voce nel catalogo dei minerali artificiali. Il materiale è un clatrato a base di calcio, rame e silicio, mai trovato in natura né mai prodotto in laboratorio.

Il test Trinity e la nascita della trinitite

Il 16 luglio 1945, alle 5:29 del mattino locale, gli scienziati del Progetto Manhattan fecero detonare l'ordigno "Gadget" nel Jornada del Muerto, nei pressi di Alamogordo. L'esplosione equivalente a 21 chilotoni di TNT generò temperature stimate fra i 15.000 e i 20.000 °C, fondendo la sabbia del deserto. Il vetro che ne risultò venne chiamato trinitite, dal nome in codice del test, Trinity.

La trinitite è di colore verde chiaro per via dell'arseniato di ferro e degli ossidi prodotti dall'onda d'urto. Negli anni del dopoguerra i frammenti vennero raccolti come souvenir; oggi sono soggetti a restrizioni perché lievemente radioattivi. Per la mineralogia, tuttavia, sono campioni unici: contengono i prodotti di una sintesi a temperature e pressioni che la Terra non riesce a riprodurre spontaneamente.

Cartello di benvenuto del New Mexico in un paesaggio desertico arido
Il sito Trinity si trova nella Jornada del Muerto, oggi parte del White Sands Missile Range. Foto: Pexels / B. Kane

Che cos'è un clatrato

I clatrati sono composti in cui una struttura cristallina forma una sorta di "gabbia" attorno a singoli atomi o molecole. Il più conosciuto è il clatrato di metano che si trova sui fondali oceanici. Quello scoperto nella trinitite è invece un clatrato inorganico, costituito da atomi di silicio e rame che racchiudono ioni di calcio.

L'aspetto più sorprendente, spiegano i ricercatori, è che la struttura ricorda quella prevista per alcuni semiconduttori avanzati, ma fino ad oggi nessuno era riuscito a sintetizzarla. La fornace atomica del 1945 lo ha fatto involontariamente.

Il gruppo di Luca Bindi e una scoperta che parla italiano

Luca Bindi insegna mineralogia all'Università di Firenze ed è uno dei massimi esperti mondiali di "quasi-cristalli" e minerali rari. Nel 2009 fu il primo a riconoscere un quasi-cristallo naturale in un meteorite di Khatyrka, in Siberia; per quella scoperta vinse nel 2015 l'Aspen Italia Prize.

La trinitite era già stata oggetto di una ricerca pionieristica nel 2021, quando lo stesso gruppo aveva identificato dei quasi-cristalli intrappolati nelle gocce metalliche del vetro. Il nuovo lavoro pubblicato il 12 maggio 2026 è il passo successivo: l'analisi di campioni ad altissima risoluzione, con microscopio elettronico e diffrazione a raggi X, ha rivelato una fase mai descritta in letteratura.

Cluster di cristalli trasparenti in macrofotografia con dettagli del reticolo
I clatrati formano strutture "a gabbia" che intrappolano singoli atomi al loro interno. Foto: Pexels / Глеб Коровко

Perché è una scoperta importante

Tre ragioni rendono il ritrovamento rilevante.

  • Mineralogia non terrestre: le condizioni che hanno prodotto il clatrato — pressione di centinaia di gigapascal, durata di pochi microsecondi — sono simili a quelle degli impatti di asteroidi. Capire questa fase può aiutare a interpretare i campioni di meteoriti shockati.
  • Scienza dei materiali: i clatrati Ca-Cu-Si sono candidati per applicazioni termoelettriche e per nuove generazioni di superconduttori a base di silicio. Sapere che esistono apre la strada a una sintesi controllata in laboratorio.
  • Patrimonio storico: ottant'anni dopo il test Trinity, i campioni di trinitite si confermano un archivio sperimentale ancora ricco di sorprese, tanto che molti musei stanno rivedendo le politiche di conservazione.

Una linea di ricerca tutta italiana

Insieme all'Università di Firenze hanno collaborato l'Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR e laboratori statunitensi. Bindi ha sottolineato al Corriere Fiorentino che la scoperta è "il frutto di anni di pazienza al microscopio" e ha annunciato nuove analisi su frammenti di trinitite custoditi nei musei.

L'Italia, dunque, continua a essere protagonista in una nicchia molto particolare: la cristallografia degli eventi estremi, da meteoriti a esplosioni nucleari, fino agli esperimenti di sintesi shock condotti con laser di potenza al Lawrence Livermore National Laboratory.

Domande frequenti

La trinitite è pericolosa da maneggiare?

La radioattività residua è bassa, paragonabile a quella di un orologio luminoso del Novecento. Tuttavia, dal 1953 è vietato raccoglierla sul sito di Trinity. I campioni nei musei e nelle collezioni storiche sono considerati sicuri per la divulgazione.

Quanti tipi di minerali artificiali sono stati identificati nella trinitite?

Almeno una decina, fra cui il quasi-cristallo del 2021 e il clatrato del 2026. Le tre fasi di trinitite (verde, rossa e nera) hanno composizioni leggermente diverse e contengono inclusioni metalliche differenti.

Si possono produrre clatrati Ca-Cu-Si in laboratorio adesso?

È quello che il gruppo di Bindi sta provando a fare con compressioni shock controllate. Per ora le condizioni del 1945 restano difficili da replicare integralmente.

Un cristallo nuovo, ottant'anni dopo

Dalla nube del test Trinity sono passate sei generazioni e una ricerca italiana riesce ancora a portarne a galla un dettaglio inedito. È un buon promemoria: anche la storia più nota può nascondere, letteralmente, un cristallo che nessuno aveva ancora visto.

E mentre i futuri test sui campioni cercheranno altre fasi sconosciute, il deserto del New Mexico resta, per chi studia la materia, una sorta di reagente naturale che continua a parlare ottant'anni dopo aver smesso di bruciare.

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