Psicologia
Sindrome dell'impostore: lo studio del 1978 in cui Clance scoprì che il 70% delle laureate brillanti pensava di non meritare nulla
Pauline Rose Clance e Suzanne Imes intervistarono 150 donne con dottorato. Tutte attribuivano i successi alla fortuna. Tutte temevano di essere 'scoperte'.

Negli anni Settanta, due psicologhe cliniche dell'Oberlin College dell'Ohio si trovavano davanti a un paradosso. Le loro pazienti — donne con dottorati di ricerca, professoresse universitarie, medici, professioniste — arrivavano allo studio piangendo di sentirsi 'incapaci', di 'aver ingannato' chi le aveva assunte, di 'temere il giorno in cui qualcuno scoprirà che non sono brave'. Le pazienti avevano CV impeccabili, premi, pubblicazioni. Eppure, ogni nuova promozione veniva vissuta come un'altra occasione di essere smascherate.
Pauline Rose Clance e Suzanne Imes, che ne avevano viste decine, decisero di studiare il fenomeno sistematicamente. Su 150 donne intervistate tra il 1973 e il 1977 — tutte con grado di dottorato, professoresse o studentesse dei più importanti college americani — il 100% riportava i sintomi che le due autrici descrissero come impostor phenomenon. L'articolo uscì sulla rivista Psychotherapy: Theory, Research and Practice nel 1978 con il titolo: 'The Imposter Phenomenon in High Achieving Women: Dynamics and Therapeutic Intervention'. Il termine entrò nel vocabolario popolare in pochi anni.

Il ciclo dell'impostore
Clance e Imes descrissero un meccanismo ciclico, oggi chiamato imposter cycle. Il punto di partenza è un compito (un esame, una presentazione, una scadenza). Il soggetto reagisce in uno di due modi: iper-preparazione compulsiva oppure procrastinazione seguita da una corsa finale. In entrambi i casi, il compito viene superato con successo. Il successo, però, non viene mai attribuito alla competenza: nella variante 'iper-preparazione' è imputato allo sforzo eccessivo ('ho dovuto lavorare il doppio per arrivare allo stesso punto degli altri'); nella variante 'procrastinazione' alla fortuna o all'aiuto degli altri ('era facile, chiunque ce l'avrebbe fatta').
Lo schema è quindi self-sealing: ogni successo conferma, paradossalmente, la sensazione di essere un impostore. Il riconoscimento esterno (lode, promozione, premio) intensifica l'ansia, perché alza le aspettative future. Anche un fallimento (raro, vista la preparazione eccessiva) sarebbe vissuto come 'prova definitiva' di non valere abbastanza.
La scala Clance del 1985
Sette anni dopo l'articolo iniziale, Clance pubblicò una scala diagnostica di 20 item, la Clance Impostor Phenomenon Scale (CIPS). Misura cinque dimensioni: la sensazione di aver 'truccato' i successi, il timore della valutazione, l'incapacità di internalizzare il successo, l'attribuzione a fattori esterni, e la paura di essere scoperti. Il punteggio va da 20 a 100; sopra 60 si parla di frequent impostor feelings; sopra 80 di intense impostor feelings. La CIPS resta lo strumento standard a livello mondiale, tradotto in oltre 30 lingue (in italiano è validata dal gruppo di Elena Trifiletti dell'Università di Verona, 2019).
Non è una sindrome (e ne soffrono anche gli uomini)
Una precisazione tecnica: l'imposter phenomenon non è una diagnosi psichiatrica, non compare nel DSM-5 né nell'ICD-11. È un tratto esperienziale, simile a uno stile attributivo. Inoltre, contrariamente all'idea di Clance del 1978 (che la ritenne 'specifica delle donne'), studi successivi hanno mostrato che colpisce con frequenza simile i maschi. Cambia forse l'espressione: gli uomini tendono a manifestarla con perfezionismo competitivo e workaholism, le donne con auto-svalutazione esplicita.
Una meta-analisi del 2019 condotta da Bravata e colleghi della Stanford School of Medicine su 62 studi e oltre 14.000 partecipanti ha stimato che tra il 9% e l'82% delle persone manifesta sintomi clinicamente rilevanti di impostor phenomenon a un certo momento della vita, con una stima 'centrale' attorno al 50-70%. La condizione è particolarmente frequente in medici, accademici e dottorandi: in alcuni programmi PhD americani sopra l'80% delle/dei dottorande/i scorano oltre la soglia di Clance.

Maya Angelou, Tom Hanks, Albert Einstein
La frase con cui spesso si apre la divulgazione del fenomeno è di Maya Angelou, l'autrice di I Know Why the Caged Bird Sings: 'Ho scritto 11 libri, ma ogni volta penso: oh oh, ora si accorgeranno che ho ingannato tutti'. È documentato l'imposter phenomenon di Tom Hanks (in interviste a NPR), di Michelle Obama (in Becoming, 2018), di Sheryl Sandberg in Lean In (2013), di David Bowie nella biografia di Dylan Jones. Anche Albert Einstein, in una lettera del 1955 alla pittrice Queen Mother Elisabeth del Belgio, definì sé stesso 'un involuntary swindler' (un truffatore involontario) — la frase è la cosa più vicina a un'autodiagnosi di Einstein.
Come si esce
La letteratura clinica suggerisce tre direzioni concrete (riassunte in una review di Sakulku e Alexander del 2011):
- Riconoscere il pattern: il primo passo è semplicemente sapere che esiste. Studi di Kets de Vries (INSEAD) mostrano che dare un nome al fenomeno riduce del 30% l'ansia da prestazione.
- Esposizione al fallimento controllato: i programmi anti-imposter più efficaci (per esempio quelli del MIT per le PhD students dal 2018) chiedono di fallire di proposito piccoli compiti per imparare che il mondo non crolla.
- Reattributi i successi: cognitive-behavioral therapy specifica, in cui si scrive un diario delle proprie vittorie con la causa esplicita di ciascuna ('ho ottenuto X perché ho preparato Y').
Pauline Clance, ottantasettenne, continua a pratica psicoterapia ad Atlanta e gestisce ancora il sito da cui si scarica gratis la CIPS. In un'intervista al New York Times del 2022 ha detto che 'rimpiange di aver chiamato la cosa impostor syndrome e non impostor experience: la parola sindrome ha fatto pensare a una malattia, quando è solo un modo molto comune di sentirsi vivi e di non sentirsi all'altezza'.
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