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Corpo Umano

Il timo: l'organo che addestra le nostre difese e poi si trasforma in grasso

Dietro lo sterno, la scuola dei linfociti T che invecchia prima di noi: tra tolleranza immunitaria, vecchi errori medici e nuove ricerche sul ringiovanimento

di Andrea Bertolotti··6 min di lettura
Schema anatomico del timo nel torace con dettaglio istologico della corticale e della midollare
Schema anatomico del timo nel torace con dettaglio istologico della corticale e della midollare

Nascosto nel torace, appena dietro lo sterno, c'è un organo che per secoli i medici hanno faticato a capire: il timo. Per buona parte della storia della medicina è stato considerato inutile, persino pericoloso. Oggi sappiamo che il timo è la vera scuola di addestramento del sistema immunitario, il luogo in cui i linfociti T imparano a difenderci dai microbi senza rivoltarsi contro il nostro stesso corpo. Eppure questo organo ha una caratteristica curiosa: lavora a pieno ritmo nell'infanzia, raggiunge il massimo della sua attività intorno alla pubertà, e poi comincia lentamente a rimpicciolirsi, trasformandosi in gran parte in tessuto adiposo.

Immagine al microscopio elettronico a scansione di un linfocita T umano sano
Un linfocita T umano sano al microscopio elettronico a scansione. Questi globuli bianchi vengono «addestrati» nel timo. Immagine: NIAID/NIH, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e com'è fatto il timo

Il timo si colloca nel mediastino anteriore, lo spazio centrale del torace compreso tra i due polmoni, immediatamente dietro lo sterno e davanti al cuore e ai grandi vasi. È un organo bilobato, formato cioè da due lobi a stretto contatto, di colore rosato-grigiastro e di consistenza molle. Nel bambino piccolo può essere sorprendentemente voluminoso, tanto da occupare buona parte della parte alta del torace.

Osservando il timo al microscopio si distinguono due regioni ben definite in ciascun lobulo. La parte esterna, chiamata corticale, è densamente popolata di linfociti immaturi (timociti) in attiva proliferazione. La parte interna, la midollare, è meno affollata e ospita cellule più mature. Come spiega l'Enciclopedia Britannica nella sua voce dedicata al timo, è nella corticale che avviene la massima proliferazione e differenziazione dei linfociti T, mentre nella midollare le cellule completano la loro maturazione prima di passare nel sangue. Questa architettura corticale-midollare non è un dettaglio estetico: corrisponde a due tappe distinte di un percorso educativo rigorosissimo.

La scuola dei linfociti T: selezione positiva e negativa

I linfociti T (la «T» sta proprio per timo) nascono nel midollo osseo come cellule progenitrici, ma raggiungono la maturità soltanto dentro il timo. Qui ogni timocita viene sottoposto a un duplice esame che decide se sopravvivrà o verrà eliminato. La posta in gioco è enorme: produrre cellule capaci di riconoscere milioni di possibili minacce senza però aggredire i tessuti dell'organismo.

Il primo controllo è la selezione positiva: nella corticale, solo i timociti il cui recettore riesce a riconoscere correttamente le molecole MHC dell'organismo ricevono il segnale di sopravvivenza. Chi non supera la prova muore per «abbandono». Il secondo controllo, ancora più delicato, è la selezione negativa: i linfociti che reagiscono troppo intensamente contro le molecole del nostro stesso corpo vengono eliminati per apoptosi. È così che si costruisce la cosiddetta tolleranza centrale, il meccanismo che impedisce al sistema immunitario di attaccare i nostri organi.

Ma come fa il timo a «mostrare» ai linfociti antigeni che normalmente esistono solo in organi lontani, come il pancreas o la retina? Qui entra in gioco una protagonista affascinante: la cellula epiteliale midollare, o mTEC. Grazie a un gene chiamato AIRE (autoimmune regulator), le mTEC esprimono in modo «promiscuo» migliaia di antigeni tessuto-specifici, presentandoli ai timociti come in una galleria di prova. Una rassegna pubblicata sulla rivista Immunology nel 2018 da Passos e colleghi riassume il ruolo di AIRE nella selezione negativa: i cloni che reagiscono contro questi antigeni periferici vengono eliminati prima di poter uscire e causare malattie autoimmuni. Quando il gene AIRE è difettoso, infatti, si sviluppa una rara sindrome autoimmune multiorgano (APECED), prova diretta di quanto sia cruciale questo controllo.

L'involuzione: quando il timo diventa grasso

Il timo ha un destino insolito rispetto agli altri organi: invecchia presto e in modo programmato. La sua attività è massima nell'infanzia e nell'adolescenza; già dopo la pubertà comincia un lento declino chiamato involuzione timica. Il tessuto funzionale viene progressivamente sostituito da grasso, e con il passare dei decenni la produzione di nuovi linfociti T cala drasticamente. In una persona anziana il timo è spesso poco più che un residuo adiposo.

Questo declino ha conseguenze concrete sulla salute. La riduzione del rifornimento di nuovi linfociti T contribuisce all'immunosenescenza, l'indebolimento delle difese che accompagna l'età avanzata. È uno dei motivi per cui gli anziani sono più vulnerabili alle infezioni e rispondono spesso meno bene ai vaccini: con un repertorio di linfociti T meno ricco e meno «fresco», l'organismo fatica a montare risposte robuste contro patogeni nuovi. Comprendere e, idealmente, rallentare l'involuzione timica è quindi un obiettivo di grande interesse per la medicina dell'invecchiamento.

Operatore sanitario che prepara una siringa per una vaccinazione
Con l'età la risposta ai vaccini tende a indebolirsi, anche per il declino del timo e dei nuovi linfociti T. Foto: RF._.studio, via Pexels.

Un errore storico: lo «status thymicolymphaticus»

La storia del timo è anche la storia di un grave errore medico. Per lungo tempo l'organo fu ritenuto inutile, una sorta di residuo vestigiale. Peggio ancora, tra fine Ottocento e primo Novecento si diffuse la convinzione che un timo «troppo grande» fosse una condizione patologica, lo status thymicolymphaticus, ritenuta capace di provocare soffocamento e morte improvvisa nei neonati.

L'origine dell'equivoco era sottile: i medici avevano stabilito le dimensioni «normali» del timo basandosi su cadaveri di persone povere, morte dopo lunghe malattie e malnutrizione, condizioni che, come si scoprì poi, fanno rimpicciolire il timo. Così un timo di dimensioni in realtà normali appariva «ingrossato» al confronto. La conseguenza fu drammatica: a partire dai primi del Novecento e per decenni, migliaia di bambini furono irradiati al torace per ridurre il timo. Una rassegna storica pubblicata sulla rivista Radiology nel 1999 ricostruisce questa vicenda, mentre studi di follow-up come quelli sulla coorte di Hempelmann, documentati su PubMed Central, hanno mostrato che quei bambini ebbero in seguito un rischio aumentato di tumori della tiroide e leucemie. Una lezione severa su come un'idea sbagliata, applicata su larga scala, possa fare danni enormi.

Si può ringiovanire il timo?

Se l'involuzione timica indebolisce le difese, è possibile invertirla? La domanda ha ispirato uno studio pilota che ha fatto discutere. Nel 2019, sulla rivista Aging Cell, Gregory Fahy e colleghi hanno pubblicato i risultati del trial TRIIM (Thymus Regeneration, Immunorestoration, and Insulin Mitigation). Si trattava di un piccolo studio su nove uomini sani tra i 51 e i 65 anni, trattati per circa un anno con una combinazione di ormone della crescita, DHEA e metformina (questi ultimi per contenere gli effetti collaterali sull'insulina).

I ricercatori hanno riportato segni di rigenerazione del tessuto timico nelle immagini di risonanza e, soprattutto, una sorprendente riduzione dell'età epigenetica stimata dei partecipanti, in media intorno a un anno e mezzo in meno rispetto al punto di partenza. Sono risultati intriganti, ma vanno presi con grande prudenza: si tratta di uno studio molto piccolo, senza un vero gruppo di controllo randomizzato, su volontari selezionati. Come gli stessi autori riconoscono, servono studi più ampi e rigorosi prima di poter parlare di una terapia. Il messaggio sensato non è correre a procurarsi ormone della crescita, ma constatare che il timo, organo a lungo trascurato, è tornato al centro della ricerca sull'invecchiamento.

Dalla scuola dei linfociti T agli errori dello status thymicolymphaticus, fino agli esperimenti di ringiovanimento, la storia del timo ci ricorda una cosa: in biologia, ciò che sembra inutile spesso nasconde una funzione sofisticata che semplicemente non avevamo ancora capito.

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