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Microchimerismo fetale: le cellule del figlio restano nella madre per decenni

Durante la gravidanza cellule del feto migrano nel corpo della madre e vi si annidano per tutta la vita, raggiungendo persino il cervello.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Donna in gravidanza tiene le mani sul ventre
Donna in gravidanza tiene le mani sul ventre

C'è un'eredità della gravidanza di cui quasi nessuno parla, perché è invisibile e dura tutta la vita: ogni donna che ha portato avanti una gravidanza conserva nel proprio corpo, per decenni, cellule del figlio. Migrano dalla placenta al sangue materno, si annidano negli organi e vi restano molto tempo dopo il parto. Questo fenomeno si chiama microchimerismo fetale, e prende il nome dalla Chimera, la creatura mitologica composta da parti di animali diversi.

Significa che il corpo di una madre non è geneticamente "puro": è un mosaico, un organismo che custodisce al suo interno frammenti di DNA appartenenti a un'altra persona. E la cosa più sorprendente è dove arrivano queste cellule e quanto a lungo sopravvivono.

La scoperta del 1996

La prova decisiva arrivò nel 1996, quando la genetista Diana Bianchi e il suo team pubblicarono su PNAS uno studio destinato a fare storia. I ricercatori cercavano nel sangue di alcune donne la presenza del cromosoma Y, che è esclusivamente maschile: se lo avessero trovato in una donna, non poteva che provenire da un figlio maschio. Lo trovarono. E lo trovarono in donne il cui ultimo figlio era nato fino a 27 anni prima. Era la dimostrazione inequivocabile che le cellule fetali possono persistere nel corpo della madre per decenni.

Da allora il fenomeno è stato documentato in moltissimi tessuti: midollo osseo, sangue, fegato, polmoni, tiroide, pelle. Le cellule fetali, molte delle quali simili a cellule staminali, si comportano come ospiti a lungo termine, capaci di integrarsi e in alcuni casi di differenziarsi nei tessuti che le accolgono.

Ricercatrice osserva un campione biologico al microscopio in laboratorio
Il microchimerismo si rileva cercando nel sangue materno marcatori genetici di origine fetale. Foto: Mikhail Nilov / Pexels.

Cellule del figlio nel cervello della madre

Il risultato più spiazzante è arrivato nel 2012. Uno studio pubblicato su PLOS ONE ha analizzato il tessuto cerebrale di donne decedute, cercando il DNA del cromosoma Y. Lo ha trovato in oltre il 60% dei cervelli esaminati, distribuito in più regioni dell'organo, in una donna addirittura a 94 anni di età. Le cellule fetali, dunque, non solo entrano in circolo, ma attraversano la barriera ematoencefalica, la fortezza che protegge il cervello, e vi si stabiliscono in modo permanente.

Resta da capire che cosa facciano lì. È una delle domande aperte più affascinanti della biologia: quei microscopici frammenti di nostro figlio influenzano in qualche modo il funzionamento del cervello materno? Per ora la scienza può solo registrarne la presenza.

Alleate o nemiche?

Il microchimerismo solleva un dilemma evolutivo che i ricercatori riassumono come "cooperazione e conflitto". Da un lato, diversi studi suggeriscono che le cellule fetali possano avere un ruolo protettivo: sono state ritrovate concentrate nel sito di cicatrici e ferite materne, come se accorressero a riparare i tessuti danneggiati, e alcune ricerche le associano a una guarigione più rapida. Una rassegna pubblicata su BioEssays ipotizza che, dal punto di vista evolutivo, al figlio "convenga" mantenere la madre in salute il più a lungo possibile.

Dall'altro lato, la presenza stabile di cellule geneticamente estranee potrebbe contribuire a disturbi del sistema immunitario. Il microchimerismo è stato osservato con frequenza variabile in alcune malattie autoimmuni, come la sclerosi sistemica, che colpiscono molto più spesso le donne: una possibile, anche se non dimostrata, conseguenza di questa convivenza cellulare. La verità, probabilmente, è che lo stesso fenomeno può essere benefico o dannoso a seconda del contesto.

Un legame scritto nel corpo

Il microchimerismo non riguarda solo le gravidanze portate a termine: tracce cellulari possono restare anche dopo aborti spontanei o interruzioni. E il traffico è a doppio senso, perché anche le cellule materne attraversano la placenta e si stabiliscono nei figli, dove possono persistere a loro volta per tutta la vita, come documentato in altri lavori sulla letteratura sul microchimerismo.

Al di là delle implicazioni mediche ancora da chiarire, resta un'immagine potente: il confine tra madre e figlio non si chiude del tutto con il taglio del cordone ombelicale. Per il resto della vita, in qualche cellula nascosta del fegato, del cuore o persino del cervello, una madre continua letteralmente a portare con sé un pezzo dei propri figli.

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