Curiosando si impararivista di curiosità

Corpo Umano

Runner's high: l'euforia del corridore non è fatta di endorfine

L'euforia che arriva dopo qualche chilometro di corsa è stata attribuita per decenni alle endorfine. La scienza recente indica un altro responsabile: gli endocannabinoidi.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Persona che corre all'aperto al tramonto, esempio dell'attività che può provocare il runner's high
Persona che corre all'aperto al tramonto, esempio dell'attività che può provocare il runner's high

Chi corre da tempo lo conosce bene: a un certo punto, dopo qualche chilometro, la fatica sembra svanire e lascia il posto a una sensazione di leggerezza, benessere e quasi euforia. È il celebre "runner's high", lo sballo del corridore. Per decenni la spiegazione data per scontata, anche da molti medici, è stata una sola: le endorfine. Eppure la ricerca degli ultimi anni ha ribaltato questa certezza, indicando un protagonista diverso e per certi versi sorprendente: gli endocannabinoidi, molecole che il nostro corpo produce naturalmente e che sono parenti chimici dei principi attivi della cannabis.

Il mito delle endorfine

L'idea che il runner's high dipendesse dalle endorfine nacque negli anni Settanta e Ottanta, quando si scoprì che l'esercizio fisico intenso fa aumentare i livelli di questi oppioidi naturali nel sangue. La narrazione era seducente: il corpo, sotto sforzo, produrrebbe i suoi "antidolorifici interni", regalando in cambio una scarica di piacere. C'era però un problema, a lungo trascurato. Le endorfine sono molecole grandi e idrofile, cioè affini all'acqua, e per questo non riescono ad attraversare la barriera ematoencefalica, il filtro che protegge il cervello. Difficile, dunque, che possano agire direttamente sull'umore e sulle emozioni, che nascono dentro l'encefalo.

Persona che corre lungo un sentiero immerso nella natura, attività che può scatenare il runner's high
Dopo un certo sforzo prolungato, molti corridori provano una sensazione di euforia e benessere. Foto: Chris F / Pexels.

La prova decisiva: gli esperimenti sui topi

La svolta arrivò nel 2015. Un gruppo guidato da Johannes Fuss pubblicò sui Proceedings of the National Academy of Sciences un esperimento elegante sui topi. Dopo aver corso sulla ruota, gli animali mostravano i segni tipici del runner's high: meno ansia e una ridotta sensibilità al dolore. I ricercatori provarono allora a bloccare separatamente i due sistemi. Quando inibivano i recettori degli oppioidi, l'effetto benefico restava intatto; ma quando bloccavano i recettori degli endocannabinoidi, il runner's high spariva del tutto. Il colpevole, almeno nei roditori, non erano le endorfine, ma una molecola chiamata anandamide, il cui nome deriva dal sanscrito ananda, "beatitudine".

A differenza delle endorfine, gli endocannabinoidi sono lipofili, cioè affini ai grassi, e attraversano facilmente la barriera ematoencefalica: hanno quindi tutte le carte in regola per agire direttamente sul cervello e modulare umore, ansia e percezione del dolore.

E negli esseri umani?

Gli scettici obiettavano: i topi non sono persone. La conferma sull'uomo è arrivata con un secondo esperimento, ancora del gruppo di Fuss, pubblicato nel 2021. I ricercatori somministrarono ad alcuni corridori il naltrexone, un farmaco che blocca i recettori degli oppioidi e quindi l'azione delle endorfine. Se la teoria classica fosse stata giusta, il runner's high sarebbe dovuto sparire. Invece i partecipanti continuavano a sperimentare euforia e riduzione dell'ansia dopo la corsa, mentre i livelli di endocannabinoidi nel sangue salivano. Come riportato nello studio pubblicato su Psychoneuroendocrinology, l'euforia da esercizio non dipendeva dagli oppioidi endogeni.

Corridore che si allena di corsa, con i livelli di endocannabinoidi che aumentano dopo lo sforzo prolungato
Negli esseri umani la corsa fa salire i livelli di anandamide, un endocannabinoide. Foto: Alex Kinkate / Pexels.

Un'eredità evolutiva

Perché il nostro corpo ci ricompensa proprio quando corriamo a lungo? Una possibile risposta viene dalla biologia evolutiva. Studi comparativi guidati dall'antropologo David Raichlen hanno confrontato i livelli di endocannabinoidi dopo l'esercizio in tre specie: esseri umani, cani (corridori di lunga distanza per natura) e furetti (animali sedentari). Nelle specie adattate alla corsa, uomo e cane, l'anandamide schizzava verso l'alto dopo lo sforzo; nei furetti, no. L'ipotesi è che il runner's high si sia evoluto come un meccanismo di ricompensa che spingeva i nostri antenati a percorrere lunghe distanze per cacciare e raccogliere cibo, rendendo la fatica più sopportabile e perfino piacevole.

Cosa significa per chi corre

Tutto questo non vuol dire che le endorfine non abbiano alcun ruolo: probabilmente contribuiscono a smorzare il dolore muscolare a livello periferico. Ma la componente di euforia, calma e benessere mentale sembra dipendere soprattutto dal sistema endocannabinoide. È una buona notizia per chiunque pratichi attività fisica: l'effetto non è esclusivo della corsa estrema e può comparire con qualsiasi esercizio aerobico prolungato e di intensità moderata. Il "naturale antistress" che cerchiamo, insomma, lo produciamo già da soli, semplicemente muovendoci.

Una buona curiosità ogni mattina

Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.

Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


Da scoprire

Continua a leggere

Altre storie che ti potrebbero piacere, scelte per te