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Astronomia

Sonda Hera: a novembre 2026 l'ESA arriva sull'asteroide colpito dalla NASA

La missione europea raggiungerà Dimorphos per misurare gli effetti del primo impatto deflettivo della storia.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Illustrazione della sonda al sistema binario di asteroidi Didymos e Dimorphos
Illustrazione della sonda al sistema binario di asteroidi Didymos e Dimorphos

Il 26 settembre 2022 una sonda della NASA grande come un frigorifero si schiantò di proposito contro un asteroide, modificandone l'orbita. Era DART, il primo test di difesa planetaria della storia. Ora tocca all'Europa completare l'opera: la sonda Hera dell'Agenzia Spaziale Europea raggiungerà l'asteroide colpito a novembre 2026 per ispezionare da vicino i danni e capire esattamente cosa è successo.

L'obiettivo non è spettacolare quanto l'impatto, ma è scientificamente decisivo: trasformare un esperimento riuscito una volta in una tecnica affidabile e ripetibile, da tenere pronta nel caso, un giorno, un asteroide minacci davvero la Terra.

Il bersaglio: Didymos e la sua piccola luna

Il teatro dell'azione è il sistema binario Didymos, formato da un asteroide principale di circa 780 metri di diametro e da una piccola luna, Dimorphos, larga appena 150 metri, che gli orbita attorno. Fu proprio Dimorphos il bersaglio di DART, che lo colpì a circa 6,1 km/s. La collisione accorciò il periodo orbitale della lunetta di circa 32 minuti, ben oltre le aspettative minime della missione: la misura fu possibile dalla Terra osservando le variazioni di luminosità del sistema.

Quel risultato, pubblicato su Nature nel 2023, dimostrò che l'impatto cinetico funziona. Ma lasciò aperte domande cruciali: quanta massa ha esattamente Dimorphos? Quanto è profondo il cratere? Di che cosa è fatto l'asteroide all'interno? Senza queste informazioni, l'efficienza della deflessione resta un numero misurato una sola volta, difficile da generalizzare ad altri asteroidi.

Diagramma dell'orbita dell'asteroide Didymos nel Sistema Solare interno
L'orbita del sistema Didymos, che periodicamente si avvicina alla Terra restando un bersaglio ideale per i test. Credit: NASA/JPL-Caltech.

Cosa farà Hera

Qui entra in gioco Hera, lanciata il 7 ottobre 2024 con un razzo Falcon 9. La sonda eseguirà un'indagine ravvicinata e di altissima precisione del sistema. Misurerà per la prima volta la massa di Dimorphos — informazione che DART, schiantandosi, non poteva ottenere — e ne ricostruirà forma, volume e struttura interna. Conoscere la massa è fondamentale: solo sapendo quanto pesa il corpo deflesso si può calcolare con esattezza quanta "spinta" abbia trasferito l'impatto, un parametro chiamato fattore di efficienza.

Hera non viaggia da sola. Trasporta due CubeSat grandi come valigette: Milani, che studierà la composizione minerale della superficie, e Juventas, dotato di un radar a bassa frequenza capace di "vedere" attraverso l'asteroide e sondarne l'interno. È la prima volta che un radar penetrante viene usato su un corpo del genere.

Un viaggio accorciato

Il percorso non è stato diretto. Nel marzo 2025 Hera ha sfruttato un sorvolo di Marte per curvare la traiettoria verso Didymos, approfittandone per testare gli strumenti sul pianeta rosso e sulla sua luna Deimos. Poi, nel marzo 2026, una manovra nello spazio profondo ha consumato 123 kg di propellente modificando la velocità della sonda di 367 m/s. Grazie a questa correzione, come spiega l'ESA, Hera arriverà a destinazione con circa un mese di anticipo, a novembre 2026 anziché a dicembre.

Perché conta davvero

La difesa planetaria non è fantascienza: ogni anno vengono scoperti migliaia di nuovi oggetti vicini alla Terra, e statisticamente prima o poi uno di essi sarà su rotta di collisione. Avere una tecnica collaudata per deviarli con anni di anticipo è una forma di assicurazione per l'intera umanità. La coppia DART-Hera è il primo, concreto passo: la NASA ha sparato il colpo, l'ESA andrà a misurarne gli effetti.

Il contributo italiano

La difesa planetaria ha un forte accento italiano. Durante la missione DART della NASA, a riprendere l'impatto dal vivo fu LICIACube, un piccolo satellite tutto italiano realizzato dall'azienda torinese Argotec per conto dell'Agenzia Spaziale Italiana: si sganciò dalla sonda madre pochi giorni prima della collisione e ne fotografò gli effetti, regalando al mondo le prime immagini ravvicinate del pennacchio di detriti sollevato da Dimorphos. Anche nella missione Hera l'Italia gioca un ruolo di primo piano, sia nella realizzazione di componenti sia nel contributo scientifico all'analisi dei dati.

Il valore di questa coppia di missioni va oltre il singolo asteroide. DART ha dimostrato che possiamo colpire un bersaglio largo poco più di un campo da calcio a milioni di chilometri di distanza e spostarlo; Hera dimostrerà che possiamo capire esattamente cosa abbiamo fatto. Insieme, trasformano la deflessione di un asteroide da impresa spettacolare a procedura prevedibile e calcolabile in anticipo. È la differenza tra sapere che un farmaco funziona e conoscere il dosaggio esatto da somministrare.

Gli astronomi tengono sotto controllo decine di migliaia di asteroidi che incrociano l'orbita terrestre, e i grandi telescopi di nuova generazione ne scoprono di nuovi a ritmo crescente. La stragrande maggioranza non rappresenta alcun pericolo, ma la statistica impone prudenza: un impatto come quello che 66 milioni di anni fa contribuì all'estinzione dei dinosauri è un evento raro ma non impossibile. Disporre di una tecnica collaudata, da attivare con anni di anticipo, è la ragione profonda per cui agenzie come NASA ed ESA investono in missioni apparentemente "di nicchia" come DART e Hera.

L'attesa, intanto, è già scientificamente produttiva: durante la lunga crociera la sonda ha collaudato strumenti e procedure, e il sorvolo di Marte del 2025 ha fornito dati inattesi anche sulla piccola luna Deimos. Ogni tappa del viaggio è un'occasione per mettere alla prova la tecnologia che servirà al delicato rendezvous con l'asteroide.

Quando Hera entrerà in orbita attorno a Didymos, gli scienziati avranno finalmente il "prima e dopo" completo del primo asteroide deliberatamente spostato dall'uomo. Sarà la prova che la Terra, per la prima volta nella sua storia, possiede gli strumenti per difendersi da una minaccia cosmica. E che lo ha imparato non per necessità, ma per prudenza.

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