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Ecolocalizzazione umana: come alcune persone cieche "vedono" con l'eco

Schioccando la lingua e ascoltando gli echi, alcuni individui ricostruiscono lo spazio. E il loro cervello attiva la corteccia visiva.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Persona ipovedente cammina con sicurezza all'aperto usando un bastone bianco
Persona ipovedente cammina con sicurezza all'aperto usando un bastone bianco

Schiocca la lingua contro il palato, ascolta l'eco di ritorno e "vede" il mondo. Sembra il superpotere di un supereroe, ma è una capacità reale che alcune persone cieche hanno sviluppato e affinato: l'ecolocalizzazione umana. Proprio come fanno pipistrelli e delfini, questi individui producono brevi suoni e interpretano gli echi che rimbalzano sugli oggetti circostanti per ricostruire la forma, la distanza e perfino il materiale di ciò che li circonda. Negli ultimi vent'anni la scienza ha smesso di considerarla un aneddoto e ha iniziato a studiarla seriamente, scoprendo che il cervello umano è molto più adattabile di quanto pensassimo.

Il pioniere che insegna a "vedere" con le orecchie

Il volto più noto di questa abilità è quello dell'americano Daniel Kish, cieco fin dalla prima infanzia in seguito a un tumore agli occhi. Da bambino iniziò spontaneamente a schioccare la lingua per orientarsi, e da adulto ha trasformato quel gesto in un metodo strutturato, che ha battezzato FlashSonar. Kish è in grado di camminare da solo in luoghi sconosciuti, fare escursioni e persino andare in mountain bike, affidandosi unicamente agli echi dei suoi schiocchi. Attraverso la sua organizzazione World Access for the Blind ha insegnato la tecnica a centinaia di persone cieche in tutto il mondo, dimostrando che non si tratta di un dono raro ma di un'abilità apprendibile.

La tecnica si basa su clic vocali molto brevi, della durata di circa un centesimo di secondo, prodotti con la lingua. Ogni clic genera un'onda sonora che si diffonde nell'ambiente; quando incontra un ostacolo, parte dell'energia torna indietro sotto forma di eco. Differenze minime nel tempo di ritorno, nel volume e nel timbro dell'eco permettono all'ecolocalizzatore esperto di capire se davanti a sé c'è un muro, un'auto, un albero o un'apertura.

Pattern di cerchi concentrici azzurri su sfondo nero che rappresentano la propagazione delle onde sonore
L'eco di un clic vocale rivela forma, distanza e materiale degli oggetti. Credit: Pexels.

Cosa succede nel cervello

La scoperta più affascinante riguarda ciò che accade nella testa di chi pratica l'ecolocalizzazione. Un gruppo di ricerca guidato da Lore Thaler, oggi alla Durham University, ha studiato con la risonanza magnetica funzionale alcuni ecolocalizzatori esperti. I risultati, pubblicati nel 2011 sulla rivista PLoS ONE, hanno rivelato qualcosa di straordinario: quando questi soggetti ascoltavano i propri echi, ad attivarsi non era soltanto la corteccia uditiva, ma anche la corteccia visiva, l'area del cervello che nelle persone vedenti elabora le immagini.

In altre parole, il cervello di chi ha perso la vista riconverte le regioni "visive" inutilizzate per processare le informazioni spaziali contenute negli echi. È un esempio spettacolare di plasticità cerebrale: l'organo non spreca i suoi circuiti, ma li riassegna a nuovi compiti. Per gli ecolocalizzatori esperti, l'eco non è semplicemente un suono, ma diventa una sorta di "immagine acustica" dello spazio.

Una capacità misurabile e precisa

Le prestazioni degli ecolocalizzatori esperti sono notevoli e quantificabili in laboratorio. Studi successivi hanno mostrato che alcuni riescono a percepire la presenza di un oggetto posto di lato anche quando si trova al di fuori del campo "frontale", a distinguere differenze di dimensione di pochi centimetri e a riconoscere materiali diversi, perché una superficie liscia e una ruvida riflettono il suono in modo differente. Analizzando l'acustica dei clic, sempre il gruppo di Thaler ha descritto come questi suoni siano sorprendentemente uniformi e ottimizzati: un cono di emissione diretto in avanti, ideale per illuminare acusticamente ciò che sta di fronte.

Curiosamente, l'ecolocalizzazione umana ha radici antiche nella letteratura scientifica. Già nel Settecento si era notato che alcune persone cieche percepivano gli ostacoli a distanza, un fenomeno allora attribuito a un misterioso "senso facciale", come se la pelle del viso avvertisse la vicinanza dei muri. Solo a metà del Novecento gli esperimenti dimostrarono che il vero protagonista era l'udito, non la pelle: bastava tappare le orecchie dei soggetti per far sparire del tutto la loro capacità di evitare gli ostacoli.

Primo piano di un orecchio umano, organo centrale nell'ecolocalizzazione basata sugli echi
Bastano gli echi captati dalle orecchie per ricostruire l'ambiente. Credit: Pexels.

Si può imparare anche da adulti vedenti

Per lungo tempo si è creduto che solo chi diventa cieco da bambino, sfruttando la plasticità del cervello giovane, potesse padroneggiare l'ecolocalizzazione. Una ricerca più recente ha ribaltato questa convinzione. Nel 2021, sempre il gruppo di Lore Thaler ha pubblicato su PLoS ONE i risultati di un programma di addestramento di dieci settimane rivolto a partecipanti sia ciechi sia vedenti, di età compresa tra i 21 e i 79 anni. Al termine, praticamente tutti avevano migliorato la propria capacità di ecolocalizzare, e gli anziani non se la cavavano peggio dei giovani.

Lo studio ha anche evidenziato che l'apprendimento della tecnica migliorava la mobilità e la fiducia in sé delle persone cieche coinvolte, suggerendo che l'ecolocalizzazione dovrebbe entrare a far parte dei percorsi di riabilitazione, accanto al bastone bianco e al cane guida.

Un invito a ripensare i nostri sensi

L'ecolocalizzazione umana ci costringe a rivedere l'idea rigida che abbiamo dei cinque sensi. I confini tra "vista" e "udito" sono meno netti di quanto immaginiamo, e il cervello è capace di costruire una rappresentazione dello spazio a partire da informazioni inaspettate. Non si tratta di un sostituto della vista, ma di una straordinaria dimostrazione di come l'essere umano possa estendere le proprie capacità percettive con la pratica e la determinazione. Quel semplice schiocco di lingua, in fondo, racconta una delle storie più ottimiste delle neuroscienze: anche quando un senso viene a mancare, la mente trova nuove strade per orientarsi nel mondo.

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