Animali
Il narvalo e la sua zanna: un senso nascosto nel ghiaccio
Quella lunga spirale elicoidale non è un'arma: è uno dei più sofisticati organi sensoriali del regno animale, capace di "leggere" l'oceano.

Nel cuore dell'Artico, tra le acque gelate della Baia di Baffin e lo stretto di Davis, nuota uno degli animali più enigmatici del pianeta. Il narvalo (Monodon monoceros) porta sul muso una lunga spirale d'avorio che per secoli ha alimentato leggende e meraviglia. Ma la scienza moderna ha rivelato qualcosa di ancora più sorprendente di qualsiasi mito: quella che sembra una spada è in realtà uno dei più sofisticati organi sensoriali del regno animale, un vero e proprio strumento per "leggere" l'oceano.
Cos'è davvero la zanna del narvalo
Prima di tutto, un chiarimento anatomico fondamentale: la zanna del narvalo non è un corno. È un dente canino sinistro modificato che erompendo attraverso il labbro superiore si allunga in una spirale elicoidale levogira — cioè avvolta in senso antiorario. Nei maschi adulti può raggiungere i 2,7 metri di lunghezza e pesare oltre 9 chili, mentre il corpo dell'animale misura dai 4 ai 5 metri. Le femmine, nella quasi totalità dei casi, non sviluppano questo dente straordinario. Secondo le schede biologiche di NOAA Fisheries, il narvalo è protetto dal Marine Mammal Protection Act statunitense ed è classificato come Near Threatened dalla Lista Rossa IUCN e in Appendice II della CITES.

La struttura interna della zanna è, strutturalmente, l'opposto di un dente umano. Come hanno descritto i ricercatori, presenta un nucleo rigido al centro circondato da uno strato esterno flessibile, percorso da milioni di tubuli dentinali microscopici che si aprono verso la superficie esterna attraverso uno strato di cemento poroso. È proprio questa porosità la chiave della sua funzione sensoriale: l'acqua marina penetra attraverso questi canali, creando flussi di fluido interstiziale che stimolano le terminazioni nervose interne.
Lo studio di Nweeia: la zanna che sente l'oceano
Per decenni i biologi hanno dibattuto sulla funzione della zanna. L'ipotesi dominante era sessuale — un segnale di dominanza maschile, simile alla coda del pavone. Poi, il 18 marzo 2014, Martin Nweeia — dentista clinico al Dipartimento di Odontoiatria Restaurativa e Scienze Biomateriali della Harvard School of Dental Medicine e collaboratore del National Museum of Natural History dello Smithsonian — ha pubblicato su The Anatomical Record uno studio destinato a cambiare la storia: Sensory Ability in the Narwhal Tooth Organ System.
Il team di Nweeia ha mappato un percorso sensoriale completo dalla zanna al cervello, utilizzando anatomia, istologia, genetica e neurofisiologia. Nelle fibre della polpa dentale sono stati identificati nervi, tessuti e geni noti per la funzione sensoriale. La via nervosa principale passa attraverso il ramo mascellare del quinto nervo cranico — il nervo trigemino — fino al cervello.
Per dimostrare che la zanna funziona davvero come sensore, i ricercatori hanno condotto un esperimento ingegnoso: hanno applicato una guaina intorno alla zanna di narvali vivi e hanno fatto scorrere acqua a diversa concentrazione salina. Tramite monitor Holter hanno misurato le variazioni della frequenza cardiaca degli animali. Il risultato fu inequivocabile: i narvali reagivano in modo misurabile alle variazioni di salinità, con la frequenza cardiaca che cambiava a seconda che l'acqua fosse dolce o salata. Secondo la Harvard Gazette, Nweeia ha concluso che la zanna aiuta i maschi a rilevare le condizioni ambientali oceaniche, a localizzare fonti di cibo essenziali e potenzialmente anche a individuare le femmine.
«La zanna del narvalo è un organo di senso sofisticato, capace di rilevare variazioni di salinità, temperatura e pressione nell'oceano artico.» — Martin Nweeia, The Anatomical Record, 2014
I droni svelano un cacciatore inaspettato
Il mistero della zanna aveva però un secondo capitolo tutto da scrivere. Nel maggio 2017, a Tremblay Sound, nel territorio canadese del Nunavut, due droni che sorvolavano le acque artiche hanno ripreso qualcosa che nessuno aveva mai documentato prima. I filmati, acquisiti dal documentarista Adam Ravetch e da ricercatori di Fisheries and Oceans Canada in collaborazione con il WWF-Canada, mostravano narvali che usavano la zanna per stordire merluzzi polari con rapidi colpi laterali, immobilizzando il pesce e inghiottendolo prima che potesse riprendersi.

Brandon Laforest, specialista senior del WWF-Canada, e Marianne Marcoux, ricercatrice di Fisheries and Oceans Canada, erano tra i protagonisti di questa scoperta. Le riprese hanno ridisegnato la comprensione dell'ecologia alimentare del narvalo: fino ad allora si credeva che questi cetacei si nutrissero quasi esclusivamente durante i mesi invernali, nel fondo della Baia di Baffin. Le immagini estive a Tremblay Sound hanno dimostrato che cacciano attivamente anche in estate, il che ha importanti implicazioni per la conservazione degli habitat critici dell'Artico, sempre più esposti allo sfruttamento industriale.
Va inoltre osservato che i maschi sono spesso osservati nell'atto di incrociare le zanne tra loro — comportamento detto tusking — in un'interazione la cui funzione rimane dibattuta: potrebbe essere competizione sociale, ma potrebbe anche essere uno scambio di informazioni sensoriali, dato che entrambe le zanne sono sensibili.
L'unicorno del mare: una leggenda di millenni
Prima che la scienza illuminasse la biologia del narvalo, la sua zanna aveva già fatto la storia d'Europa. I mercanti vichinghi portarono le zanne dal Groenlandia e dall'Artico nelle corti medievali, spacciandole come «alicorno» — il corno dell'unicorno. Il prezzo era stratosferico: secondo le fonti storiche citate dal Cleveland Museum of Art, una zanna valeva fino a dieci volte il suo peso in oro. Si credeva che neutralizzasse i veleni, curasse le malattie e purificasse l'acqua: le corti europee la usavano come antidoto di lusso.
Tra i possessori più illustri: Carlo Magno, Lorenzo de' Medici, la regina Elisabetta I d'Inghilterra. Papa Clemente VII donò una zanna a Francesco I di Francia come prezioso dono diplomatico. Fu solo nel 1638 che il naturalista danese Ole Worm — mostrando un cranio completo di narvalo con la zanna integrata — dimostrò definitivamente che l'«alicorno» era il dente di una balena artica, ponendo fine a secoli di inganno e meraviglia.
Un animale sotto pressione nell'Artico che cambia
Oggi il narvalo affronta sfide che nessuna zanna può contrastare. Con una lunghezza corporea che va dai 4 ai 5 metri, un peso tra gli 800 e i 1.600 chili e una vita che può arrivare ai 50 anni, il narvalo trascorre l'inverno nelle acque profonde della Baia di Baffin e migra verso le coste artiche nella stagione estiva. La specie è classificata come Near Threatened dall'IUCN: i rischi principali sono il cambiamento climatico, la riduzione del ghiaccio marino e la crescente pressione delle attività industriali nell'Artico. Come ricorda NOAA Fisheries, comprendere l'uso della zanna — sia come sensore ambientale sia come strumento di caccia — è essenziale per definire quali aree marine proteggere.
Il narvalo ci ricorda che la natura non cessa mai di sorprenderci: quello che sembrava un ornamento medievale da fiaba è, in realtà, uno degli strumenti biologici più raffinati dell'evoluzione.
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