Animali
Il diavolo della Tasmania e il cancro che si trasmette col morso
Un tumore contagioso ha quasi cancellato la specie. Ma il marsupiale sta evolvendo difese più in fretta di quanto si pensasse.

Il diavolo della Tasmania (Sarcophilus harrisii) è il più grande marsupiale carnivoro vivente: un animale tozzo, dal manto nero e dal morso fra i più potenti del regno animale in rapporto alla taglia. Ma negli ultimi trent'anni è diventato suo malgrado un caso di studio mondiale per un motivo inquietante: è una delle pochissime specie al mondo colpita da un cancro trasmissibile, una malattia che si diffonde letteralmente da un individuo all'altro.
Un tumore che cammina
La malattia si chiama DFTD (Devil Facial Tumour Disease, tumore facciale del diavolo) e fu fotografata per la prima volta nel 1996 nel nord-est della Tasmania. Provoca masse tumorali deturpanti su muso e bocca che impediscono all'animale di nutrirsi, portandolo alla morte in pochi mesi. La cosa straordinaria, e terribile, è che il tumore non nasce ogni volta da una mutazione nelle cellule dell'animale colpito: è un'unica linea cellulare cancerosa originatasi decenni fa in un singolo diavolo e da allora trasmessa fisicamente da un esemplare all'altro attraverso i morsi che questi animali si scambiano durante i combattimenti e l'accoppiamento.
Il lavoro di una genetista
A dimostrare la natura clonale del tumore è stata soprattutto la genetista Elizabeth Murchison, dell'Università di Cambridge. Le sue analisi del genoma hanno confermato che le cellule tumorali di diavoli diversi sono geneticamente identiche tra loro e distinte dall'ospite, comportandosi di fatto come un parassita. Ancora più sorprendente, nel 2014 è stata scoperta una seconda linea tumorale indipendente (DFT2), segno che questi rari cancri contagiosi possono emergere più di una volta. Il fenomeno è descritto in dettaglio dal programma governativo Save the Tasmanian Devil.

Un crollo dell'80% e una speranza
Da quando è comparsa, la malattia ha causato un crollo della popolazione stimato intorno all'80%, facendo temere l'estinzione della specie in natura entro pochi decenni. Ma la storia ha avuto una svolta inattesa. Uno studio pubblicato su Nature Communications ha individuato cambiamenti genetici nelle popolazioni di diavoli più esposte al tumore, segno di una rapida evoluzione: la selezione naturale starebbe favorendo gli individui più resistenti, in tempi sorprendentemente brevi. In alcune aree i diavoli sembrano addirittura riuscire a convivere con la malattia.
Perché ci riguarda
Oltre all'importanza per la conservazione, lo studio del DFTD ha un valore enorme anche per la medicina umana. Capire come un tumore riesca a sfuggire al sistema immunitario al punto da trasmettersi tra individui diversi aiuta a comprendere i meccanismi con cui il cancro elude le difese dell'organismo, un tema centrale anche nell'immunoterapia oncologica. Programmi di allevamento in cattività, vaccini sperimentali e il monitoraggio delle popolazioni selvatiche, sostenuti da enti come l'IUCN, puntano oggi a salvare un animale che, suo malgrado, è diventato un maestro nell'insegnarci come funziona il cancro.
Pochissimi cancri al mondo viaggiano così
Il caso del diavolo della Tasmania è tanto più prezioso perché i tumori trasmissibili sono rarissimi in natura. Se ne conoscono solo una manciata: oltre ai due del diavolo, esiste un tumore venereo trasmissibile del cane (CTVT) che si propaga da migliaia di anni in tutto il mondo, e alcune leucemie contagiose nei molluschi bivalvi. In tutti questi casi le cellule cancerose si comportano come un parassita unicellulare, capace di sopravvivere e replicarsi passando da un ospite all'altro. Studiare come riescano a eludere il sistema immunitario di organismi geneticamente diversi è un banco di prova fondamentale per l'immunologia dei tumori.
La corsa per salvare la specie
Per evitare l'estinzione, è stata creata una "popolazione assicurativa" di diavoli sani in cattività e in aree isolate come l'isola di Maria, al riparo dal contagio. Nel 2020, dopo circa 3.000 anni di assenza, alcuni esemplari sono stati persino reintrodotti nella terraferma australiana nell'ambito di progetti di rewilding. Parallelamente, diversi gruppi di ricerca stanno lavorando a vaccini sperimentali in grado di stimolare il sistema immunitario dei diavoli a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. I dati incoraggianti sull'evoluzione naturale di una resistenza, uniti a questi sforzi, hanno reso meno cupe le previsioni di qualche anno fa.
Il diavolo della Tasmania, con il suo verso inquietante che terrorizzò i primi coloni europei dando origine al suo nome, è oggi un simbolo della fragilità della biodiversità e, insieme, della capacità della vita di adattarsi. La sua vicenda è seguita da vicino da enti scientifici e di conservazione come l'agenzia di ricerca australiana CSIRO, impegnata sul fronte della tutela delle specie endemiche dell'isola.
Un marsupiale prezioso per l'ecosistema
Al di là della malattia che lo ha reso celebre, il diavolo della Tasmania svolge un ruolo ecologico fondamentale. È soprattutto uno spazzino: si nutre in gran parte di carcasse, ripulendo l'ambiente da animali morti e limitando così la diffusione di malattie e la proliferazione di specie invasive come volpi e gatti rinselvatichiti. La sua presenza contribuisce all'equilibrio degli ecosistemi della Tasmania, ed è uno dei motivi per cui la sua eventuale scomparsa avrebbe conseguenze a catena su tutta la fauna dell'isola. La diagnosi precoce del tumore facciale è oggi un campo di ricerca attivo: il monitoraggio fotografico degli individui catturati, le analisi genetiche e persino l'uso di tecniche di intelligenza artificiale per riconoscere le lesioni aiutano gli scienziati a seguire l'andamento della malattia nelle popolazioni selvatiche. La combinazione tra resistenza evolutiva, popolazioni assicurative e vaccini sperimentali fa sì che, per la prima volta da decenni, il futuro di questo straordinario marsupiale appaia un po' meno fosco. La sua storia resta uno dei casi più istruttivi di come una specie possa lottare, e forse vincere, contro una minaccia che sembrava inesorabile.
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