Psicologia
Esperimento di Rosenhan, 1973: otto persone sane si fanno ricoverare in psichiatria fingendo di sentire voci. Nessuno se ne accorge per settimane
Lo psicologo di Stanford David Rosenhan pubblicò su Science uno studio che mise in crisi la psichiatria americana. Anni dopo, le inchieste di Susannah Cahalan hanno mostrato che probabilmente l'esperimento fu in gran parte falsificato.

Nel gennaio 1973 la rivista Science pubblica un articolo che farà tremare la psichiatria americana per un decennio. Si intitola On Being Sane in Insane Places, lo firma David L. Rosenhan, professore di psicologia e diritto a Stanford. Il sottotitolo riassume tutto: "Se la sanità e l'insanità esistono come categorie distinte, come riusciamo a distinguerle?". Rosenhan racconta di aver organizzato un esperimento sotto copertura con sette suoi conoscenti perfettamente sani — tre psicologi, una psichiatra, una casalinga, un pittore e uno studente di medicina — più se stesso. Tutti gli otto si sono presentati in dodici diversi ospedali psichiatrici in cinque Stati americani fingendo di sentire una voce ripetere tre parole: "empty", "hollow", "thud" ("vuoto", "cavo", "tonfo").
"Thud": la parola che ti ricovera
Le tre parole erano state scelte da Rosenhan con cura: suggerivano una crisi esistenziale ma non corrispondevano ad alcun sintomo classificato nella letteratura psicotica del tempo. I finti pazienti dichiaravano nome falso e professione falsa (per non rovinare la carriera dei colleghi), ma davano nome vero ai familiari, vera storia clinica passata, vere abitudini. La voce era l'unica menzogna. Una volta varcato l'ingresso del reparto, smettevano di simulare e si comportavano in modo perfettamente normale: parlavano educatamente con gli infermieri, mangiavano regolarmente, prendevano appunti su quaderni. Sette degli otto furono diagnosticati con schizofrenia, uno con disturbo bipolare. La degenza media fu di 19 giorni (con un massimo di 52). Nessuno fu mai smascherato dal personale clinico, sebbene molti altri pazienti li avessero identificati come "finti" già al secondo giorno. La pubblicazione integrale su Science è ancora accessibile online.
La dimissione: 'schizofrenia in remissione'
Il dettaglio più pesante è nella diagnosi di uscita. I sette "schizofrenici" furono dimessi con la formula "schizofrenia in remissione": non guariti, semplicemente sotto controllo. Per Rosenhan questo era il colpo definitivo al sistema diagnostico: una volta etichettato, il paziente rimaneva malato anche in assenza di sintomi. Sulla pagina di Wikipedia dedicata all'esperimento è raccolto anche un seguito che Rosenhan organizzò: a un ospedale che protestò affermando di poter facilmente smascherare i finti pazienti, comunicò che nei tre mesi successivi un certo numero di pseudo-pazienti si sarebbe presentato in pronto soccorso. L'ospedale dichiarò di aver identificato 41 finti pazienti in quel periodo. Rosenhan ribatté: "Non ne ho mandato nessuno".
L'impatto sull'antipsichiatria e sul DSM
L'articolo è spesso indicato come uno dei colpi che accelerò il movimento per la deistituzionalizzazione della psichiatria americana negli anni Settanta, contribuendo alla chiusura di centinaia di grandi ospedali psichiatrici e all'avvento dei servizi territoriali. Influenzò anche la revisione del manuale diagnostico DSM, che nel 1980 (DSM-III) passò dal modello psicoanalitico a un sistema di criteri più rigorosi e operazionali per ogni diagnosi. La pubblicazione di Rosenhan è in molte bibliografie di etica della ricerca: 50.000+ citazioni accademiche, secondo Google Scholar.

2019: lo studio che potrebbe essere falso
La storia ha un capitolo recente, più oscuro. Nel 2019 la giornalista americana Susannah Cahalan, che aveva personalmente vissuto un'esperienza di malattia psichiatrica raccontata nel libro Brain on Fire, pubblica The Great Pretender (Penguin Random House, novembre 2019). Cahalan ha trascorso anni a verificare le fonti dell'esperimento Rosenhan: tracce dei sette pseudo-pazienti, registrazioni cliniche, archivi degli ospedali, lettere personali. Il risultato è sconcertante: solo uno dei sette ha mai potuto essere identificato in modo certo, un certo Bill Underwood, che ha confermato l'esperienza ma con dettagli contradditori. Cahalan ha trovato evidenze che Rosenhan stesso, l'"ottavo paziente", abbia esagerato considerevolmente i propri sintomi durante il ricovero personale, facendo dichiarazioni ben più gravi di quelle riportate nel paper. Una ricostruzione dello Science History Institute sintetizza i dubbi sollevati da Cahalan.
Il valore residuo
Anche se l'esperimento fosse stato in gran parte inventato o esagerato, le sue conclusioni hanno avuto un effetto storico reale. Hanno costretto la psichiatria a interrogarsi sui propri criteri diagnostici, hanno alimentato il movimento di chiusura delle strutture-segregazione e hanno aperto un dibattito pubblico che dura ancora oggi. Da quel paper sono passate due fasi: la prima, di critica feroce alla psichiatria istituzionale; la seconda, di riflessione sull'etica della ricerca e sulla credibilità dello stesso ricercatore. Rosenhan morì nel 2012 senza mai aver pubblicato i dati grezzi dell'esperimento, sebbene avesse firmato un contratto con Doubleday per un libro che non scrisse mai. Forse perché non poteva. Una recensione del Guardian al libro di Cahalan conclude: "L'esperimento Rosenhan ha rivoluzionato la psichiatria nel modo giusto, ma forse per le ragioni sbagliate". Un risultato curiosissimo per una scienza che si fa carico, ogni giorno, di distinguere il vero dal finto nelle nostre menti.
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