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Psicologia

Backfire effect: quando correggere una fake news la rende più forte (forse)

Lo studio del 2010 di Nyhan e Reifler che il mondo del fact-checking ha temuto, e la replica del 2019 con 10.000 partecipanti che lo ha quasi smontato

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Pagina di giornale stampata con focus su un titolo di attualità
Pagina di giornale stampata con focus su un titolo di attualità

Quando troviamo qualcuno convinto di un'affermazione falsa, la nostra reazione naturale è confutarla con i fatti. Sembra ovvio: portare prove dovrebbe correggere l'errore. Per più di un decennio, però, un singolo paper ha alimentato l'idea opposta — che la correzione possa peggiorare la situazione, rinforzando proprio la credenza sbagliata. È il celebre backfire effect, e la sua storia è uno dei casi più istruttivi di come funziona (e a volte non funziona) la scienza psicologica.

La nascita del backfire effect

L'articolo che diede il nome al fenomeno fu pubblicato nel 2010 sulla rivista Political Behavior: When Corrections Fail: The Persistence of Political Misperceptions, firmato da Brendan Nyhan (Dartmouth College) e Jason Reifler (allora alla Georgia State University). I due politologi avevano condotto una serie di esperimenti durante l'epoca dell'amministrazione Bush: ai partecipanti veniva fatto leggere un finto articolo di giornale che ripeteva un'affermazione falsa molto diffusa — per esempio l'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq prima dell'invasione del 2003 — seguita, in alcune condizioni, da una correzione esplicita basata su fonti ufficiali.

Il risultato che divenne famoso: i conservatori esposti alla correzione finivano per credere ancora di più all'affermazione errata di chi non aveva letto la smentita. La correzione, sosteneva il paper, ritornava al mittente.

Pagina di giornale con annotazioni e correzioni a matita
Il backfire effect sembrava suggerire che fact-checking e smentite producessero il contrario di quanto sperato. Foto: Ron Lach/Pexels.

Perché la notizia divenne virale

L'articolo era una bomba intellettuale perfetta. In pieno boom del fact-checking online, sembrava confermare quello che molti giornalisti sospettavano: correggere chi crede a una fake news non serve, anzi peggiora le cose. La Columbia Journalism Review dedicò un articolo influente al fenomeno; siti di divulgazione cognitiva e fumetti virali resero il backfire effect uno dei concetti più citati della psicologia popolare degli anni Dieci, accanto a Dunning-Kruger e bias di conferma.

Il problema, però, era statistico. Gli esperimenti originali di Nyhan e Reifler coinvolgevano poche centinaia di studenti universitari, e l'effetto compariva solo su un sottoinsieme molto specifico di partecipanti. Replicarlo era un test che la teoria doveva ancora superare.

La replica del 2019: 10.000 persone, zero backfire

La replica arrivò nel 2018-2019 con un lavoro firmato da Thomas Wood (Ohio State) ed Ethan Porter (George Washington University). I due ricercatori organizzarono cinque esperimenti separati, scegliendo deliberatamente 52 affermazioni politiche particolarmente sensibili — proprio quelle che secondo la teoria avrebbero dovuto produrre il backfire — e somministrarono i questionari a oltre 10.000 partecipanti.

Il risultato, pubblicato su Political Behavior con il titolo eloquente The Elusive Backfire Effect: Mass Attitudes' Steadfast Factual Adherence, era netto: in nessuno dei 52 casi la correzione aveva rinforzato la credenza falsa. Anzi, su tutto lo spettro politico, i partecipanti aggiornavano le proprie convinzioni nella direzione dei fatti, anche quando la correzione contraddiceva la loro ideologia.

Due persone in conversazione che discutono confrontando documenti
La replica di Wood e Porter mostrò che, su 52 affermazioni testate con oltre 10.000 partecipanti, le correzioni funzionavano. Foto: Yan Krukau/Pexels.

Il dietrofront degli autori originali

La parte più interessante è quello che successe dopo. Invece di trincerarsi sulle proprie posizioni, Nyhan e Reifler accettarono di collaborare con i loro critici. Nel 2020 lo stesso Brendan Nyhan ha firmato su PNAS un articolo dal titolo che parla da solo: Facts and myths about misperceptions, in cui ammette che 'gli effetti backfire sono rari' e che 'le persone aggiornano le loro convinzioni in modo coerente con le prove', anche se l'aggiornamento è spesso piccolo e di breve durata.

La nuova visione condivisa è più sfumata: le credenze radicate sono resistenti al cambiamento (questo lo sapevamo già dagli studi sulla dissonanza cognitiva di Festinger), ma raramente diventano ancora più forti dopo una correzione. Il backfire effect, in pratica, esiste come possibilità teorica ma non come fenomeno robusto e replicabile nella vita politica reale.

Cosa cambia per chi combatte la disinformazione

La conseguenza pratica è positiva. Per anni, il timore di alimentare il backfire effect ha spinto alcuni operatori a evitare smentite esplicite delle fake news, preferendo strategie indirette. Una meta-analisi del 2019 su Science Advances ha confermato invece che la correzione esplicita, basata su fonti verificabili, riduce in media la credenza nelle informazioni false di circa 0,57 deviazioni standard. Funziona, anche se non magicamente: i fatti contano.

La lezione vera del caso backfire non riguarda la psicologia, ma il modo in cui produciamo conoscenza. Una teoria pubblicata, anche se conferma le nostre intuizioni, vale solo finché regge alle repliche. Quando 10.000 partecipanti non la confermano, va aggiornata o abbandonata. Che gli autori originali siano stati i primi a farlo è un esempio di igiene scientifica molto più interessante di qualunque bias.

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