Psicologia
Il paradosso di Abilene: quando il gruppo decide ciò che nessuno vuole
Tutti dicono sì credendo di accontentare gli altri, e si finisce per fare ciò che nessuno desiderava. Jerry Harvey lo descrisse nel 1974.

Immagina una famiglia seduta in veranda in un afoso pomeriggio d'estate in Texas. Qualcuno propone: "Perché non andiamo a cena ad Abilene?". È a 85 chilometri di distanza, fa più di 40 gradi e l'auto non ha l'aria condizionata. Nessuno ne ha davvero voglia, ma tutti accettano. Tornati a casa esausti dopo un viaggio orribile e una cena mediocre, scoprono la verità: nessuno voleva andarci. Ognuno aveva detto sì credendo di far piacere agli altri. È il paradosso di Abilene, e racconta qualcosa di profondo su come i gruppi prendono decisioni sbagliate.
La storia vera dietro il nome
Quell'aneddoto non è inventato: è capitato davvero a Jerry B. Harvey, docente di management alla George Washington University, che lo raccontò in un celebre articolo del 1974 intitolato The Abilene Paradox: The Management of Agreement, pubblicato sulla rivista Organizational Dynamics. La gita ad Abilene, vissuta in prima persona con i suoceri e la moglie, gli servì da metafora per descrivere un problema che osservava di continuo nelle organizzazioni.
Il cuore dell'intuizione di Harvey, esposto nel suo articolo originale, è spiazzante: il problema dei gruppi spesso non è l'incapacità di gestire il disaccordo, ma l'incapacità di gestire l'accordo. Cioè di accorgersi che un consenso apparente nasconde, in realtà, il dissenso silenzioso di tutti.
Perché diciamo sì a ciò che non vogliamo
Il meccanismo è una catena di errori di lettura reciproci. Ciascun membro del gruppo ha un'opinione, ma teme di esprimerla per non sembrare in disaccordo, per non creare attrito o per paura di essere l'unico a pensarla diversamente. Così tace e si adegua a quello che crede sia il volere degli altri. Ma anche gli altri stanno facendo esattamente la stessa cosa. Il risultato è una decisione collettiva che nessuno desiderava davvero, presa all'unanimità.
Si tratta di una forma di mancata comunicazione, alimentata da quella che gli psicologi chiamano "ignoranza pluralistica": ognuno crede erroneamente di essere l'unico a dissentire, mentre la maggioranza la pensa come lui. È un cortocircuito sociale in cui la cortesia e la paura del conflitto producono il peggior esito possibile per tutti.
Non è groupthink (anche se gli somiglia)
Il paradosso di Abilene viene spesso confuso con il "pensiero di gruppo", il groupthink descritto dallo psicologo Irving Janis. Ma c'è una differenza sottile e importante. Nel groupthink i membri del gruppo finiscono per convincersi davvero di volere la stessa cosa, sopprimendo i dubbi. Nel paradosso di Abilene, invece, ciascuno mantiene la propria opinione contraria, ma non la esprime: l'accordo è solo di facciata. Nel primo caso il dissenso scompare dalla mente; nel secondo resta, ma non arriva mai sul tavolo.
Questa distinzione spiega perché il paradosso può colpire anche gruppi sani e affiatati, dove le persone si stimano. Anzi, proprio il desiderio di non deludere gli altri lo rende più probabile. Aziende che lanciano prodotti in cui nessun dirigente crede, comitati che approvano progetti che tutti giudicano sbagliati, amici che organizzano serate che nessuno voleva: gli esempi sono ovunque.
Un costo silenzioso per le organizzazioni
Harvey non si limito' all'aneddoto familiare: applico' il paradosso al mondo del lavoro e perfino alla politica, sostenendo che molte decisioni disastrose nascono non da conflitti, ma da finti consensi. Nel suo saggio citava casi in cui interi gruppi dirigenti avevano portato avanti strategie in cui nessuno credeva, semplicemente perche' ciascuno presumeva che gli altri le sostenessero. Il danno, in questi casi, e' doppio: si spreca tempo ed energia in un'impresa indesiderata e, al ritorno "da Abilene", subentra la fase delle recriminazioni, in cui ognuno accusa gli altri di averlo trascinato in una scelta che, in realta', nessuno aveva voluto.
Riconoscere il paradosso aiuta anche a leggere certi comportamenti collettivi apparentemente assurdi, dalle riunioni interminabili che approvano l'ovvio alle mode aziendali adottate per inerzia. Spesso, dietro a un'unanimita' sospetta, non c'e' convinzione, ma una stanza piena di persone che aspettano che sia qualcun altro a dire la verita'.
Come evitare il viaggio ad Abilene
La buona notizia è che il paradosso si può prevenire, e il rimedio è quasi banale: parlare. Creare le condizioni perché ognuno si senta libero di esprimere il proprio vero parere, anche se contrario, è l'unico antidoto. Strumenti pratici esistono: chiedere esplicitamente a ciascuno di pronunciarsi prima di decidere, assegnare a qualcuno il ruolo di "avvocato del diavolo", raccogliere le opinioni in forma anonima, o semplicemente porre la domanda scomoda: "Siamo sicuri che qualcuno qui lo voglia davvero?".
La morale del racconto di Harvey, ripresa in molte analisi sul tema come quella sintetizzata nella relativa voce enciclopedica, è che il silenzio cortese può costare carissimo. A volte la cosa più utile che possiamo fare per un gruppo non è andare d'accordo, ma avere il coraggio di dire ad alta voce: "Io, veramente, ad Abilene non ci voglio andare".
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