Corpo Umano
Perché non possiamo farci il solletico da soli? La risposta
Il cervello prevede le conseguenze dei nostri movimenti e cancella la sorpresa: ecco perché il solletico funziona solo se arriva da un'altra persona.

Provate a farvi il solletico sotto i piedi o sotto le ascelle: non succede niente. Ma se è un'altra persona a sfiorarvi negli stessi punti, scoppiate a ridere e vi contorcete. Perché non riusciamo a farci il solletico da soli? La domanda sembra un gioco da bambini, ma la risposta tocca uno dei meccanismi più profondi del cervello: la sua capacità di prevedere le conseguenze dei nostri stessi movimenti. È un piccolo mistero quotidiano che le neuroscienze hanno finalmente spiegato.
Il cervello che predice se stesso
Ogni volta che compiamo un movimento, il cervello non si limita a inviare il comando ai muscoli: ne crea anche una «copia» interna, chiamata copia efferente, con cui anticipa quali sensazioni ne deriveranno. Questo sistema, noto come modello predittivo, serve a distinguere ciò che provochiamo noi stessi da ciò che ci capita dall'esterno. Quando la previsione coincide con la sensazione reale, il cervello «sottrae» quella sensazione, attenuandola: è il motivo per cui non ci spaventiamo dei nostri stessi gesti e non percepiamo come sorprendente il tocco della nostra mano.
Il solletico autoprodotto cade esattamente in questa trappola. Quando muoviamo la mano per sfiorarci, il cervello sa già dove, quando e con quale intensità avverrà il contatto. La sorpresa — ingrediente essenziale del solletico — viene cancellata in partenza, e l'effetto svanisce.
L'esperimento chiave: il ruolo del cervelletto
La prova decisiva arrivò nel 1998 con uno studio pubblicato su Nature Neuroscience dalle neuroscienziate Sarah-Jayne Blakemore e dai colleghi Daniel Wolpert e Chris Frith, dello University College London. Usando la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori mostrarono che il tocco prodotto da un'altra persona attivava molto di più la corteccia somatosensoriale rispetto allo stesso tocco autoprodotto. La chiave era il cervelletto, la struttura alla base del cranio che coordina i movimenti: era proprio lì che veniva generata la previsione capace di «spegnere» la risposta al tocco previsto.
Ma il dettaglio più ingegnoso dell'esperimento fu un altro. I ricercatori costruirono un dispositivo robotico con cui i partecipanti potevano «farsi il solletico» attraverso una macchina. Quando il movimento della mano veniva riprodotto fedelmente, niente solletico. Ma se la macchina introduceva un piccolo ritardo, oppure deviava la traiettoria del tocco, la sensazione di solletico tornava a crescere. La previsione del cervello, in pratica, non corrispondeva più alla realtà: ed ecco riapparire la sorpresa.
Due tipi di solletico
Gli scienziati distinguono in realtà due forme di solletico. La prima, chiamata knismesis, è la sensazione lieve, simile a un prurito, che proviamo quando un insetto o una piuma ci sfiora la pelle: serve probabilmente come segnale d'allarme per scacciare qualcosa che striscia su di noi. La seconda, la gargalesis, è quella più intensa, che provoca la risata convulsa e si concentra nelle zone più sensibili e vulnerabili del corpo, come piante dei piedi, ascelle e fianchi. Solo la gargalesis richiede l'intervento di un'altra persona.
A cosa serve essere solleticabili
Resta aperta la domanda più affascinante: perché siamo solleticabili? Già Charles Darwin aveva notato un parallelo con l'umorismo, ipotizzando che la risata da solletico, come quella suscitata da una battuta, richieda uno «stato d'animo allegro» e un elemento di sorpresa. Le ipotesi più accreditate vedono nel solletico un duplice ruolo: da un lato un meccanismo di difesa che ci spinge a proteggere le parti più delicate del corpo; dall'altro un potente strumento di legame sociale. Il gioco del solletico tra genitori e bambini, o tra partner, rafforza i rapporti e insegna ai piccoli i confini del corpo e del contatto.
Anche gli animali ridono per il solletico
Il solletico non è una prerogativa umana. I grandi primati come scimpanzé e gorilla emettono vocalizzazioni simili a risate quando vengono solleticati, segno che le radici di questo comportamento sono antichissime e legate al gioco sociale. Ancora più sorprendente è il caso dei ratti: questi roditori, se solleticati, producono richiami ultrasonici di gioia, una sorta di «risata» impercettibile al nostro orecchio. Uno studio pubblicato su Science nel 2016 dai neuroscienziati Shimpei Ishiyama e Michael Brecht ha individuato nella corteccia somatosensoriale dei ratti l'area responsabile di questa risposta, mostrando che il solletico è meno «buffo» e più «cerebrale» di quanto pensassimo. La solleticabilità appare così come un tratto evolutivo profondo, condiviso da molte specie sociali.
Quando il «filtro» si rompe
La ricerca ha anche un risvolto clinico sorprendente. In studi successivi, lo stesso gruppo di Blakemore ha osservato che alcune persone con sintomi schizofrenici legati a disturbi del senso di controllo riescono, in parte, a farsi il solletico da sole. Il motivo sarebbe proprio un malfunzionamento del modello predittivo: il cervello fatica a riconoscere come «proprie» le azioni che compie, e così non riesce ad attenuarne le conseguenze sensoriali. Lo stesso meccanismo che ci impedisce di farci il solletico, dunque, è alla base del nostro senso di essere gli autori dei nostri gesti.
Questo piccolo enigma, già notato da Aristotele oltre duemila anni fa e analizzato anche nelle moderne voci scientifiche dedicate al solletico e ai lavori indicizzati su PubMed, ci ricorda una verità affascinante: il nostro cervello è soprattutto una macchina che prevede il futuro, anticipando di continuo ciò che stiamo per sentire. E quando ci prova a farsi il solletico, semplicemente sa già come va a finire.
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