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Psicologia

Fissità funzionale: perché non vediamo la soluzione ovvia

Il problema della candela di Duncker svela perché la mente resta prigioniera dell'uso abituale degli oggetti.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Una candela accesa con la cera che cola, al centro del problema di Duncker
Una candela accesa con la cera che cola, al centro del problema di Duncker

Vi diamo una candela, una scatola di puntine da disegno e dei fiammiferi. Il compito: fissare la candela alla parete in modo che, una volta accesa, la cera non goccioli sul pavimento. La maggior parte delle persone si arrovella per minuti, prova ad appuntare la candela al muro o a incollarla con la cera fusa, e fallisce. La soluzione è semplice ma sfuggente, e il motivo per cui non la vediamo ha un nome preciso: fissità funzionale, uno dei limiti più insidiosi del pensiero umano.

Il problema della candela

Questo rompicapo, noto come "problema della candela", fu ideato negli anni Trenta dallo psicologo tedesco Karl Duncker, esponente della scuola della Gestalt, e pubblicato nella sua opera sul pensiero produttivo apparsa nel 1945. La soluzione è questa: svuotare la scatola delle puntine, fissarla alla parete con una puntina e usarla come mensola su cui posare la candela. Banale, una volta vista. Eppure quasi nessuno ci arriva subito.

Il motivo è che vediamo la scatola esclusivamente come un contenitore, cioè secondo la sua funzione abituale. Finché la percepiamo "piena di puntine", non riusciamo a immaginarla come un oggetto diverso, una piattaforma. La nostra mente resta inchiodata all'uso convenzionale degli oggetti, e questo ci impedisce di trovare soluzioni creative. È esattamente ciò che Duncker chiamò fissità funzionale.

Fiammiferi e una piccola scatola su una superficie scura
Una scatola di fiammiferi: la vediamo come contenitore, raramente come possibile mensola. È la trappola della fissità funzionale. Credit: Andrzej Gdula / Pexels.

La prova del contesto

La cosa più affascinante è che la fissità funzionale si può "accendere" o "spegnere" semplicemente cambiando come presentiamo gli oggetti. In una celebre variante dell'esperimento, condotta dallo psicologo Sam Glucksberg nel 1962, ad alcuni partecipanti la scatola veniva data già vuota, con le puntine sparse accanto. In questa condizione il numero di persone che risolvevano il problema cresceva nettamente: vedere la scatola separata dal suo contenuto la liberava dalla sua funzione di contenitore e la rendeva disponibile come supporto.

Glucksberg aggiunse un dettaglio sorprendente. Provò a offrire una ricompensa in denaro a chi avesse risolto più in fretta, aspettandosi prestazioni migliori. Successe il contrario: quando la fissità funzionale era presente, l'incentivo economico peggiorava i risultati, perché la pressione restringeva il pensiero invece di allargarlo. È un esito che ha fatto molto riflettere sul rapporto tra premi e creatività, citato spesso anche nel mondo del management.

Una trappola che la mente costruisce da sola

La fissità funzionale è parente stretta di un altro classico della psicologia, il "problema delle due corde" studiato da Norman Maier nel 1931, in cui i partecipanti non riuscivano a vedere una pinza come un possibile peso da appendere a una fune. In entrambi i casi il meccanismo è lo stesso: l'esperienza ci insegna a quale scopo serve ciascun oggetto, e questa conoscenza, normalmente utilissima, diventa una gabbia quando il problema richiede di pensare "fuori dagli schemi".

In altre parole, la fissità funzionale è il rovescio della medaglia della nostra efficienza mentale. Per non dover reinventare il mondo ogni mattina, il cervello cataloga gli oggetti in base alla loro funzione tipica. Il prezzo da pagare è che fatichiamo a riconoscere usi alternativi e inattesi delle stesse cose. La creatività, in fondo, consiste proprio nel superare questa rigidità.

Una lampadina accesa tenuta in mano nell'oscurità, simbolo dell'intuizione
Superare la fissità funzionale significa vedere negli oggetti usi diversi da quelli abituali: l'essenza dell'intuizione creativa. Credit: Kushagra Ks / Pexels.

I bambini ne sono immuni

Un dato particolarmente curioso riguarda l'età. Diversi studi, tra cui una ricerca di Tim German e Margaret Anne Defeyter pubblicata nel 2000, hanno mostrato che i bambini piccoli, intorno ai cinque anni, non cadono nella trappola della fissità funzionale con la stessa facilità degli adulti. Per loro una scatola è una scatola, certo, ma anche mille altre cose, perché non hanno ancora consolidato l'idea rigida di "a cosa serve" ciascun oggetto.

Con la crescita e l'accumularsi dell'esperienza, le categorie funzionali diventano sempre più solide, e con esse aumenta la fissità. È un paradosso affascinante: per certi versi diventiamo meno flessibili proprio mentre diventiamo più competenti. Molti aneddoti sull'inventiva sorprendente dei bambini trovano qui una spiegazione scientifica.

Come liberarsi dalla gabbia

La buona notizia è che la fissità funzionale si può combattere. Una strategia studiata dagli psicologi è la cosiddetta "tecnica delle parti generiche", che consiste nello scomporre mentalmente ogni oggetto nei suoi elementi più elementari — forma, materiale, superficie — descrivendoli senza fare riferimento alla loro funzione. Una candela diventa così "un cilindro di materiale che fonde", una scatola "un parallelepipedo di cartone con un fondo piatto": descrizioni neutre che riaprono il ventaglio degli usi possibili.

Allenarsi a guardare le cose per ciò che sono, e non solo per ciò a cui servono, è una palestra di creatività utile in ogni campo, dall'ingegneria all'arte alla vita quotidiana. La prossima volta che vi troverete bloccati davanti a un problema, provate a chiedervi se non stiate vedendo gli strumenti a disposizione solo nel loro uso ovvio. Spesso la soluzione è già lì, nascosta dietro l'etichetta che la nostra stessa mente le ha appiccicato.

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