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Impronte digitali: a cosa servono davvero e come si formano

Uniche per ogni individuo, le creste della pelle dei polpastrelli non servono solo a identificarci: nascono prima della nascita seguendo le stesse leggi delle macchie degli animali.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Dettaglio di un polpastrello che mostra le creste dell'impronta digitale
Dettaglio di un polpastrello che mostra le creste dell'impronta digitale

Le usiamo per sbloccare lo smartphone, ci identificano sulla scena di un crimine, sono diverse in ognuno di noi, persino nei gemelli identici. Eppure, su una domanda apparentemente semplice — a cosa servono le impronte digitali? — la scienza ha discusso a lungo, e solo di recente ha capito anche come si formano. Le creste della pelle dei polpastrelli, dette dermatoglifi, sono molto più di un codice a barre biologico.

Una firma che nasce prima di nascere

Le impronte si formano nel feto, tra circa la decima e la sedicesima settimana di gestazione, e una volta definite non cambiano più per tutta la vita (salvo lesioni profonde della pelle). Il loro disegno — i tre grandi schemi classici delle impronte digitali sono l'arco, l'ansa e il vortice — dipende solo in parte dalla genetica. Il resto è frutto di micro-condizioni durante lo sviluppo: pressione del liquido amniotico, posizione delle dita, velocità di crescita dei cuscinetti embrionali. Per questo nemmeno due gemelli identici, che condividono lo stesso DNA, hanno impronte uguali: la componente casuale dello sviluppo le rende uniche.

Le equazioni di Turing nei polpastrelli

La grande domanda era come la pelle "decida" il disegno. La risposta, pubblicata nel 2023 sulla rivista Cell da un gruppo dell'Università di Edimburgo, chiama in causa un'idea del matematico Alan Turing. Nel 1952 Turing aveva descritto come semplici sostanze chimiche che si diffondono e reagiscono tra loro possano generare spontaneamente motivi regolari — strisce, macchie, onde — gli stessi che vediamo nel manto degli animali. I ricercatori hanno scoperto che le creste dei polpastrelli si formano proprio così: speciali strutture della pelle si sviluppano come onde che partono da tre punti diversi del dito e si propagano l'una verso l'altra. Quando queste onde si incontrano, il modo in cui collidono determina se nascerà un arco, un'ansa o un vortice. È un sistema di Turing in azione sotto la nostra pelle.

Polpastrello che tocca una superficie liscia, in primo piano le creste cutanee
Le creste dei polpastrelli aumentano la sensibilità tattile e modulano l'attrito. Credit: Angela Roma, Pexels.

Servono davvero a "fare presa"?

L'idea più intuitiva è che le impronte migliorino la presa, come il battistrada di un pneumatico. Ma le cose sono meno scontate. Studi di biomeccanica condotti dal ricercatore Roland Ennos e colleghi hanno mostrato che, contrariamente alle attese, le creste riducono la superficie di pelle a contatto con un oggetto liscio (circa di un terzo), e quindi su superfici asciutte e lisce non aumentano necessariamente l'attrito come farebbe una gomma. Questo ha messo in dubbio la spiegazione classica e spinto a cercarne altre.

Tatto, sudore e superfici bagnate

Le ipotesi oggi più solide sono due, non in contraddizione tra loro. La prima riguarda il tatto: le creste, scorrendo su una superficie, generano vibrazioni che vengono amplificate e trasmesse ai recettori sensoriali della pelle, in particolare ai corpuscoli di Pacini, sensibili alle texture fini. In pratica le impronte funzionerebbero come un sofisticato sensore che ci permette di percepire dettagli minuti e materiali diversi al tatto. La seconda riguarda l'acqua: i solchi tra le creste si comportano come microcanali di drenaggio, allontanando l'umidità e mantenendo il contatto quando le dita sono bagnate, un po' come il battistrada scolpito di un pneumatico sotto la pioggia. È anche il motivo per cui i polpastrelli si raggrinziscono in acqua, formando solchi che migliorano la presa sul bagnato.

Da Galton alla biometria

L'uso delle impronte per identificare le persone si deve in gran parte a Francis Galton, che a fine Ottocento ne dimostrò l'unicità e la stabilità, gettando le basi della dattiloscopia forense. Oggi quegli stessi disegni sbloccano dispositivi e validano pagamenti, in un'epoca in cui la biometria è entrata nella vita quotidiana. Ma dietro la loro utilità pratica resta la meraviglia di un fenomeno naturale: un motivo unico, generato dal caos ordinato dello sviluppo embrionale secondo le stesse leggi matematiche che dipingono le strisce di una zebra. Le impronte digitali sono, letteralmente, l'eco visibile delle equazioni di Turing scritte sulla punta delle nostre dita.

Curiosamente, non siamo gli unici a possederle. Anche gli scimpanzé e i gorilla hanno impronte sui polpastrelli, e persino il koala — un marsupiale evolutivamente lontanissimo da noi — ne ha di così simili alle umane da poter trarre in inganno: si tratta di un caso di convergenza evolutiva, comparso in modo indipendente probabilmente per migliorare la presa e la manipolazione fine di rami e foglie. Questo rafforza l'idea che i dermatoglifi abbiano un valore funzionale legato al tatto e alla manualità, non un semplice accidente di sviluppo.

Esistono anche rarissime condizioni genetiche, come l'adermatoglifia, che fanno nascere alcune persone senza impronte digitali: polpastrelli completamente lisci. Soprannominata "malattia del ritardo all'immigrazione" perché complica i controlli biometrici alle frontiere, è dovuta a mutazioni di un singolo gene e dimostra quanto sia sottile il programma genetico che governa la formazione delle creste. Studiare questi casi limite aiuta gli scienziati a ricostruire, gene dopo gene, la sequenza di istruzioni che trasforma la pelle liscia di un embrione nel disegno unico e irripetibile che ci portiamo sui polpastrelli per tutta la vita.

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