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Mitridatismo: il re che si avvelenava ogni giorno per immunizzarsi

Mitridate VI volle rendersi immune a ogni veleno: alla fine non riuscì nemmeno a uccidersi con uno.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Busto marmoreo di Mitridate VI Eupatore conservato al Louvre
Busto marmoreo di Mitridate VI Eupatore conservato al Louvre

Il mitridatismo è la pratica di assumere dosi piccole e crescenti di un veleno per diventarne, almeno in teoria, immuni. Il nome viene da Mitridate VI Eupatore, re del Ponto e fra i più ostinati nemici di Roma, che secondo le fonti antiche passò la vita a temere l'avvelenamento al punto da trasformare il proprio corpo in un laboratorio. La sua storia, a metà tra leggenda e farmacologia, ha attraversato duemila anni e tocca ancora oggi questioni vere di tossicologia e immunologia.

Fiore di aconito napello, una delle piante più velenose d'Europa
L'aconito napello, fra i veleni vegetali più temuti dell'antichità: piante simili entravano negli antidoti mitridatici. Credit: Wikimedia Commons (CC BY-SA).

Un re ossessionato dal veleno

Mitridate VI regnò sul Ponto, sulle coste meridionali del Mar Nero, tra il 120 e il 63 a.C. circa, e combatté tre lunghe guerre contro la Repubblica romana. La tradizione, raccolta da autori come la voce biografica della Britannica, racconta che il padre fu assassinato a un banchetto e che il giovane principe crebbe nel terrore di fare la stessa fine. Per difendersi avrebbe iniziato a ingerire ogni giorno minime quantità di sostanze tossiche, aumentandole con gradualità, circondandosi di erboristi, medici di corte e perfino di popolazioni come gli Agari, esperti nell'uso di veleni di serpente.

La storica Adrienne Mayor, in una biografia pubblicata da Princeton University Press, descrive Mitridate come uno dei primi "sperimentatori" sistematici della tossicologia: un sovrano che testava antidoti su prigionieri condannati e che raccolse un sapere farmacologico imponente per l'epoca.

L'antidoto universale

Il prodotto più famoso attribuito a Mitridate è il mithridatium, un antidoto composto, secondo le ricostruzioni, da decine di ingredienti diversi: erbe, oppio, mirra, zafferano, castoreo e altre sostanze pestate insieme in un elettuario. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, riferisce con scetticismo della ricetta, sostenendo che dopo la sconfitta del re i Romani trovarono i suoi appunti e li portarono a Roma. Da quella base nacque la teriaca, il celebre antidoto-panacea che, perfezionato dal medico Andromaco alla corte di Nerone e poi dallo stesso Galeno, sarebbe rimasto in uso nelle farmacie europee fino al XVIII e XIX secolo.

Miniatura medievale che illustra la preparazione della teriaca
La preparazione della teriaca in una miniatura del Tacuinum Sanitatis: l'antidoto erede della ricetta mitridatica. Credit: Wikimedia Commons (pubblico dominio).

La morte più ironica della storia antica

Il paradosso arriva alla fine. Sconfitto definitivamente da Pompeo e tradito dal figlio Farnace, Mitridate decise di togliersi la vita per non cadere prigioniero. Secondo lo storico Appiano di Alessandria, tentò di avvelenarsi, ma il veleno non ebbe effetto: il corpo, per anni abituato alle tossine, era diventato resistente. Costretto a un'altra soluzione, il re avrebbe chiesto a una guardia di nome Bituito di trafiggerlo con la spada. È la beffa che ha reso il suo nome proverbiale: l'uomo che si era reso immune ai veleni non riuscì a usarli nemmeno contro se stesso.

Dalla leggenda alla farmacologia moderna

Quanto c'è di vero nel mitridatismo? Per la scienza la risposta è "dipende dal veleno". Il principio di assuefazione progressiva funziona davvero per alcune sostanze: il corpo può sviluppare tolleranza verso certi alcaloidi e oppioidi, e l'organismo produce anticorpi contro le proteine tossiche. È il meccanismo che sfruttò, in pieno Ottocento, il padre dell'immunologia chimica: gli esperimenti di immunizzazione contro tossine come la ricina e l'abrina, condotti da Paul Ehrlich a fine secolo, dimostrarono che esporre l'organismo a dosi crescenti di una tossina proteica genera una difesa immunitaria specifica, lo stesso principio che sta alla base dei vaccini e dei sieri antiofidici.

Il caso più spettacolare in tempi recenti è quello di Bill Haast, erpetologo statunitense che per decenni si autoiniettò veleno di serpente, sopravvisse a oltre 170 morsi e arrivò a donare il proprio plasma iperimmune per curare persone avvelenate, morendo a 100 anni. Anche i celebri "mangiatori di arsenico" della Stiria, in Austria, riferivano di tollerare quantità che avrebbero ucciso una persona comune, un fenomeno legato all'adattamento descritto come mitridatismo.

La tossicologia contemporanea, però, invita alla prudenza. Per molte sostanze – in particolare i metalli pesanti come piombo, mercurio e arsenico, che si accumulano nei tessuti – non esiste alcuna immunità: l'assunzione ripetuta produce avvelenamento cronico, non protezione. Il concetto vicino di ormesi, secondo cui dosi minime di un agente tossico possono perfino avere effetti benefici, resta dibattuto e vale solo entro margini ristretti. In altre parole, il corpo umano può imparare a convivere con alcuni veleni, ma il sogno di Mitridate – un'immunità totale e universale – rimane, ancora oggi, soltanto una leggenda affascinante.

Mitridate nella cultura

La figura di Mitridate e la sua immunità ai veleni hanno lasciato un segno profondo nella cultura occidentale. Il poeta inglese A. E. Housman gli dedicò versi celebri, ricordando come il re, avvelenandosi un poco ogni giorno, "morì vecchio"; Alexandre Dumas evocò pratiche simili nei suoi romanzi, e l'idea dell'avvelenatore che si immunizza è diventata un classico della narrativa d'avventura e del giallo.

Ancora oggi il termine "mitridatismo" sopravvive nel linguaggio medico e comune per indicare qualsiasi forma di tolleranza acquisita a una sostanza tossica. È la prova di quanto un personaggio storico, a metà tra realtà e leggenda, possa plasmare per millenni il modo in cui parliamo di veleni, difese e assuefazione.

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