Corpo Umano
Sindrome di Capgras: il delirio di chi guarda la madre e dice 'questa non è mia madre, è una sosia'
Descritta a Parigi nel 1923 da Joseph Capgras, è un raro disturbo neuropsichiatrico in cui il paziente riconosce intellettualmente un familiare ma è certo che sia stato sostituito da un impostore identico. Nel 1990 Hadyn Ellis ne ha proposto la spiegazione neuroscientifica.

Madame M. ha 53 anni quando viene ricoverata all'ospedale psichiatrico Sainte-Anne di Parigi nel febbraio 1918. Racconta agli psichiatri che il marito, da poco tornato dalla guerra, in realtà non è tornato: l'uomo che dorme accanto a lei è un impostore, un sosia perfetto, identico fin nei dettagli ma diverso. Anche le figlie sono sosie. Anche il fratello che la viene a trovare in reparto è un sosia. Quando le si fa notare che riconosce perfettamente i loro volti, Madame M. risponde con calma: "Sì, sono identici. Ma non sono loro". Il caso, ricostruito dallo psichiatra Joseph Capgras nel 1923 con il suo allievo Jean Reboul-Lachaux, è il primo del registro clinico di quella che oggi chiamiamo sindrome di Capgras.
Una delusione molto particolare
La sindrome di Capgras è classificata nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders come una delusional misidentification syndrome. Il paziente non vede male, non sente male, non sbaglia nel riconoscere intellettualmente la persona davanti a sé: lo descrive correttamente, ne ricorda nome e vita. Eppure è assolutamente certo che si tratti di un sosia, un duplicato, un impostore introdotto al posto della persona vera. La sintesi clinica e i criteri diagnostici sono raccolti dall'articolo del National Library of Medicine aggiornato nel 2023. La sindrome colpisce in circa la metà dei casi pazienti con schizofrenia paranoide, ma una porzione crescente di diagnosi viene fatta in soggetti con malattia di Alzheimer, demenza con corpi di Lewy o trauma cranico in regione temporo-occipitale destra.
La spiegazione di Hadyn Ellis: la doppia via dei volti
Per quasi settant'anni la psichiatria non è riuscita a dare una spiegazione neurale alla Capgras. Era considerata un fenomeno puramente psicodinamico: un tentativo inconscio di rifiutare un familiare verso cui si nutrivano sentimenti ambivalenti. Nel 1990, sulle pagine del British Journal of Psychiatry, lo psicologo Hadyn Ellis della Cardiff University insieme ad Andy Young propose un modello completamente diverso. L'articolo del 2001 su Trends in Cognitive Sciences, che ne sviluppa la teoria, parte da una constatazione: il cervello elabora i volti per due vie parallele. Una via, ventrale (corteccia temporale inferiore), fa il riconoscimento esplicito ("è mio padre"); un'altra, dorsale (verso l'amigdala e il sistema limbico), genera la risposta emotiva automatica di familiarità ("caldo, sicurezza, casa"). Nei pazienti Capgras la prima via funziona, la seconda no. Il cervello allora ragiona: "Lo vedo, lo riconosco, ma non sento nulla di familiare. Quindi non è lui". È l'esatto opposto della prosopagnosia, in cui il paziente non riconosce i volti ma li trova emotivamente familiari.

La conferma con la conduttanza cutanea
Una conferma empirica del modello di Ellis è arrivata nel 1997 dal neuroscienziato indiano-statunitense Vilayanur Ramachandran dell'Università della California a San Diego. Misurando la galvanic skin response (variazione della conduttanza cutanea, indice di attivazione emotiva) in un paziente Capgras davanti a foto del padre e di volti sconosciuti, Ramachandran ha registrato una risposta identica in entrambi i casi. Nei soggetti sani la fotografia di un familiare provoca un picco di conduttanza misurabile; nei Capgras questo picco scompare. Il dato è pubblicato in un articolo su Proceedings of the Royal Society B del 1997 firmato da William Hirstein e Vilayanur Ramachandran. Per il paziente, la fotografia è emotivamente equivalente a quella di uno sconosciuto: il cervello razionalizza la dissociazione inventando l'idea del sosia.
Il caso del telefono
Una sfumatura clinica importante: i pazienti Capgras spesso accettano la voce dei familiari, soprattutto al telefono. Sentono il padre al telefono e sono convinti di parlare col padre vero, ma se quello stesso padre entra in casa lo vedono come un impostore. La spiegazione neurale combacia: la voce viaggia per circuiti cerebrali parzialmente diversi (corteccia temporale superiore, area di Wernicke) e raggiunge il sistema limbico per una via che, nei pazienti Capgras, è ancora funzionante. Il sosia, per loro, esiste solo quando il volto è visibile.
Tra demenza e nascita di un campo di studi
Una review sistematica su Frontiers in Aging Neuroscience stima che la sindrome di Capgras compaia in circa il 16% dei pazienti con demenza con corpi di Lewy e nell'8% di quelli con malattia di Alzheimer. La diagnosi differenziale è cruciale: scambiare la sindrome per un episodio psicotico isolato porta a trattamenti antipsicotici che non risolvono il problema neurodegenerativo sottostante. Negli ultimi anni la sindrome è diventata anche un modello sperimentale d'oro per studiare la coscienza implicita: come può un cervello "sapere" qualcosa e contemporaneamente "non sentirlo"? Il caso di Madame M. del 1918 ha aperto, decenni dopo la morte di Capgras, una delle frontiere più affascinanti delle neuroscienze. Ogni volta che un paziente guarda la moglie e dice "non sei tu, sei una sosia", quel cervello sta in realtà raccontando per primo come funzionano i nostri.
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