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Psicologia

Effetto Dunning-Kruger: perché gli incompetenti si sopravvalutano

Chi sa poco spesso crede di sapere molto. Lo studio del 1999 che ha dato un nome a questo paradosso.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Uomo sicuro di sé in primo piano
Uomo sicuro di sé in primo piano

Tutti conosciamo qualcuno che, pur sapendone pochissimo di un argomento, ne parla con assoluta sicurezza, mentre i veri esperti tendono a usare mille cautele. Questo paradosso ha un nome preciso: effetto Dunning-Kruger. Descrive la tendenza delle persone meno competenti in un campo a sopravvalutare le proprie capacità, e ha una spiegazione tanto semplice quanto profonda: per rendersi conto di essere incompetenti servono esattamente le competenze che mancano.

L'effetto prende il nome da due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger, che lo descrissero in uno studio del 1999 pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology. Curiosamente, l'ispirazione venne da un fatto di cronaca: nel 1995 un rapinatore di banche, McArthur Wheeler, fu arrestato a Pittsburgh dopo aver agito a volto scoperto. Era convinto che cospargersi la faccia di succo di limone — usato come «inchiostro invisibile» — lo rendesse invisibile alle telecamere. La sua sicurezza, totalmente infondata, incuriosì Dunning.

Grafico che illustra l'andamento dell'effetto Dunning-Kruger
Illustrazione: Wikimedia Commons (CC BY-SA)

L'esperimento

Dunning e Kruger sottoposero gli studenti a test di logica, grammatica e perfino di senso dell'umorismo, chiedendo poi a ciascuno di stimare quanto pensava di aver fatto bene rispetto agli altri. I risultati furono nettissimi: chi aveva ottenuto i punteggi peggiori — il quartile più basso — si collocava in media intorno al 62° percentile, convinto cioè di essere sopra la media, mentre in realtà era intorno al 12°. Più erano scarsi, più sbagliavano la stima per eccesso.

La spiegazione proposta è la cosiddetta «doppia condanna»: le abilità che servono per fare bene qualcosa sono spesso le stesse che servono per riconoscere di farla male. Chi non conosce le regole della grammatica non può accorgersi dei propri errori grammaticali. L'incompetenza, in altre parole, rende ciechi alla propria incompetenza. È un problema di metacognizione: la capacità di valutare il proprio pensiero.

E gli esperti?

Lo studio rivelò anche il rovescio della medaglia. I più bravi, paradossalmente, tendevano a sottovalutarsi leggermente. Il motivo: poiché per loro un compito era facile, davano per scontato che lo fosse anche per gli altri, e quindi pensavano di non essere così speciali. È in parte l'effetto del «falso consenso», la tendenza a credere che gli altri ragionino come noi.

Grafici e dati su un foglio, analisi delle prestazioni
Foto: Lukas Blazek / Pexels

Le critiche (e perché vanno prese sul serio)

Negli ultimi anni l'effetto Dunning-Kruger è diventato popolarissimo, spesso citato a sproposito per dare dell'incompetente a chi non la pensa come noi. Ma proprio per rispetto dei fatti va detto che la ricerca è dibattuta. Alcuni statistici, come Gignac e Zajenkowski in un'analisi del 2020, hanno sostenuto che parte dell'effetto potrebbe essere un artefatto statistico (la cosiddetta regressione verso la media e l'autocorrelazione): anche con dati casuali emergerebbe una curva simile. Dunning ha replicato che il fenomeno resta reale e replicabile, pur ammettendo che il grafico «a montagne russe» spesso diffuso online è una caricatura del dato originale, come spiega la voce enciclopedica italiana.

La lezione

Al di là del dibattito accademico, l'intuizione di fondo resta preziosa: la fiducia in sé non è una misura affidabile della competenza. Anzi, un pizzico di dubbio è spesso il segno di chi davvero conosce un argomento. La vera saggezza, già lo diceva Socrate, comincia dal «sapere di non sapere». L'effetto Dunning-Kruger non è un'arma da puntare contro gli altri, ma uno specchio in cui guardare prima di tutto noi stessi.

Dove lo incontriamo ogni giorno

L'effetto Dunning-Kruger non è confinato ai laboratori: lo vediamo continuamente. Lo riconosciamo nell'automobilista convinto di guidare meglio della media — un classico, dato che la maggioranza delle persone si giudica «sopra la media» al volante, una statistica impossibile —, nell'utente dei social che dopo aver letto un titolo si sente in grado di smentire un epidemiologo, o nel collega alle prime armi che propone con sicurezza soluzioni che gli esperti hanno già scartato. La diffusione dell'informazione superficiale online, secondo molti studiosi, amplifica il fenomeno: leggere qualche riga su un tema complesso può dare l'illusione di padroneggiarlo.

Lo stesso David Dunning ha continuato a studiare il problema, sottolineando un punto cruciale: il vero pericolo non è l'ignoranza, ma l'ignoranza inconsapevole, quella di chi non sa di non sapere. È molto più difficile correggere chi è convinto di avere ragione che chi ammette i propri dubbi, come Dunning ha ribadito in numerosi interventi, e come riassume in dettaglio la voce enciclopedica in lingua inglese sull'effetto.

Come difendersi (da sé stessi)

La buona notizia è che la metacognizione si può allenare. Il primo antidoto è cercare attivamente il feedback: confrontarsi con persone più competenti, accettare le critiche, mettersi alla prova con compiti concreti invece di limitarsi all'autovalutazione. Il secondo è coltivare l'umiltà epistemica, l'abitudine a chiedersi «come faccio a sapere che ho ragione?» e a distinguere ciò che sappiamo davvero da ciò che crediamo soltanto di sapere.

Paradossalmente, conoscere l'effetto Dunning-Kruger può renderci vittime di una sua versione raffinata: pensare di esserne immuni. Nessuno lo è. Tutti, in qualche ambito che padroneggiamo poco, ci sopravvalutiamo senza accorgercene. Riconoscerlo non è un atto di debolezza, ma il primo passo verso una conoscenza più onesta — di noi stessi e del mondo.

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