Corpo Umano
Microchimerismo fetale: le cellule del figlio restano nella madre per decenni
Durante la gravidanza cellule del feto migrano nel corpo della madre e vi si annidano per tutta la vita, raggiungendo persino il cervello.

C'è un'eredità della gravidanza di cui quasi nessuno parla, perché è invisibile e dura tutta la vita: ogni donna che ha portato avanti una gravidanza conserva nel proprio corpo, per decenni, cellule del figlio. Migrano dalla placenta al sangue materno, si annidano negli organi e vi restano molto tempo dopo il parto. Questo fenomeno si chiama microchimerismo fetale, e prende il nome dalla Chimera, la creatura mitologica composta da parti di animali diversi.
Significa che il corpo di una madre non è geneticamente "puro": è un mosaico, un organismo che custodisce al suo interno frammenti di DNA appartenenti a un'altra persona. E la cosa più sorprendente è dove arrivano queste cellule e quanto a lungo sopravvivono.
La scoperta del 1996
La prova decisiva arrivò nel 1996, quando la genetista Diana Bianchi e il suo team pubblicarono su PNAS uno studio destinato a fare storia. I ricercatori cercavano nel sangue di alcune donne la presenza del cromosoma Y, che è esclusivamente maschile: se lo avessero trovato in una donna, non poteva che provenire da un figlio maschio. Lo trovarono. E lo trovarono in donne il cui ultimo figlio era nato fino a 27 anni prima. Era la dimostrazione inequivocabile che le cellule fetali possono persistere nel corpo della madre per decenni.
Da allora il fenomeno è stato documentato in moltissimi tessuti: midollo osseo, sangue, fegato, polmoni, tiroide, pelle. Le cellule fetali, molte delle quali simili a cellule staminali, si comportano come ospiti a lungo termine, capaci di integrarsi e in alcuni casi di differenziarsi nei tessuti che le accolgono.
Cellule del figlio nel cervello della madre
Il risultato più spiazzante è arrivato nel 2012. Uno studio pubblicato su PLOS ONE ha analizzato il tessuto cerebrale di donne decedute, cercando il DNA del cromosoma Y. Lo ha trovato in oltre il 60% dei cervelli esaminati, distribuito in più regioni dell'organo, in una donna addirittura a 94 anni di età. Le cellule fetali, dunque, non solo entrano in circolo, ma attraversano la barriera ematoencefalica, la fortezza che protegge il cervello, e vi si stabiliscono in modo permanente.
Resta da capire che cosa facciano lì. È una delle domande aperte più affascinanti della biologia: quei microscopici frammenti di nostro figlio influenzano in qualche modo il funzionamento del cervello materno? Per ora la scienza può solo registrarne la presenza.
Alleate o nemiche?
Il microchimerismo solleva un dilemma evolutivo che i ricercatori riassumono come "cooperazione e conflitto". Da un lato, diversi studi suggeriscono che le cellule fetali possano avere un ruolo protettivo: sono state ritrovate concentrate nel sito di cicatrici e ferite materne, come se accorressero a riparare i tessuti danneggiati, e alcune ricerche le associano a una guarigione più rapida. Una rassegna pubblicata su BioEssays ipotizza che, dal punto di vista evolutivo, al figlio "convenga" mantenere la madre in salute il più a lungo possibile.
Dall'altro lato, la presenza stabile di cellule geneticamente estranee potrebbe contribuire a disturbi del sistema immunitario. Il microchimerismo è stato osservato con frequenza variabile in alcune malattie autoimmuni, come la sclerosi sistemica, che colpiscono molto più spesso le donne: una possibile, anche se non dimostrata, conseguenza di questa convivenza cellulare. La verità, probabilmente, è che lo stesso fenomeno può essere benefico o dannoso a seconda del contesto.
Un legame scritto nel corpo
Il microchimerismo non riguarda solo le gravidanze portate a termine: tracce cellulari possono restare anche dopo aborti spontanei o interruzioni. E il traffico è a doppio senso, perché anche le cellule materne attraversano la placenta e si stabiliscono nei figli, dove possono persistere a loro volta per tutta la vita, come documentato in altri lavori sulla letteratura sul microchimerismo.
Al di là delle implicazioni mediche ancora da chiarire, resta un'immagine potente: il confine tra madre e figlio non si chiude del tutto con il taglio del cordone ombelicale. Per il resto della vita, in qualche cellula nascosta del fegato, del cuore o persino del cervello, una madre continua letteralmente a portare con sé un pezzo dei propri figli.
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