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Psicologia

Effetto posizione seriale: perché ricordiamo l'inizio e la fine

Di una lista tendiamo a memorizzare i primi e gli ultimi elementi, dimenticando quelli in mezzo. La scienza spiega perché.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Un taccuino con una penna, pronto per una lista
Un taccuino con una penna, pronto per una lista

Provate a farvi leggere una lista di venti parole e poi a ripeterle: quasi sicuramente ricorderete bene le prime, abbastanza bene le ultime, e farete fatica con quelle in mezzo. Non è un caso né un difetto personale: è una regolarità così solida da avere un nome preciso in psicologia, l'effetto posizione seriale. È uno dei fenomeni più studiati e affidabili della scienza della memoria.

La curva a U della memoria

Se si rappresenta graficamente quante persone ricordano ciascun elemento in base alla sua posizione nell'elenco, si ottiene una caratteristica curva a forma di U: alta all'inizio, bassa al centro, di nuovo alta alla fine. Questo andamento riflette in realtà due fenomeni distinti che agiscono insieme: l'effetto primacy, cioè il vantaggio dei primi elementi, e l'effetto recency, il vantaggio degli ultimi. Capirli separatamente è la chiave per spiegare l'intera curva.

L'effetto primacy: tempo per consolidare

I primi elementi di una lista vengono ricordati meglio perché la mente ha avuto tempo e "spazio" per ripeterli mentalmente e trasferirli nella memoria a lungo termine. Quando ascoltiamo le prime parole, non c'è ancora sovraccarico: possiamo rimuginarle, ripassarle, fissarle. Man mano che la lista prosegue, l'attenzione si divide tra i nuovi elementi e quelli da memorizzare, e la ripetizione diventa meno efficace. Per questo, se gli elementi vengono presentati molto velocemente, l'effetto primacy si indebolisce: manca il tempo per consolidarli.

Una pila di libri impilati, simbolo di informazioni da memorizzare
Di un lungo elenco di informazioni la mente trattiene soprattutto l'inizio e la fine. Foto: jose miguel / Pexels.

L'effetto recency: ancora freschi in mente

Gli ultimi elementi, invece, vengono ricordati bene per una ragione opposta: sono ancora "freschi" nella memoria a breve termine, quella di lavoro, che li trattiene per pochi secondi. Sono lì, disponibili, perché li abbiamo appena sentiti. Ed è proprio questa la firma dell'effetto recency: basta inserire una breve distrazione tra la lista e il momento del ricordo — far contare all'indietro per mezzo minuto, per esempio — perché il vantaggio degli ultimi elementi svanisca, mentre quello dei primi resta intatto. È un esperimento classico condotto negli anni Sessanta da Glanzer e Cunitz, che dimostrò la natura doppia della curva.

Due memorie, una sola curva

Questa distinzione ha avuto un ruolo storico importante: l'effetto posizione seriale è stato una delle prove a sostegno dei modelli che separano la memoria a breve termine da quella a lungo termine, come il celebre modello di Atkinson e Shiffrin. Il primacy rifletterebbe la memoria a lungo termine (consolidata con la ripetizione), il recency quella a breve termine (ancora attiva). Lo psicologo Bennet Murdock, in uno studio del 1962 diventato un punto di riferimento, misurò con precisione la curva, confermandone la regolarità in condizioni controllate. Più indietro nel tempo, già alla fine dell'Ottocento il pioniere Hermann Ebbinghaus, sperimentando sulla propria memoria con sillabe senza senso, aveva intuito che la posizione di un elemento ne influenzava il ricordo.

Dove lo incontriamo ogni giorno

L'effetto posizione seriale non vive solo nei laboratori. Lo sfruttano, consapevolmente o no, la pubblicità e la comunicazione: i messaggi più importanti vanno messi all'inizio o alla fine di uno spot o di un discorso, mai sepolti nel mezzo. Conta nei colloqui di lavoro, dove il primo e l'ultimo candidato di una giornata tendono a essere ricordati meglio. Lo conoscono i bravi insegnanti, che aprono e chiudono la lezione con i concetti chiave, e perfino chi prepara una lista della spesa, dimenticando puntualmente l'articolo che stava nel mezzo. Persino nelle votazioni e nei menu la posizione di un'opzione può influenzarne il ricordo e la scelta.

Un fenomeno che attraversa i sensi

Una delle ragioni per cui l'effetto posizione seriale affascina i ricercatori è la sua straordinaria generalità. Non riguarda soltanto le liste di parole lette ad alta voce: lo si ritrova quando le informazioni sono presentate visivamente, quando si tratta di volti, immagini, suoni o perfino di odori, e compare in esperimenti condotti non solo sugli esseri umani ma anche su altri animali. Questa universalità suggerisce che non si tratti di un trucco legato al linguaggio, ma di una proprietà profonda del modo in cui qualsiasi sistema di memoria gestisce una sequenza di eventi nel tempo.

Gli psicologi cognitivi hanno usato proprio le variazioni della curva — cosa succede se accelero la presentazione, se aggiungo una distrazione finale, se allungo la lista — come uno strumento diagnostico per "smontare" la memoria nei suoi componenti. In questo senso l'effetto posizione seriale è stato per la psicologia ciò che un buon esperimento controllato è per la fisica: un modo pulito e ripetibile per mettere alla prova le teorie su come funziona la mente.

Sfruttarlo a proprio vantaggio

Conoscere l'effetto posizione seriale può rendere più efficaci nello studio e nella vita quotidiana. Se dobbiamo memorizzare molte informazioni, conviene spezzarle in blocchi più piccoli — così ogni blocco ha un suo "inizio" e una sua "fine" privilegiati — e dedicare attenzione extra agli elementi centrali, quelli naturalmente più a rischio di oblio. È un piccolo trucco che nasce da oltre un secolo di ricerca sulla memoria: la mente non registra le informazioni in modo uniforme, e sapere quali tende a trascurare è il primo passo per non lasciarle cadere.

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