Corpo Umano
Grasso bruno: il tessuto che brucia calorie per scaldarci
Non solo riserva: il tessuto adiposo bruno produce calore bruciando energia, e dal 2009 sappiamo che è attivo anche negli adulti.

Non tutto il grasso del nostro corpo serve ad accumulare energia. Esiste un tessuto che, al contrario, la brucia per produrre calore: è il grasso bruno, o tessuto adiposo bruno, una sorta di stufa biologica nascosta dentro di noi. A lungo si è creduto che fosse presente solo nei neonati e negli animali che vanno in letargo, scomparendo negli adulti. Una serie di studi del 2009 ha ribaltato questa convinzione, aprendo nuove prospettive nella lotta a obesità e diabete.
Due grassi opposti: chi immagazzina e chi scalda
Il grasso che conosciamo tutti è quello bianco: cellule piene di una grande goccia di lipidi, deposito di riserva che il corpo accumula quando assumiamo più calorie di quante ne consumiamo. Il grasso bruno è strutturalmente diverso. Le sue cellule contengono molte piccole gocce di grasso e, soprattutto, un numero altissimo di mitocondri, le centrali energetiche della cellula. È proprio l'abbondanza di mitocondri, ricchi di ferro, a dargli il caratteristico colore scuro.
Il segreto del grasso bruno è una proteina chiamata UCP1 (o termogenina). Nei mitocondri, normalmente, l'ossidazione dei nutrienti serve a produrre ATP, la "moneta energetica" della cellula. La UCP1 "scollega" questo processo: invece di fabbricare ATP, disperde l'energia direttamente sotto forma di calore. È il motivo per cui il grasso bruno è fondamentale per i neonati, che non sanno ancora tremare di freddo, e per i mammiferi in letargo, che devono riscaldarsi al risveglio.
La svolta del 2009: c'è anche negli adulti
Per decenni i manuali insegnavano che il grasso bruno scompariva di fatto dopo l'infanzia. Tutto cambiò nel 2009, quando tre studi indipendenti pubblicati sul New England Journal of Medicine dimostrarono, grazie alla tomografia a emissione di positroni (PET-CT), che molti adulti possiedono depositi di grasso bruno metabolicamente attivo. Lo studio guidato da Aaron Cypess, in uno dei lavori pubblicati su NEJM, analizzò quasi duemila scansioni e localizzò il tessuto soprattutto nella regione del collo e sopra le clavicole, lungo la colonna e attorno ai grandi vasi.
Un secondo lavoro, sempre sul NEJM, confermò che il grasso bruno era presente e funzionante nella maggioranza dei giovani adulti sani sottoposti a leggero raffreddamento. Un dato colpì subito i ricercatori: la quantità di grasso bruno attivo risultava inversamente correlata all'indice di massa corporea e all'età. Chi era più magro e più giovane tendeva ad averne di più.
Il freddo è l'interruttore
Che cosa accende questa stufa interna? Soprattutto il freddo. Quando la temperatura scende, il sistema nervoso simpatico rilascia noradrenalina, che attiva la UCP1 nelle cellule del grasso bruno facendole bruciare grassi e zuccheri per generare calore. Uno studio pubblicato su PNAS ha mostrato che è proprio l'esposizione al freddo, e non dei farmaci stimolanti, ad attivare in modo efficace il grasso bruno nell'uomo. È una delle ragioni per cui, dopo qualche minuto al gelo, il corpo comincia a scaldarsi anche senza muoversi.
Una speranza contro obesità e diabete
L'interesse medico è enorme. Un tessuto capace di bruciare calorie per fare calore è un bersaglio ideale contro l'accumulo di grasso. Si è scoperto inoltre che, sotto stimolo del freddo o dell'esercizio fisico, anche parte del grasso bianco può "imbrunirsi", trasformandosi in cellule intermedie dette beige con proprietà termogeniche. Una vasta analisi su decine di migliaia di persone, pubblicata nel 2021, ha rilevato che chi presenta grasso bruno rilevabile tende ad avere una minore prevalenza di diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari, suggerendo un possibile ruolo protettivo per la salute cardiometabolica.
Attenzione però alle scorciatoie. Attivare il grasso bruno non è una bacchetta magica per dimagrire: la quantità presente negli adulti è limitata e il dispendio energetico aggiuntivo, da solo, è modesto. La ricerca punta piuttosto a capire come aumentarne la quantità e l'attività in modo sicuro, per esempio con protocolli di esposizione al freddo o futuri farmaci, all'interno di una strategia complessiva che non può prescindere da dieta e movimento.
Scoperto (di nuovo) grazie agli esami oncologici
C'è un dettaglio curioso nella riscoperta del grasso bruno negli adulti: a metterlo in evidenza furono, indirettamente, gli esami per i tumori. La PET con glucosio radioattivo (18F-FDG) viene usata in oncologia perché evidenzia i tessuti che consumano molto zucchero, come molte neoplasie. I radiologi notavano però, con fastidio, delle "macchie" di captazione simmetriche nella zona del collo e delle spalle, che comparivano soprattutto nei pazienti esaminati al freddo e che rischiavano di essere scambiate per qualcosa di sospetto.
Quando i ricercatori capirono che quelle macchie corrispondevano a depositi di grasso bruno attivato dal freddo, un artefatto fastidioso si trasformò in una scoperta scientifica. È un bell'esempio di come, in medicina, un'osservazione apparentemente marginale possa rivelare un fenomeno fisiologico importante e rilanciare un intero filone di ricerca rimasto fermo per decenni.
Un organo riscoperto
La storia del grasso bruno è esemplare di come la scienza si corregga. Un tessuto considerato un residuo infantile irrilevante è diventato, grazie a nuove tecniche di imaging, un protagonista della fisiologia del metabolismo e una promettente frontiera terapeutica. È anche un invito a guardare con occhi diversi il freddo: quella sensazione di brivido che cerchiamo di evitare attiva, dentro di noi, un piccolo motore che ci scalda bruciando energia. La prossima volta che usciamo infreddoliti, possiamo pensare che il nostro grasso bruno si sta mettendo al lavoro.
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