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Memoria muscolare: perché i muscoli ricordano l'allenamento

Tornare in forma dopo uno stop è più facile della prima volta: le fibre conservano i nuclei acquisiti e perfino marcatori epigenetici del lavoro passato.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Uomo muscoloso che solleva un bilanciere in palestra
Uomo muscoloso che solleva un bilanciere in palestra

Chi ha smesso di allenarsi per mesi, o anche anni, lo ha sperimentato: tornare in forma dopo un lungo stop è più facile e veloce della prima volta. Non è un'impressione, ma un fenomeno biologico reale che la scienza chiama memoria muscolare. E non si tratta del semplice "ricordo" dei gesti, come quando si torna in bicicletta: i muscoli conservano una traccia fisica e perfino genetica del lavoro fatto in passato, che li rende capaci di ricrescere più in fretta.

Due "memorie" diverse

Quando parliamo di memoria muscolare intendiamo in realtà due cose distinte. La prima è la memoria motoria, cioè l'apprendimento di un movimento (pedalare, nuotare, suonare il piano) che il sistema nervoso immagazzina e che non si dimentica facilmente. La seconda, di cui parliamo qui, è la memoria cellulare del muscolo stesso: la capacità delle fibre muscolari di "ricordare" di essere state grandi e forti, accelerando il recupero dopo un periodo di inattività. È un meccanismo che risiede dentro le cellule muscolari, come illustra la voce Muscle memory.

Persona che solleva un manubrio in palestra durante un allenamento di forza
Tornare in forma dopo uno stop è più rapido della prima volta: il muscolo conserva una traccia dell'allenamento precedente. Credit: Ketut Subiyanto / Pexels.

Il segreto è nei nuclei delle cellule

Per capire il fenomeno bisogna sapere che le fibre muscolari sono cellule particolari: enormi e dotate di molti nuclei (i mionuclei), anziché uno solo come la maggior parte delle cellule del corpo. Quando ci si allena con i pesi, le fibre reclutano nuovi nuclei da cellule staminali vicine, le cellule satellite, per gestire l'aumento di massa. La scoperta cruciale è arrivata nel 2010: uno studio di Kristian Gundersen e colleghi, pubblicato su PNAS, ha mostrato, osservando i muscoli di topi in vivo, che i nuovi mionuclei compaiono prima della crescita vera e propria e, soprattutto, non vengono persi quando il muscolo si atrofizza per inattività.

Questo cambia tutto. Significa che, anche quando un muscolo "si sgonfia" dopo mesi senza esercizio, i nuclei acquisiti restano lì, pronti a rimettersi al lavoro. Alla ripresa dell'allenamento il muscolo parte avvantaggiato, perché possiede già il "macchinario" cellulare per produrre proteine e tornare grande. È la spiegazione cellulare del perché riconquistare la forma perduta sia più rapido che costruirla da zero.

Quanto a lungo durano questi nuclei "in più"? Negli esperimenti sui roditori sono rimasti per gran parte della vita dell'animale, e diversi ricercatori ritengono che nell'uomo possano persistere per anni, forse decenni. Questo ribalta una vecchia convinzione, secondo cui durante l'atrofia i mionuclei sarebbero stati eliminati: oggi sappiamo che a ridursi è soprattutto il volume della fibra, mentre il suo "organico" di nuclei resta in larga parte intatto, come una fabbrica che riduce la produzione ma non licenzia gli operai.

Fibre muscolari multinucleate al microscopio con i numerosi nuclei evidenziati
Le fibre muscolari sono cellule con molti nuclei (mionuclei): quelli acquisiti con l'allenamento non vengono persi durante l'atrofia. Credit: Wikimedia Commons.

Una memoria scritta nei geni

Negli anni successivi è emerso un secondo livello, ancora più sorprendente: la memoria muscolare è in parte epigenetica. Nel 2018 un team guidato da Adam Sharples e Robert Seaborne ha pubblicato su Scientific Reports il primo studio sull'uomo a misurare le modifiche chimiche del DNA muscolare durante un ciclo di allenamento, sospensione e ripresa. I ricercatori hanno scoperto che l'allenamento lascia sui geni "marcatori" di metilazione — sorta di interruttori molecolari — che persistono anche dopo lo stop e che, alla ripresa, rendono il muscolo capace di rispondere in modo più potente. In pratica, l'esercizio riprogramma il modo in cui certi geni vengono letti, lasciando una memoria scritta direttamente nell'epigenoma.

Implicazioni per sport, salute e antidoping

Le conseguenze sono numerose. Per chi si allena, è una buona notizia: ogni periodo di allenamento "investe" in un capitale che non va del tutto perduto durante una pausa forzata, per esempio dopo un infortunio. Per la medicina, capire come i mionuclei e l'epigenoma conservano questa memoria potrebbe aiutare a contrastare la perdita di massa muscolare negli anziani (la sarcopenia) o nei pazienti costretti a lunghe degenze. E c'è un risvolto delicato nello sport: se l'uso di sostanze anabolizzanti, come gli steroidi, induce un aumento permanente dei mionuclei, allora un atleta squalificato per doping potrebbe conservare un vantaggio anche molti anni dopo, una questione discussa da diversi ricercatori in tema di durata delle sospensioni.

Vale la pena ricordare, però, che la memoria muscolare non rende inutile l'allenamento costante: la massa e la forza si perdono comunque con l'inattività, e vanno ricostruite. Il vantaggio sta nella velocità del recupero, non nel mantenimento automatico dei risultati. È anche per questo che gli esperti consigliano, quando possibile, di non interrompere del tutto l'attività ma di mantenerne almeno una piccola quota: bastano sedute ridotte per preservare gran parte degli adattamenti accumulati.

Il corpo non dimentica

La memoria muscolare è uno dei tanti modi in cui il nostro corpo "tiene il conto" di ciò che gli abbiamo fatto fare. Lungi dall'essere una macchina che si azzera a ogni stop, il muscolo è un tessuto che impara, ricorda e si tiene pronto. È un messaggio incoraggiante per chiunque tema di "ripartire da capo" dopo una pausa: in buona parte, il lavoro fatto in passato è ancora lì, custodito nei nuclei e nel DNA delle nostre fibre.

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