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La Coppa di Licurgo: il vetro romano che cambia colore

Verde se illuminata davanti, rossa se la luce la attraversa: un capolavoro del IV secolo che anticipa la nanotecnologia.

di Andrea Bertolotti··2 min di lettura
La Coppa di Licurgo, vetro romano dicroico del IV secolo, al British Museum
La Coppa di Licurgo, vetro romano dicroico del IV secolo, al British Museum

Esposta al British Museum di Londra, la Coppa di Licurgo nasconde un trucco che ha lasciato perplessi gli studiosi per decenni. Illuminata frontalmente appare di un sobrio verde giada; ma se una luce viene posta al suo interno e la attraversa, il vetro si accende di un intenso rosso rubino. Questo calice romano del IV secolo d.C. è oggi celebre come uno dei più antichi esempi di nanotecnologia della storia.

Un calice che racconta un mito

Si tratta di un raro vetro «a gabbia» (diatretum), in cui le figure sono scolpite quasi a tutto tondo e collegate alla parete da sottili ponticelli. La scena raffigura il mito di Licurgo, il re di Tracia che, secondo la tradizione, oltraggò il dio Dioniso e venne imprigionato dai tralci di vite della ninfa Ambrosia, trasformata in pianta per punirlo. La scheda dell'oggetto sul sito del British Museum, che acquisì la coppa nel 1958, ne data la realizzazione al IV secolo, probabilmente in un atelier di Roma o Alessandria.

La Coppa di Licurgo illuminata frontalmente appare di colore verde
In luce riflessa la coppa appare verde giada. Credit: Wikimedia Commons / British Museum.

Il segreto nascosto nel vetro

Il mistero del doppio colore venne risolto solo nel 1990, quando frammenti microscopici della coppa furono analizzati al microscopio elettronico dai ricercatori del British Museum Ian Freestone e Donald Barber. Scoprirono che il vetro contiene minuscole particelle di una lega di oro e argento, larghe appena circa 70 nanometri — millesimi di un capello — disperse in tutta la massa. Come ricostruito in uno studio pubblicato sulla rivista Gold Bulletin, queste nanoparticelle interagiscono con la luce in modo diverso a seconda di come la ricevono: diffondono le lunghezze d'onda corte (verdi) quando la luce viene riflessa, ma lasciano passare quelle lunghe (rosse) quando la luce le attraversa.

Il fenomeno si chiama risonanza plasmonica di superficie: gli elettroni liberi sulla superficie delle nanoparticelle metalliche oscillano in risposta alla luce, assorbendo e diffondendo selettivamente alcuni colori. Gli artigiani romani non potevano conoscere la fisica quantistica dietro tutto questo: con ogni probabilità ottennero l'effetto per caso, aggiungendo polveri metalliche al vetro fuso senza comprenderne il motivo.

Da curiosità antica a tecnologia moderna

Quel «caso» antico ha oggi un valore sorprendente. La straordinaria sensibilità delle nanoparticelle metalliche all'ambiente circostante è alla base di nuovi biosensori: variazioni minime nel liquido a contatto con le particelle ne cambiano la risposta ottica. Come ha raccontato lo Smithsonian Magazine, un gruppo dell'Università dell'Illinois guidato da Gang Logan Liu ha replicato il principio della coppa per realizzare dispositivi capaci di individuare contaminanti o agenti patogeni a concentrazioni infinitesimali.

Perché ne è sopravvissuta una sola

Esistono altri vetri romani dicroici, ma la Coppa di Licurgo è l'unico esemplare giunto pressoché integro e con una scena figurativa completa. La difficoltà di controllare la dimensione e la distribuzione delle nanoparticelle rendeva il risultato quasi irripetibile: bastava una temperatura leggermente diversa per ottenere un vetro opaco e senza magia. È anche per questo che l'oggetto resta un ponte affascinante tra l'artigianato del mondo antico e la scienza dei materiali del XXI secolo: un calice che, sedici secoli dopo, continua a insegnare qualcosa ai laboratori di nanotecnologia.

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