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I cerchi delle fate della Namibia: il mistero ecologico dei deserti

Migliaia di chiazze tonde e regolari punteggiano il deserto: termiti o auto-organizzazione delle piante? La scienza si è divisa.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Veduta aerea dei cerchi delle fate nel deserto del Namib in Namibia
Veduta aerea dei cerchi delle fate nel deserto del Namib in Namibia

Visti dall'alto sembrano un disegno fatto apposta: migliaia di chiazze circolari di terra nuda, quasi perfettamente tonde e distribuite a distanze regolari, punteggiano le praterie aride della Namibia. Gli abitanti himba li attribuiscono agli spiriti o al respiro di un drago sotterraneo. La scienza li chiama fairy circles, i "cerchi delle fate", e per decenni non è riuscita a spiegarli. Sono uno dei più affascinanti misteri ecologici ancora in parte aperti.

Che cosa sono i cerchi delle fate

I cerchi delle fate sono macchie circolari prive di vegetazione, con diametro che va da circa due fino a una dozzina di metri, circondate da un anello di erba più alta e rigogliosa del resto del prato. Si trovano in una fascia di deserto tra l'Angola, la Namibia e il Sudafrica, in particolare nel Namib, ma nel 2016 ne sono stati identificati di analoghi anche nell'entroterra arido dell'Australia occidentale, nella regione del Pilbara. Non sono disposti a caso: tendono a organizzarsi in un reticolo regolare, con una spaziatura sorprendentemente costante, quasi esagonale.

Proprio questa regolarità è il nocciolo dell'enigma. In natura gli schemi così ordinati sono rari, e quando compaiono indicano di solito che dietro c'è un meccanismo preciso. Capire quale, però, ha diviso gli scienziati in due scuole di pensiero.

Veduta aerea dei cerchi delle fate nel deserto della Namibia
Veduta aerea dei cerchi delle fate in Namibia: chiazze nude regolarmente spaziate. Credit: Wikimedia Commons.

La pista delle termiti

La prima grande ipotesi chiama in causa gli insetti. Nel 2013, il biologo Norbert Juergens propose, in uno studio pubblicato su Science, che i cerchi fossero opera di una termite della sabbia, Psammotermes allocerus. Secondo questa teoria, le termiti divorano le radici delle erbe al centro del cerchio creando una zona spoglia; questa, priva di piante che consumano l'acqua, funziona come un serbatoio che trattiene l'umidità nel sottosuolo anche durante le lunghe siccità. Le colonie vicine, competendo, si "respingono" a vicenda, generando la spaziatura regolare. In questa visione i cerchi sarebbero veri e propri sistemi di raccolta dell'acqua costruiti dagli insetti.

La pista dell'auto-organizzazione

L'altra scuola sostiene che non serva alcun "architetto": il pattern emergerebbe da solo dalla competizione tra le piante per l'acqua. In condizioni di estrema aridità, le erbe tendono a raggrupparsi dove l'umidità è maggiore e a lasciare scoperte le zone più povere; le radici "pompano" acqua verso le aree vegetate, svuotando il centro delle chiazze. È lo stesso tipo di meccanismo di auto-organizzazione teorizzato dal matematico Alan Turing nel 1952 per spiegare come nascano schemi regolari in natura, dai disegni del mantello degli animali alle macchie di vegetazione.

Le ricerche dell'ecologo Stephan Getzin hanno portato misure di campo a sostegno di questa idea: rilievi sull'umidità del suolo e sulla disposizione delle radici mostrano che le erbe si comportano da "ingegneri dell'ecosistema", modellando la distribuzione dell'acqua e quindi se stesse, senza bisogno delle termiti.

I cerchi delle fate della Namibia visti dal satellite Sentinel-2
I cerchi visti dal satellite Sentinel-2: il pattern regolare è evidente su grande scala. Credit: Wikimedia Commons / Copernicus.

Forse hanno ragione entrambi

La svolta più equilibrata è arrivata nel 2017, quando un gruppo guidato da Corina Tarnita e Robert Pringle propose, in uno studio su Nature, un modello che combina le due spiegazioni. La loro idea è che agiscano due meccanismi su scale diverse: la competizione territoriale tra colonie di insetti del suolo determinerebbe la disposizione regolare delle chiazze su larga scala, mentre l'auto-organizzazione della vegetazione modellerebbe i dettagli più fini, come l'anello di erba lussureggiante attorno a ciascun cerchio. In questa lettura, i cerchi delle fate non sono il prodotto di una causa, ma il risultato dell'intreccio tra biologia degli insetti e fisica dell'acqua.

Perché continuano a interessare la scienza

Il dibattito non è del tutto chiuso, e questa è una buona notizia: i cerchi delle fate sono diventati un laboratorio naturale per studiare come gli ecosistemi rispondono alla scarsità d'acqua. In un pianeta in cui molte regioni diventano più aride, capire come la vegetazione si auto-organizza per sopravvivere alla siccità ha un valore che va ben oltre la curiosità. Una sintesi aggiornata delle diverse ipotesi è disponibile nella voce enciclopedica dedicata al fenomeno. Quel che è certo è che, per una volta, il "disegno" sul terreno non è opera di fate né di spiriti, ma di un'eleganza nascosta nelle regole della natura.

Non solo Namibia: i cerchi nel mondo

Per decenni i cerchi delle fate sono stati considerati una rarità quasi esclusiva del deserto del Namib. La scoperta, nel 2016, di formazioni del tutto analoghe nell'entroterra arido dell'Australia occidentale ha cambiato la prospettiva: se lo stesso schema compare in continenti diversi, con specie vegetali e insetti differenti, allora è più probabile che alla base ci sia un principio fisico-ecologico generale, e non una singola causa locale legata a una particolare specie di termite.

Negli anni successivi, ricerche basate su immagini satellitari e su segnalazioni dal campo hanno individuato pattern simili in molte altre regioni aride del pianeta, dall'Africa al Medio Oriente. Questo ha rafforzato l'idea che i cerchi delle fate siano un esempio particolarmente spettacolare di un fenomeno più ampio: la capacità della vegetazione, in condizioni di scarsità d'acqua, di auto-organizzarsi in schemi regolari.

Al di là del fascino, c'è un risvolto pratico importante. Gli schemi della vegetazione negli ambienti aridi sono studiati come possibili "segnali d'allarme" precoci della desertificazione: il modo in cui le piante si distribuiscono può indicare quanto un ecosistema sia vicino a un punto di non ritorno. In un mondo in cui molte regioni rischiano di inaridirsi a causa del cambiamento climatico, comprendere come la natura riesce a strappare la sopravvivenza alla siccità — concentrando l'acqua, alternando zone nude e zone fertili — non è solo una curiosità, ma una conoscenza che può aiutare a gestire e ripristinare le terre marginali. I cerchi delle fate, da semplice mistero, sono così diventati un modello per la scienza degli ecosistemi.

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