Curiosità
Cratere di Chicxulub: l'asteroide che 66 milioni di anni fa sterminò i dinosauri in poche ore
Lo scoprì un geofisico di una compagnia petrolifera nel 1978. La conferma della 'pistola fumante' è arrivata nel 2019 con la carota Expedition 364 del IODP.

Sotto la giungla dello Yucatán, sepolta da quasi un chilometro di sedimenti, c'è una cicatrice quasi perfettamente circolare di 180 chilometri di diametro. È il cratere di Chicxulub, prende il nome da un villaggio di pescatori vicino a Mérida e racconta un attimo preciso della storia della Terra: il 13 settembre, secondo i dati delle carote del 2025, oppure in giugno, secondo studi precedenti, del 66.043.000 anno prima di oggi. Quel giorno un asteroide di circa 10 chilometri colpì il pianeta. Settantacinque per cento delle specie viventi non vide il sole tramontare la sera successiva.
1978: un geofisico, una mappa magnetica e niente petrolio
La storia della scoperta è una di quelle che si raccontano agli studenti di geologia per insegnare la pazienza. Nel 1978 il geofisico statunitense Glen Penfield, dipendente della compagnia petrolifera messicana Pemex, stava analizzando i dati di un'indagine aeromagnetica sul Golfo del Messico in cerca di nuovi giacimenti. Trovò un'anomalia magnetica circolare enorme, in parte a terra e in parte in mare. Era convinto di aver scoperto un cratere d'impatto. La Pemex non lo lasciò pubblicare i dati ed escludeva un'origine petrolifera: il cratere fu dimenticato per dodici anni. Solo nel 1990, dopo che il geologo Alan Hildebrand della University of Arizona contattò Penfield, vennero esaminati i campioni di roccia depositati negli archivi: contenevano shocked quartz e tectiti, vetri impattogenici impossibili da produrre se non con un asteroide. Lo riassume bene la voce Wikipedia dedicata al cratere.
L'iridio nel mondo intero: i due Alvarez
Dieci anni prima, l'idea che un asteroide avesse sterminato i dinosauri sembrava fantascienza. La svolta arrivò nel giugno 1980, quando il padre Luis Alvarez (premio Nobel per la fisica 1968) e il figlio Walter, geologo a Berkeley, pubblicarono su Science un articolo che cambiò la paleontologia: in tutto il mondo, allo strato che separa il Cretaceo dal Paleogene (il famoso limite K-Pg), si trovava un sottile strato di argilla con concentrazioni di iridio trenta volte superiori alla norma. L'iridio sulla crosta terrestre è raro ma è abbondante nei meteoriti. La conclusione degli Alvarez fu netta: un grande corpo celeste aveva colpito la Terra alla fine del Cretaceo. Il sito della collisione, però, mancava. Quando dieci anni dopo si ritrovò il lavoro di Penfield, le due tessere combaciarono. Lo racconta la divulgazione della NASA.

Cosa è successo nelle prime ore
L'asteroide entrò in atmosfera a circa 20 chilometri al secondo da un angolo di 45-60° in direzione nord-est. L'energia rilasciata fu di circa 10²³ joule, equivalente a 100 milioni di megatoni di TNT: due milioni di volte la potenza della Tsar Bomba, la più grande arma nucleare mai detonata. L'onda d'urto fece evaporare istantaneamente l'oceano nel raggio di centinaia di chilometri; un mega-tsunami alto 1,5 chilometri attraversò il Golfo, e ricostruzioni dei sedimenti pubblicate su Nature Communications hanno documentato depositi di tsunami fin nel Texas e nel sud degli Stati Uniti.
Ma il colpo decisivo non fu l'urto. Fu ciò che venne dopo. L'impatto colpì rocce ricche di solfati: vaporizzò 325 miliardi di tonnellate di zolfo che, salite in stratosfera, formarono un'oscura sospensione di aerosol solforici. La luce solare si ridusse del 90 per cento per oltre un anno e mezzo. La fotosintesi crollò. Le temperature globali scesero di 20-25°C nel cosiddetto «inverno da impatto». Le piante morirono prima, gli erbivori dopo, i carnivori per ultimi. Lo studio guidato da Cem Berk Senel su Nature Geoscience nel 2023 ha mostrato che furono le polveri silicee del cratere, non solo i solfati, a determinare la lunga durata dell'inverno.
La pistola fumante del 2019: la spedizione 364
La prova definitiva è arrivata nel 2019. Nell'aprile-maggio 2016 la spedizione 364 dell'International Ocean Discovery Program e dell'International Continental Scientific Drilling Program perforò il peak ring del cratere, l'anello rialzato centrale, prelevando carote dai 506 ai 1.335 metri sotto il fondale. Dentro c'era una sequenza di brecce e detriti che documenta letteralmente il primo giorno del Paleogene: 130 metri di materiale depositato nelle prime 24 ore. Il JPL della NASA ha definito quella carota la «pistola fumante» dell'estinzione. Tra i sedimenti c'è anche dust di polvere d'asteroide carbonacea (CI chondrite): l'asteroide era un C-type proveniente dalla fascia esterna del Sistema Solare, oltre l'orbita di Giove.

Chi è sopravvissuto, chi no
L'estinzione spazzò via tutti i dinosauri non aviari, gli pterosauri, gli ammoniti, i mosasauri, i plesiosauri e oltre il 75 per cento delle specie marine e terrestri. Sopravvissero, in proporzione maggiore, gli organismi piccoli, fossori, acquatici, capaci di entrare in dormienza: i piccoli mammiferi nostri antenati, le tartarughe, i coccodrilli, gli uccelli (discendenti dei teropodi), molti pesci ossei. Per i mammiferi fu il via libera all'enorme radiazione adattativa dei 66 milioni di anni successivi.
Resta una domanda aperta, dibattuta a livello accademico: l'impatto fu l'unica causa? La paleontologa Gerta Keller di Princeton ha pubblicato per anni studi che attribuiscono parte dell'estinzione alle eruzioni dei Trappi del Deccan in India, contemporanee al limite K-Pg. La comunità scientifica oggi tende a vedere l'impatto come causa principale, con i Trappi che hanno destabilizzato gli ecosistemi nei millenni precedenti. Una rassegna pubblicata su Science Advances nel 2020 mostra che l'angolo di impatto è stato il massimo possibile per la produzione di aerosol stratosferici: «se l'asteroide fosse arrivato più verticalmente o più radente», ha osservato l'autore Gareth Collins dell'Imperial College, «i dinosauri avrebbero potuto cavarsela».
La fortuna, in altre parole, è arrivata davvero da fuori. E ha avuto un indirizzo molto preciso: 21° 24' N, 89° 30' O, profondità 1.000 metri sotto il fondale dello Yucatán.
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