Curiosando si impararivista di curiosità

Curiosità

Il paradosso della nave di Teseo: cos'è davvero l'identità

Se sostituisci ogni asse di una nave, è ancora la stessa nave? Un enigma vecchio duemila anni che riguarda gli oggetti, il linguaggio e anche noi.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
La trireme Olympias, replica di una nave ateniese antica, simbolo del paradosso della nave di Teseo
La trireme Olympias, replica di una nave ateniese antica, simbolo del paradosso della nave di Teseo

Immaginate una nave di legno conservata per secoli. Ogni volta che un'asse marcisce, viene sostituita con una identica. Dopo molte generazioni, non resta più nemmeno un pezzo originale: ogni tavola, ogni chiodo, ogni remo è stato cambiato. È ancora la stessa nave? Questo è il paradosso della nave di Teseo, uno degli enigmi più antichi e tenaci della filosofia, un rompicapo sull'identità che dopo duemila anni continua a non avere una risposta condivisa.

L'origine: Plutarco e la nave degli Ateniesi

Il paradosso ci arriva dallo storico greco Plutarco, che nella Vita di Teseo racconta come gli Ateniesi conservassero la nave con cui l'eroe era tornato da Creta dopo aver ucciso il Minotauro. Per mantenerla in vita, sostituivano le assi consumate dal tempo con legno nuovo e robusto. La nave, scrive Plutarco, divenne così «un esempio vivo per i filosofi a proposito della questione del divenire»: alcuni sostenevano che fosse rimasta la stessa, altri che fosse diventata un'altra cosa.

Il problema, in apparenza banale, tocca un nervo profondo. Cosa rende un oggetto «lo stesso» nel corso del tempo? La sua materia, cioè le parti di cui è fatto? La sua forma e la sua funzione? La continuità della sua storia? Ogni risposta sembra ragionevole, eppure ognuna porta a conclusioni che si contraddicono a vicenda.

La trireme Olympias, replica navigante di una nave ateniese antica
La trireme «Olympias», replica moderna di una nave da guerra ateniese del V secolo a.C. Foto di George E. Koronaios, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

La variante di Hobbes: e se ricostruissimo la nave vecchia?

Nel XVII secolo il filosofo inglese Thomas Hobbes, nel suo De Corpore, aggiunse al paradosso una svolta diabolica. Supponiamo che qualcuno raccolga tutte le assi originali, via via scartate, e con esse ricostruisca una seconda nave. Ora ne abbiamo due: una fatta interamente di legno nuovo ma con una storia continua, e una fatta del legno originale ma riassemblata da zero. Quale delle due è la «vera» nave di Teseo?

Se diciamo che è quella con le assi originali, allora la materia conta più della continuità. Ma se è così, la nave restaurata aveva già smesso di essere quella di Teseo molto prima, appena sostituita la prima asse. Se invece diciamo che è quella con la storia continua, dobbiamo accettare che un oggetto possa restare se stesso pur cambiando completamente la propria sostanza. Non esiste una scelta priva di costi logici.

Schema in sezione di una trireme greca con i rematori
Una trireme in sezione: sostituendo ogni asse, resta «la stessa» nave? Immagine di pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Eraclito e il fiume che scorre

L'intuizione che le cose cambino pur rimanendo, in qualche senso, se stesse è ancora più antica di Plutarco. Già Eraclito, nel V secolo a.C., affermava che «non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume», perché acque sempre nuove scorrono in esso. Il fiume mantiene il nome e l'identità, ma la sua sostanza è in perpetuo mutamento. La nave di Teseo è, in fondo, la versione «artigianale» di questa stessa idea: l'identità non è una proprietà fissa, ma qualcosa che negoziamo continuamente con il tempo.

Non è solo filosofia: riguarda anche noi

Il paradosso non è un gioco astratto. Il corpo umano ne è un esempio sorprendente: gran parte delle nostre cellule viene sostituita nel corso degli anni, eppure ci consideriamo la stessa persona dall'infanzia alla vecchiaia. La filosofia contemporanea lega proprio a questo enigma il problema dell'identità personale, analizzato in dettaglio dalla voce «Identity over time» della Stanford Encyclopedia of Philosophy. Alcuni filosofi distinguono tra identità numerica (essere letteralmente la stessa entità) e identità qualitativa (essere identici per caratteristiche); altri propongono di vedere gli oggetti come «vermi» estesi nel tempo, fatti di fasi successive.

Lo stesso schema riemerge ovunque: l'ascia del nonno a cui sono stati cambiati manico e lama, un'orchestra o una squadra di cui sono stati sostituiti tutti i membri, un software riscritto riga per riga, un'azienda che conserva il nome dopo aver cambiato proprietari, sede e dipendenti. In tutti questi casi torniamo a chiederci dove risieda davvero l'identità di qualcosa.

Perché un paradosso senza soluzione è prezioso

La forza della nave di Teseo sta proprio nel non avere una risposta definitiva. Costringe a riconoscere che parole come «stesso», «identico» e «originale» non hanno un significato unico e assoluto, ma cambiano a seconda di ciò che ci interessa: la materia, la forma, la funzione o la storia. Come sottolinea l'analisi del paradosso sull'Enciclopedia Britannica e la voce enciclopedica dedicata, l'enigma resta vivo perché illumina un limite del nostro linguaggio e del nostro pensiero. Più che una domanda a cui rispondere, la nave di Teseo è uno specchio: ci mostra quanto siano fragili e convenzionali le categorie con cui diamo ordine al mondo, a partire da quella, fondamentale, di «identità».

Una buona curiosità ogni mattina

Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.

Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


Da scoprire

Continua a leggere

Altre storie che ti potrebbero piacere, scelte per te