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Psicologia

Il bias dell'ottimismo: perché crediamo che andrà tutto bene

La maggior parte di noi si aspetta dalla vita più cose belle e meno disgrazie della media: un'illusione radicata nel cervello.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Una persona guarda l'alba con espressione serena
Una persona guarda l'alba con espressione serena

Quante volte abbiamo pensato che a noi certe disgrazie non sarebbero mai capitate? Che il nostro matrimonio non sarebbe finito come quello di tanti, che la nostra azienda avrebbe avuto successo, che la malattia avrebbe riguardato gli altri? Questa tendenza diffusissima a immaginare il proprio futuro più roseo della media ha un nome in psicologia: bias dell'ottimismo. Ed è uno dei più radicati e universali della mente umana.

Più rose per me, più spine per gli altri

Il bias dell'ottimismo consiste nel sovrastimare la probabilità che ci capitino eventi positivi e nel sottostimare quella di eventi negativi, rispetto a quanto sia statisticamente realistico. Chiediamo a un gruppo di persone di valutare le proprie probabilità di divorziare, ammalarsi, perdere il lavoro o avere un incidente: la maggioranza si attribuirà rischi inferiori alla media, il che è ovviamente impossibile, perché non tutti possono essere "sopra la media". Il fenomeno fu studiato sistematicamente già nel 1980 dallo psicologo Neil Weinstein, che parlò di "ottimismo irrealistico" riguardo agli eventi della vita.

Un'illusione scritta nel cervello

Negli anni questo bias è stato indagato anche con le tecniche di neuroimaging. La neuroscienziata Tali Sharot ne ha fatto uno dei suoi temi centrali. In uno studio del 2007 pubblicato su Nature, intitolato "Neural mechanisms mediating optimism bias", Sharot e colleghi mostrarono che, immaginando eventi futuri positivi, si attivavano in modo più intenso alcune aree cerebrali legate alle emozioni, come la corteccia cingolata anteriore rostrale e l'amigdala. L'ottimismo, insomma, non è solo un atteggiamento culturale o caratteriale: ha una base biologica nel modo in cui il cervello costruisce le aspettative sul futuro.

Una persona affacciata a una finestra aperta verso la luce
Tendiamo a immaginare il nostro futuro più luminoso di quanto le statistiche suggeriscano. Foto: cottonbro studio / Pexels.

Perché ascoltiamo solo le buone notizie

Uno degli aspetti più affascinanti emersi dalla ricerca di Sharot riguarda il modo in cui aggiorniamo le nostre convinzioni. Quando riceviamo informazioni migliori delle nostre aspettative, tendiamo a incorporarle prontamente; quando invece sono peggiori, tendiamo a ignorarle o a minimizzarle. In altre parole il nostro cervello è "selettivamente sordo" alle cattive notizie che ci riguardano, come Sharot ha approfondito anche in una rassegna su Current Biology. È questo meccanismo di aggiornamento asimmetrico a mantenere vivo l'ottimismo anche di fronte a prove contrarie.

Un difetto utile?

Si potrebbe pensare che vedere il mondo più roseo del reale sia soltanto un errore pericoloso. In parte lo è: il bias dell'ottimismo ci porta a sottovalutare i rischi, a non risparmiare abbastanza, a fumare convinti che il cancro colpirà altri, a non assicurarci o a non fare prevenzione. Eppure ha anche un risvolto adattivo. Aspettarsi il meglio riduce lo stress e l'ansia, motiva ad agire, a intraprendere, a costruire progetti a lungo termine che senza una dose di fiducia non oseremmo nemmeno iniziare. Diversi studi associano un ottimismo moderato a una salute migliore e a una maggiore resilienza. La medicina, in fondo, conosce bene il potere delle aspettative positive, basti pensare all'effetto placebo, in cui la semplice convinzione di ricevere una cura efficace può produrre benefici reali e misurabili.

Quando l'ottimismo si spegne

Un indizio affascinante sul ruolo di questo bias arriva, paradossalmente, da chi non lo possiede. Alcune ricerche hanno osservato che le persone con depressione, soprattutto nelle forme lievi e moderate, tendono a valutare le proprie probabilità di successo e di fallimento in modo più aderente alla realtà rispetto alle persone non depresse, che invece le distorcono in positivo. Questo fenomeno, discusso in psicologia con l'espressione "realismo depressivo", suggerisce che una certa dose di ottimismo irrealistico sia parte del normale funzionamento di una mente sana: vedere il mondo leggermente più roseo del vero potrebbe essere, in qualche misura, ciò che ci tiene in equilibrio e ci spinge ad andare avanti.

Il bias dell'ottimismo non è inoltre identico in tutte le culture e in tutte le età. Tende a essere più marcato nelle società individualiste e mostra variazioni nel corso della vita, restando sorprendentemente resistente anche di fronte a esperienze negative. È proprio questa tenacia a renderlo tanto potente quanto, a volte, problematico.

Conoscerlo per gestirlo

La chiave, come spesso accade con i meccanismi della mente, è la consapevolezza. Sapere che il nostro cervello tende a dipingere il futuro a tinte troppo rosee ci permette di correggere il tiro quando serve davvero: nelle decisioni importanti, nella valutazione dei rischi, nella pianificazione finanziaria o sanitaria. L'obiettivo non è diventare pessimisti — che porta con sé altri problemi — ma imparare a riconoscere quando l'ottimismo ci serve da motore e quando, invece, ci sta accecando. Tra il "andrà tutto bene" e il "prepariamoci anche al peggio", la saggezza sta nel saper alternare i due sguardi al momento giusto. In fondo, comprendere il bias dell'ottimismo non significa rinunciare alla speranza, ma imparare a usarla con intelligenza: lasciare che ci dia la spinta per cominciare e per non arrenderci, senza permetterle di chiuderci gli occhi davanti ai rischi che, con un po' di prudenza, potremmo evitare.

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