Animali
Rana pescatrice abissale: il maschio che si fonde con la femmina
Negli abissi il maschio della rana pescatrice morde la compagna e vi si fonde per sempre. Uno studio del 2020 ha svelato il segreto immunologico di questo prodigio.

Negli abissi oceanici, dove la luce del Sole non arriva mai, vive uno degli animali dalla biologia più estrema del pianeta: la rana pescatrice abissale. La storia d'amore di questi pesci è tra le più strane della natura: il maschio, minuscolo, morde la femmina, gigantesca al confronto, e vi si fonde letteralmente, condividendone il sangue e diventando per sempre una sua appendice. Si chiama parassitismo sessuale, ed è una soluzione evolutiva tanto bizzarra quanto efficace per riprodursi nel luogo più buio e vuoto della Terra.
Una femmina con la lampada e un maschio invisibile
Le rane pescatrici abissali (sottordine dei Ceratioidei, con oltre 160 specie) sono note per la celebre «lampada» che pende dalla testa delle femmine: una sorta di canna da pesca biologica, detta illicium, con in punta un'esca luminosa. Quella luce non è prodotta dal pesce, ma da colonie di batteri bioluminescenti che vivono in simbiosi nell'esca. Nel buio totale degli abissi, attira prede curiose che finiscono dritte nelle fauci spalancate del predatore.
Ma a stupire i naturalisti, già un secolo fa, fu un altro dettaglio. Studiando gli esemplari catturati, gli scienziati trovavano quasi soltanto femmine, spesso con strani «bitorzoli» attaccati al corpo. All'inizio si pensò fossero parassiti o piccoli appartenenti a un'altra specie. Solo negli anni Venti l'ittiologo britannico Charles Tate Regan capì la verità: quei bitorzoli erano i maschi, talmente diversi e ridotti da sembrare un altro animale.
Il maschio che si fonde con la compagna
In molte specie il maschio è un nano: in alcuni casi misura pochi millimetri contro i decine di centimetri della femmina. Non possiede una vera esca né un apparato digerente sviluppato; il suo unico scopo nella vita è trovare una compagna. Quando, per puro caso, ne incontra una nell'immensità buia degli abissi, la morde e non la lascia più. A quel punto avviene qualcosa di straordinario: i tessuti dei due si fondono, la pelle si salda, i vasi sanguigni si connettono. Il maschio perde occhi e organi interni e si riduce a una sacca produttrice di sperma, nutrita interamente dal sangue della femmina. Una femmina può portare con sé più maschi contemporaneamente.
Il vantaggio è evidente: negli abissi gli incontri sono rarissimi, perché gli individui sono pochi e dispersi in volumi enormi d'acqua. Fondersi in modo permanente garantisce che, quando la femmina sarà pronta a riprodursi, il partner sia già lì, sempre disponibile. È, in fondo, la risposta dell'evoluzione al problema della solitudine estrema.
Il mistero immunologico risolto nel 2020
Per decenni una domanda è rimasta senza risposta: come può il corpo della femmina accettare la fusione con un altro individuo, invece di rigettarlo? Nei vertebrati, infatti, il sistema immunitario «adattativo» riconosce e attacca i tessuti estranei — è la stessa ragione per cui i trapianti d'organo richiedono farmaci immunosoppressori.
La risposta è arrivata da uno studio pubblicato su Science nel 2020, firmato tra gli altri dal massimo esperto mondiale di queste creature, Theodore W. Pietsch, e dall'immunologo Thomas Boehm. Analizzando il DNA di trentuno esemplari, i ricercatori hanno scoperto che le specie in cui i maschi si fondono in modo permanente hanno perso i geni chiave dell'immunità adattativa, compresi quelli che permettono la maturazione degli anticorpi. Senza quel sistema di difesa, non c'è rigetto. Come spiega anche il comunicato della University of Washington, questi pesci sopravvivono affidandosi soltanto all'immunità «innata», più antica e generica.
Una scoperta utile anche per la medicina
Il risultato non è solo una curiosità naturalistica. Capire come un vertebrato possa vivere senza immunità adattativa, eppure sopravvivere alle infezioni, potrebbe offrire indizi preziosi per la ricerca medica umana: dalla gestione dei trapianti alle malattie autoimmuni, fino alle immunodeficienze. La rana pescatrice abissale dimostra che l'evoluzione, di fronte a un problema apparentemente insolubile, può «smontare» pezzi fondamentali della biologia per costruire soluzioni inattese.
Tra le specie più estreme c'è Photocorynus spiniceps, il cui maschio, lungo poco più di sei millimetri, è considerato uno dei vertebrati più piccoli mai descritti. Una creatura quasi invisibile che, fondendosi con la compagna, riassume in sé una delle lezioni più affascinanti degli abissi: nei luoghi più ostili del pianeta, la vita trova sempre una strada, per quanto sorprendente possa sembrare ai nostri occhi.
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