Curiosità
Lingua etrusca: l'isolato linguistico d'Italia che si legge ma non si capisce del tutto
13.000 iscrizioni, un alfabeto vicino al greco e nessuna parentela: cosa abbiamo capito davvero dell'etrusco grazie alle Lamine di Pyrgi e alla Tabula Cortonensis

C'è una lingua europea che si scrive come si scriverebbe oggi un nome al ristorante — basta sostituire qualche lettera — e che ci ha lasciato più di 13.000 iscrizioni incise su lapidi, specchi, vasi, ossa di animali. Sappiamo leggerla. Sappiamo come suona. Ma non riusciamo a capirla del tutto. È l'etrusco, parlato in Italia centrale per oltre un millennio, dal VII secolo a.C. fino alla totale latinizzazione del I secolo d.C., e ancora oggi l'unico vero isolato linguistico dell'Europa preromana di cui si conosca così tanto materiale e così poca grammatica.
Si legge, ma da chi viene?
La voce «lingua etrusca» dell'enciclopedia Treccani-Wikipedia ricorda che gli Etruschi adottarono attorno al 700 a.C. un alfabeto di origine euboica, derivato a sua volta dal fenicio, che importarono attraverso i commerci con Cuma e Pithecusa. Le 26 lettere del loro alfabeto sono in larga parte sovrapponibili a quelle del greco antico: per questo le iscrizioni sono foneticamente trasparenti e perfino un visitatore moderno di un museo, con un'ora di pazienza, impara a sillabarle.
Il problema è diverso. L'etrusco non assomiglia a nessuna delle lingue indoeuropee parlate intorno. Le ipotesi di parentela con il greco, con il latino, con le lingue anatoliche o con il sanscrito si sono tutte arenate. L'unico legame plausibile, sostenuto dai dati attualmente disponibili, è quello con la lingua dell'isola di Lemno (Grecia settentrionale), nota da una stele bilingue del VI secolo a.C., e con il retico delle Alpi orientali. I tre formerebbero la cosiddetta famiglia tirrenica, completamente staccata dall'indoeuropeo: tutti e tre i suoi membri sono però estinti, e così manca il «parente vivo» che permetterebbe ai linguisti di tradurre per analogia, come Champollion fece con il copto per arrivare ai geroglifici.
Le Lamine di Pyrgi: la nostra mini-Stele di Rosetta
Per fortuna gli antichi etruscologi hanno avuto un colpo di fortuna. Il 8 luglio 1964, durante gli scavi diretti dall'archeologo Massimo Pallottino nel santuario di Pyrgi (l'odierna Santa Severa, sul litorale a nord di Roma), tornarono alla luce tre piccole lamine d'oro arrotolate, scritte una in fenicio (in pratica, una variante del punico cartaginese) e due in etrusco. Riportavano la stessa dedica del re di Caere Thefarie Velianas alla dea Uni, identificata con la fenicia Astarte. La datazione, ricostruita dai contesti stratigrafici e descritta dalla scheda Pyrgi Tablets, è attorno al 500 a.C.

Le lamine non costituiscono una traduzione parola per parola — il testo fenicio è leggermente più lungo dell'etrusco e si concede qualche libertà retorica — ma per la prima volta gli studiosi hanno potuto confrontare due testi paralleli e verificare il significato di una manciata di parole etrusche: il verbo tur, «dare/dedicare»; il sostantivo cluvenia, «tempio/edificio sacro»; il numerale ci, «tre».
Cosa sappiamo, oggi, davvero
Dopo due secoli di lavoro, il quadro è meno cupo di quanto si racconti spesso. Possediamo:
- una fonologia abbastanza solida (sappiamo quali suoni esistevano e quali no: per esempio non esistevano b, d, g);
- una morfologia agglutinante con casi distinti (genitivo in -s, locativo in -θi, ecc.);
- un nucleo di ~200-300 lessemi sicuri (numeri, termini di parentela, di funzione religiosa, mesi);
- le formule funerarie ricorrenti, che da sole costituiscono la maggior parte del corpus epigrafico.
Sappiamo, per esempio, che maχ θu ci huθ ša semφ cezp nurφ sono i numeri da 1 a 9 (anche se la corrispondenza tra śa e «quattro» o «sei» è dibattuta da decenni); che i nomi propri seguono la formula latina del praenomen + gentilizio; che la sequenza avils...lupu in centinaia di epitaffi significa «visse... anni».
La Tabula Cortonensis: 206 parole di diritto privato
Per i testi lunghi, le cose restano dure. Il terzo testo etrusco più esteso conosciuto è la Tabula Cortonensis, una tavoletta di bronzo trovata casualmente nel 1992 a Cortona e conservata oggi al MAEC, il Museo dell'Accademia Etrusca. Misura circa 28×46 cm, è rotta in sette frammenti e contiene 206 parole in 32 righe. Stando alla scheda della Tabula Cortonensis, gli studiosi sono concordi nell'attribuirle un carattere giuridico-notarile: probabilmente la compravendita di un terreno tra famiglie cortonesi, con la lista dei testimoni. Ma di molte parole continuiamo a non sapere il significato esatto.

Il Liber Linteus: un libro etrusco in una mummia croata
Il testo etrusco più lungo, però, ha viaggiato. Si tratta del Liber Linteus Zagrabiensis, un calendario rituale di circa 1.200 parole dipinto su una pezza di lino lunga 3,4 metri, riutilizzata nell'antico Egitto per fasciare la mummia di una donna chiamata Nesi-hensu. La mummia fu acquistata nel 1848 da un funzionario croato a Tebe, finì al Museo Archeologico di Zagabria, e solo nel 1892 l'egittologo Jakob Krall riconobbe che i caratteri sulla benda non erano egizi ma etruschi. Resta, come ricorda la Britannica, il libro etrusco più lungo a noi pervenuto.
L'errore di chi parla di «lingua misteriosa»
Esiste un piccolo paradosso: nei documentari pop l'etrusco è sempre «la lingua misteriosa che nessuno ha mai decifrato». Ma decifrare in linguistica significa associare un suono a un segno, e questo per l'etrusco è fatto da almeno due secoli. Quello che ci manca è la traduzione completa, ed è qualcosa di radicalmente diverso. Nuove iscrizioni continuano ad emergere — il giacimento di Poggio Colla in Toscana e gli scavi recenti a San Casciano hanno restituito altri testi votivi tra il 2016 e il 2022 — e ogni nuova tavoletta aggiunge una manciata di parole al lessico. Forse non leggeremo mai un romanzo etrusco. Ma stiamo conversando, lentamente, con un popolo che è scomparso da venti secoli.
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