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Corpo Umano

L'odore del partner e il complesso maggiore di istocompatibilità (MHC/HLA)

Siamo davvero attratti dall'odore di chi è geneticamente diverso da noi sul piano immunitario? Tra l'esperimento delle magliette sudate e le meta-analisi che ridimensionano l'effetto.

di Andrea Bertolotti··6 min di lettura
Coppia con i volti vicini in un gesto intimo, occhi chiusi
Coppia con i volti vicini in un gesto intimo, occhi chiusi

C'è un dettaglio dell'attrazione di cui parliamo poco: l'odore. Non il profumo che spruzziamo, ma l'odore della pelle, quello che resta su una maglietta dopo una giornata. Da decenni la ricerca indaga se dietro questa percezione si nasconda la biologia del nostro sistema immunitario, e in particolare un gruppo di geni chiamato complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), noto nell'uomo come HLA. L'ipotesi, affascinante ma tutt'altro che chiusa, è che tendiamo a trovare piacevole l'odore di chi ha un profilo immunitario diverso dal nostro. In questo articolo proviamo a distinguere con onestà ciò che gli studi suggeriscono da ciò che resta una speculazione.

Che cos'è l'MHC (o HLA) e perché conta

Il complesso maggiore di istocompatibilità è un insieme di geni che codifica proteine fondamentali per il sistema immunitario. Il loro compito principale è la presentazione degli antigeni: piccoli frammenti di proteine, propri o estranei, vengono esposti sulla superficie delle cellule in modo che i linfociti T possano controllarli e distinguere il "self" dal "non self". Quando una cellula è infettata da un virus, per esempio, le molecole MHC mostrano frammenti virali che segnalano al sistema immunitario di intervenire.

Nell'essere umano questi geni prendono il nome di antigeni leucocitari umani (HLA) e sono tra i più variabili dell'intero genoma: esistono migliaia di varianti. Questa enorme diversità è preziosa, perché una popolazione con molti tipi HLA diversi riconosce un ventaglio più ampio di agenti patogeni. Da qui nasce l'idea evolutiva: se scegliere un partner con HLA diverso dal proprio producesse figli con un repertorio immunitario più vario, potrebbe esserci un vantaggio. A questo si aggiunge un possibile effetto collaterale utile, evitare la consanguineità, poiché parenti stretti tendono a condividere gli stessi profili HLA.

Rappresentazione astratta della doppia elica del DNA su sfondo scuro
I geni HLA sono tra i più variabili del genoma umano: questa diversità è centrale per la difesa immunitaria. Foto: Google DeepMind / Pexels.

L'esperimento delle magliette sudate

La storia di questa ipotesi passa quasi sempre da un famoso studio. Nel 1995, alla Università di Berna, il biologo Claus Wedekind e i suoi colleghi pubblicarono sui Proceedings of the Royal Society B il celebre esperimento delle magliette sudate. Alcuni uomini indossarono per due notti la stessa maglietta di cotone, evitando profumi, cibi speziati e detergenti odorosi. Le magliette furono poi riposte in scatole identiche e fatte annusare a un gruppo di donne, che dovevano valutare quanto trovassero gradevole ciascun odore.

Il risultato che rese celebre lo studio: in media le donne giudicavano più piacevole l'odore degli uomini il cui profilo MHC era più dissimile dal proprio. Gli autori interpretarono il dato come un possibile meccanismo che favorirebbe partner geneticamente complementari sul piano immunitario. È bene ricordare le dimensioni dell'indagine: circa 49 donne e 44 uomini, un campione piccolo, su studenti universitari.

Le donne preferivano l'odore di uomini con MHC dissimile dal proprio. Ma lo stesso studio segnalò un'eccezione importante che spesso viene dimenticata.

Quell'eccezione riguardava i contraccettivi orali. Tra le donne che assumevano la pillola, la preferenza appariva invertita: tendevano a gradire l'odore di profili MHC più simili al proprio. Wedekind ipotizzò un legame con i cambiamenti ormonali, che potrebbero alterare la percezione olfattiva. Questo dettaglio, già nel 1995, suggeriva che il fenomeno fosse fragile e dipendente dal contesto.

Repliche, coppie reali e risultati misti

Un singolo studio, per quanto suggestivo, non basta. Negli anni successivi diversi gruppi hanno cercato di replicare l'effetto, con esiti contrastanti: alcuni lo hanno confermato in parte, altri non lo hanno trovato affatto. Il problema dei test con le magliette è che misurano una preferenza dichiarata in laboratorio, non una scelta di vita reale.

Per questo è interessante guardare alle coppie effettive. Uno studio spesso citato è quello condotto da Carole Ober e colleghi sugli Hutteriti, una comunità nordamericana di origine europea geneticamente isolata. Nel 1997, sull'American Journal of Human Genetics, gli autori analizzarono gli aplotipi HLA di centinaia di coppie e riscontrarono meno corrispondenze HLA tra coniugi di quanto atteso per caso, un risultato compatibile con una tendenza a evitare partner con profilo simile. Anche qui, però, gli effetti erano modesti e complicati da fattori culturali e demografici, e non tutti gli studi su coppie reali hanno trovato lo stesso segnale.

Persona che avvicina il viso per percepire un odore
I test con le magliette misurano una preferenza in laboratorio, non una scelta di coppia nella vita reale. Foto: MART PRODUCTION / Pexels.

Il quadro più aggiornato arriva da una revisione critica. Nel 2020, sui Philosophical Transactions of the Royal Society B, Jan Havlíček, Jamie Winternitz e Craig Roberts hanno pubblicato un'ampia sintesi con meta-analisi degli studi sul tema. Le conclusioni sono prudenti: emergerebbe una preferenza moderata e abbastanza consistente per individui eterozigoti all'MHC, mentre l'effetto della semplice dissimilarità MHC, il cuore dell'ipotesi di Wedekind, appare debole e non univoco. Le analisi genomiche su coppie reali non mostrano un'associazione chiara tra dissimilarità MHC e scelta del partner, e gli autori segnalano il rischio di publication bias, la tendenza a pubblicare più facilmente i risultati positivi.

Cosa sappiamo e cosa no

Riassumendo con cautela: l'idea che l'odore corporeo veicoli informazioni legate all'MHC è plausibile e poggia su basi biologiche solide riguardo al ruolo immunitario di questi geni. L'effetto specifico osservato da Wedekind, però, non si è imposto come una certezza. Le repliche sono miste, i campioni spesso piccoli, le variabili confondenti numerose (uso di contraccettivi, ciclo mestruale, fumo, abitudini igieniche e alimentari).

Va inoltre chiarito un equivoco diffuso: parlare di odore legato all'MHC non significa aver dimostrato l'esistenza di feromoni umani. A differenza di molti animali, nell'uomo non è stato identificato in modo convincente alcun feromone che guidi il comportamento sessuale, e l'organo vomeronasale, deputato in altre specie alla loro percezione, appare negli adulti non funzionale. La comunicazione chimica umana, se esiste in forme rilevanti, è molto più sottile e meno deterministica di quanto suggeriscano titoli e pubblicità.

Perché allora questa storia continua a circolare con tanta sicurezza? In parte perché è bella: l'idea che il corpo "sappia" scegliere il partner immunologicamente giusto è una narrazione potente. In parte perché alcuni servizi commerciali hanno costruito attorno a essa offerte di test del DNA per la compatibilità di coppia. Su questo punto la prudenza è doverosa: nessun test genetico o di affinità olfattiva può oggi prevedere con affidabilità la compatibilità tra due persone, e le promesse in tal senso non hanno un fondamento scientifico solido. La meta-analisi del 2020 è esplicita nel ridimensionare proprio le pretese più forti.

Resta comunque uno spazio legittimo di ricerca. Capire se e quanto l'odore corporeo trasporti informazioni biologicamente significative è una domanda seria, che incrocia immunologia, genetica, neuroscienze dell'olfatto e psicologia. Le risposte definitive richiederanno studi più ampi, preregistrati e su coppie reali, capaci di controllare le numerose variabili in gioco. Fino ad allora, l'onestà impone di tenere separate le tre cose: il ruolo immunitario dell'MHC, che è ben stabilito; la preferenza olfattiva per profili dissimili, che è plausibile ma incerta; e l'esistenza di feromoni umani determinanti, che non è dimostrata.

L'attrazione, in fondo, resta un fenomeno complesso, in cui biologia, psicologia, cultura e storia personale si intrecciano. L'odore può esserne una componente; non è la chiave universale che a volte ci viene raccontata. La scienza, qui, ci invita più alla curiosità che alle conclusioni affrettate, e questo è già un risultato prezioso.

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