Psicologia
Pareidolia: perché vediamo volti nelle nuvole e negli oggetti
Il cervello è programmato per riconoscere facce ovunque: la stessa area cerebrale dei volti veri si attiva davanti a una presa elettrica o a una nuvola.

Una presa elettrica che sembra una faccia sorpresa. La parte anteriore di un'automobile che pare sorridere o accigliarsi. Un volto sulla superficie di Marte, il profilo di Gesù in una fetta di pane tostato, una figura tra le nuvole. Tutti, ogni giorno, vediamo volti dove non ci sono. Questo fenomeno ha un nome che viene dal greco: pareidolia, dall'unione di para ("accanto", "oltre") ed eidolon ("immagine"). Non è un difetto della vista né un sintomo di disturbo: è una caratteristica fondamentale, e probabilmente utilissima, del cervello umano.
La pareidolia facciale, in particolare, è così potente da attivare le stesse aree cerebrali coinvolte nel riconoscimento dei volti veri. Il nostro cervello, insomma, preferisce vedere un volto di troppo piuttosto che rischiare di non vederne uno che c'è davvero.
Il cervello che cerca facce
Nella nostra corteccia visiva esiste una regione specializzata nel riconoscere i volti: la area fusiforme delle facce (in inglese fusiform face area), descritta dalla neuroscienziata Nancy Kanwisher e colleghi e approfondita in studi pubblicati dalla Royal Society. È un'area dedicata, che si accende in pochi millisecondi ogni volta che incontriamo una faccia. Il punto cruciale è che questa stessa regione si attiva anche quando guardiamo oggetti che ricordano vagamente un volto: due cerchi e una linea bastano a innescare la macchina.
Uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista Cortex, dal titolo curioso "Seeing Jesus in toast", lo ha dimostrato con tecniche di neuroimmagine: quando i partecipanti percepivano un volto illusorio in immagini casuali, l'area fusiforme delle facce si attivava proprio come davanti a un volto reale. La pareidolia non è quindi un "errore" di interpretazione tardiva, ma nasce molto presto, già nei circuiti percettivi.
Perché vedere facce ovunque è un vantaggio
Da dove viene questa sensibilità esagerata? La spiegazione più accreditata è evolutiva. Per i nostri antenati, riconoscere rapidamente un volto, anche solo accennato tra le foglie o nella penombra, poteva fare la differenza tra la vita e la morte: poteva essere un predatore, un nemico o un membro del gruppo. In termini di sopravvivenza, l'errore di vedere un volto inesistente (un falso allarme) costa pochissimo; l'errore opposto, non accorgersi di un volto reale, può costare carissimo. L'evoluzione ha quindi favorito un sistema "iperattivo", tarato per l'eccesso di prudenza.
Questa ipotesi è rafforzata da una scoperta affascinante: la pareidolia facciale non è esclusiva degli esseri umani. Uno studio pubblicato su Current Biology ha mostrato che anche i macachi rhesus reagiscono agli oggetti dall'aspetto di volto come farebbero davanti a una faccia vera, segno che il fenomeno affonda le radici in profondità nella storia evolutiva dei primati.
Tra arte, religione e tecnologia
La pareidolia ha plasmato la cultura umana in mille modi. Ha alimentato miti e apparizioni religiose, ha ispirato artisti come Leonardo da Vinci, che consigliava di osservare le macchie sui muri per stimolare l'immaginazione, e continua a generare titoli di giornale ogni volta che qualcuno scorge un "volto" su una roccia marziana o una figura sacra in un alimento. Anche le ricerche più recenti, raccolte su riviste come Psychology Today, mostrano che la tendenza varia da persona a persona e tende ad aumentare con l'età.
Oggi il fenomeno ha persino risvolti tecnologici: i sistemi di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale possono incorrere in una loro versione di pareidolia, "vedendo" volti in immagini che non ne contengono. Un promemoria che il problema di distinguere ciò che è reale da ciò che lo sembra non è solo umano.
La prossima volta che una presa di corrente vi guarderà stupita o che una nuvola vi sorriderà, sappiate che non state immaginando nulla di strano: è semplicemente il vostro cervello che fa, fin troppo bene, il mestiere per cui si è evoluto.
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