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Psicologia

Effetto cocktail party: come isoliamo una voce nel rumore della folla

Il cervello seleziona un'unica conversazione tra cento, ma il nostro nome riesce sempre a bucare il rumore: la scienza dell'attenzione selettiva.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Persone che conversano in un ambiente affollato e rumoroso
Persone che conversano in un ambiente affollato e rumoroso

Siete a una festa affollata, immersi nel brusio di decine di conversazioni, eppure riuscite a seguire senza sforzo le parole della persona che avete di fronte. E se, dall'altra parte della stanza, qualcuno pronuncia il vostro nome, lo "sentite" immediatamente, come se avesse bucato il rumore di fondo. Questa straordinaria capacità del cervello di selezionare un'unica voce in mezzo al caos è quello che gli psicologi chiamano effetto cocktail party, uno dei fenomeni più studiati nella scienza dell'attenzione.

Una festa rumorosa e un solo interlocutore

Il "problema del cocktail party" è in realtà una sfida tecnica formidabile. Le orecchie ricevono contemporaneamente una sovrapposizione caotica di suoni: voci, musica, risate, rumori. Eppure il cervello riesce a estrarre da questo groviglio un singolo flusso sonoro e a comprenderlo, ignorando tutto il resto. È un'operazione che ancora oggi mette in difficoltà persino i più avanzati sistemi di intelligenza artificiale, ma che noi compiamo in modo automatico e quasi inconsapevole. Capire come ci riusciamo è stato uno dei grandi interrogativi della psicologia del Novecento.

Persona che ascolta in cuffia concentrandosi su un suono
Negli esperimenti di ascolto dicotico due messaggi diversi vengono inviati alle due orecchie tramite le cuffie. Credit: Burst / Pexels.

Colin Cherry e gli esperimenti del 1953

Il termine fu coniato dall'ingegnere britannico Colin Cherry, che nel 1953 pubblicò sul Journal of the Acoustical Society of America uno studio diventato un classico. Cherry usò la tecnica dell'"ascolto dicotico": tramite le cuffie inviava un messaggio diverso a ciascun orecchio e chiedeva ai partecipanti di ripetere ad alta voce, parola per parola, solo quello rivolto a un orecchio (un compito chiamato shadowing). I risultati furono illuminanti: le persone riuscivano a seguire il messaggio "prescelto", ma del messaggio ignorato non ricordavano quasi nulla. Non sapevano dire di cosa parlasse, né si accorgevano se cambiava lingua o veniva mandato al contrario. Notavano soltanto caratteristiche fisiche grossolane, come il fatto che la voce fosse maschile o femminile.

Come fa il cervello a operare questa selezione? Sfrutta una serie di indizi sonori. Conta la direzione da cui proviene il suono, ricostruita grazie al minuscolo ritardo con cui esso raggiunge le due orecchie; conta il timbro e l'altezza caratteristici di ogni voce; conta il ritmo e la melodia del parlato. Combinando tutte queste informazioni, l'apparato uditivo "raggruppa" i suoni che appartengono alla stessa fonte e li separa dalle altre, in un processo che gli studiosi chiamano analisi della scena uditiva. È un po' come districare, a orecchio, i singoli strumenti di un'orchestra che suonano insieme.

Il potere del proprio nome

C'è però un'eccezione clamorosa, che chiunque ha sperimentato: il proprio nome. Anche quando è pronunciato nel canale che stiamo ignorando, il nostro nome riesce spesso a "catturarci" l'attenzione. Lo dimostrò lo psicologo Neville Moray in un celebre esperimento del 1959: circa un terzo dei partecipanti notava il proprio nome quando veniva inserito nel messaggio non seguito, pur ignorando tutto il resto di quel canale. È un dettaglio cruciale, perché mette in crisi le prime teorie sull'attenzione: se filtrassimo completamente i suoni ignorati, non dovremmo accorgerci di nulla, nemmeno del nostro nome.

Un filtro che attenua, non blocca

Per spiegare questi risultati i ricercatori elaborarono diversi modelli. Lo psicologo Donald Broadbent propose l'idea di un "filtro" che lascia passare un solo canale alla volta, bloccando gli altri fin dalle prime fasi dell'elaborazione. Ma il caso del nome non quadrava con un blocco totale. Fu Anne Treisman, negli anni Sessanta, a perfezionare il modello: secondo la sua teoria dell'attenuazione, il cervello non spegne del tutto i canali ignorati, ma ne abbassa il "volume", come una manopola. I segnali poco rilevanti restano in sottofondo, ma stimoli particolarmente significativi — il nostro nome, una parola di allarme come "fuoco", il pianto di un figlio — superano comunque la soglia e riconquistano l'attenzione. È un sistema che bilancia concentrazione e vigilanza: ci permette di focalizzarci, senza renderci completamente sordi a ciò che potrebbe essere importante.

Dal cervello agli apparecchi acustici

Oggi sappiamo molto di più anche sui meccanismi cerebrali. Grazie a registrazioni dell'attività della corteccia uditiva, alcuni studi hanno mostrato che il cervello "amplifica" la rappresentazione neurale della voce a cui prestiamo attenzione, mentre attenua quella delle voci concorrenti: una ricerca pubblicata nel 2012 su Nature dai neuroscienziati Nima Mesgarani ed Edward Chang è arrivata addirittura a "ricostruire" quale interlocutore una persona stesse seguendo, leggendo i segnali della sua corteccia. Comprendere l'effetto cocktail party non ha solo un valore teorico: è la chiave per costruire apparecchi acustici più intelligenti, capaci di isolare una voce dal rumore, e per insegnare ai dispositivi digitali a "capire" il parlato in ambienti affollati. La prossima volta che, in una festa, vi accorgerete di aver sentito il vostro nome a metà stanza, saprete che dietro quel piccolo prodigio c'è uno dei sistemi di filtraggio più sofisticati mai creati dall'evoluzione.

Vale la pena notare che questa abilità non è uguale per tutti, e tende a peggiorare con l'età o con la perdita uditiva. Molte persone anziane sentono benissimo in una stanza silenziosa, ma faticano enormemente a seguire una conversazione al ristorante: non è (solo) un problema di volume, ma proprio di capacità di separare le voci dal rumore. È per questo che il "problema del cocktail party" è oggi al centro della ricerca sugli apparecchi acustici di nuova generazione, che usano algoritmi capaci di riconoscere e isolare la voce di interesse. Un piccolo gesto sociale come chiacchierare a una festa, insomma, racchiude una delle sfide più affascinanti all'incrocio fra psicologia, neuroscienze e tecnologia.

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