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Mari di latte: l'oceano che si illumina e si vede dallo spazio

Per notti intere distese oceaniche grandi come nazioni brillano di luce biancastra. Colpa di batteri luminosi, e i satelliti hanno iniziato a stanarli.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Mare notturno calmo sotto un cielo stellato
Mare notturno calmo sotto un cielo stellato

Per secoli i marinai hanno raccontato di notti in cui l'oceano, fino all'orizzonte, si illuminava di un bagliore lattiginoso e uniforme, come se la nave navigasse su un campo innevato o tra le nuvole. Molti li presero per racconti di fantasia, alla pari dei mostri marini. Eppure quei mari di latte (in inglese milky seas) esistono davvero, sono uno dei fenomeni di bioluminescenza più rari e spettacolari del pianeta, e solo di recente la scienza ha cominciato a capirli grazie ai satelliti.

Mare calmo di notte sotto un cielo stellato
Un mare notturno: durante un 'milky sea' l'intera superficie si illumina di luce uniforme. Credit: foto via Pexels.

Un bagliore diverso da tutti gli altri

Quando pensiamo al mare che brilla, immaginiamo le onde che scintillano di blu al passaggio di una barca. Quel fenomeno, però, è qualcosa di completamente diverso: è prodotto da microscopiche alghe (i dinoflagellati) che lampeggiano solo quando vengono disturbate dal movimento dell'acqua, in brevi flash azzurri. I mari di latte sono un'altra cosa.

In un milky sea, la luce è continua, stabile e biancastra, e può coprire aree immense, fino a 100.000 chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella di un'intera nazione. Il bagliore non dipende dal moto ondoso e può durare per notti intere, talvolta per settimane o mesi. È come se l'oceano fosse stato acceso da un interruttore.

Il sospettato: un batterio luminoso

Cosa produce questa luce? L'ipotesi più accreditata chiama in causa non le alghe, ma i batteri bioluminescenti, in particolare la specie Vibrio harveyi. A differenza dei dinoflagellati, questi batteri emettono una luce costante, e lo fanno in modo coordinato: si "accendono" tutti insieme solo quando la loro popolazione raggiunge una densità enorme, attraverso un meccanismo di comunicazione chimica chiamato quorum sensing, una sorta di voto a maggioranza tra cellule.

Si ritiene che i batteri colonizzino in massa una fioritura di alghe o materiale organico galleggiante. Quando la concentrazione diventa sufficiente, l'intera distesa si illumina. Il perché lo facciano resta in parte un mistero: una teoria suggerisce che la luce serva ad attirare i pesci, all'interno del cui intestino i batteri troverebbero un ambiente ricco di nutrienti in cui prosperare.

Onde marine che brillano di luce blu lungo una costa rocciosa di notte
La bioluminescenza delle onde (dinoflagellati) è azzurra e legata al moto: i mari di latte sono un fenomeno diverso e su scala molto più vasta. Credit: foto via Pexels.

La caccia dallo spazio

Studiare i mari di latte è difficilissimo: compaiono all'improvviso, quasi sempre in zone remote dell'oceano Indiano nord-occidentale, e non si sa mai dove né quando. Per questo i ricercatori hanno alzato lo sguardo verso i satelliti. Il pioniere di questo approccio è Steven Miller della Colorado State University, che è riuscito a individuare questi eventi dallo spazio grazie a sensori notturni ad altissima sensibilità. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2021 ha documentato, immagini satellitari alla mano, un imponente mare di latte al largo dell'isola di Giava.

Il passo più recente è arrivato nel 2025, con la creazione del primo grande archivio del fenomeno. Lo studio pubblicato sulla rivista Earth and Space Science ha raccolto oltre 400 anni di avvistamenti, dai diari di bordo dei velieri fino alle rilevazioni satellitari, creando un database che ha rivelato un legame sorprendente: i mari di latte tendono a comparire in relazione a fenomeni climatici su larga scala come il Dipolo dell'Oceano Indiano e El Niño.

Da Jules Verne alla nave Lima

I mari di latte hanno lasciato tracce anche nella letteratura. Nel suo celebre romanzo Ventimila leghe sotto i mari, Jules Verne descrive il Nautilus che attraversa un "mare di latte", segno di quanto il fenomeno fosse noto ai naviganti dell'Ottocento. Per secoli, pero', si tratto' solo di racconti, impossibili da verificare.

La svolta scientifica nacque da una coincidenza fortunata. Nel 1995 il mercantile britannico SS Lima riferi' di aver navigato per ore in un mare che brillava di una luce bianca uniforme nell'oceano Indiano. Anni dopo, Steven Miller recupero' quelle coordinate e le confronto' con i dati di un satellite che in quelle stesse notti aveva sorvolato la zona: l'archivio mostrava effettivamente un'enorme macchia luminosa, larga migliaia di chilometri, esattamente dove la nave l'aveva descritta. Fu la prima volta che una testimonianza diretta e una rilevazione dallo spazio si saldarono, trasformando una vecchia leggenda di mare in un oggetto di studio scientifico a tutti gli effetti.

Un mistero ancora aperto

Nonostante questi progressi, restano molte domande senza risposta. Quasi nessuna nave di ricerca è mai riuscita a trovarsi nel posto giusto al momento giusto per prelevare campioni in diretta da un milky sea: la maggior parte di ciò che sappiamo viene da testimonianze fortuite e dalle immagini dall'orbita. Il nuovo database, però, ha proprio l'obiettivo di prevedere dove e quando potrebbero verificarsi, così da poter inviare una spedizione sul posto.

I mari di latte ci ricordano che il nostro pianeta, persino oggi, custodisce fenomeni colossali che si svolgono lontano dai nostri occhi, sulla superficie di oceani che attraversiamo da millenni ma che conosciamo ancora pochissimo. Quei racconti di marinai che brillavano nella notte non erano leggende: erano la descrizione, sorprendentemente accurata, di una delle meraviglie meno comprese della Terra.

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