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Psicologia

La maledizione della conoscenza: perché chi sa non riesce a spiegarsi

L'esperimento dei 'tamburini' di Elizabeth Newton (1990): chi conosce una canzone è certo che gli altri la riconoscano. Sbaglia nel 97,5% dei casi.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Mani che tamburellano il ritmo di una canzone su un tavolo
Mani che tamburellano il ritmo di una canzone su un tavolo

Prova questo gioco: pensa a una canzone famosissima, "Tanti auguri a te" o l'inno nazionale, e battine il ritmo con le dita sul tavolo davanti a un amico. Per te la melodia è chiarissima nella testa: ti sembra impossibile che lui non la riconosca. Eppure, quasi certamente, non ci riuscirà. Questo piccolo esperimento racchiude uno dei meccanismi mentali più insidiosi e meno conosciuti: la maledizione della conoscenza, l'incapacità di immaginare cosa significhi non sapere ciò che noi sappiamo.

Mani appoggiate su un tavolo nell'atto di tamburellare con le dita
Tamburellare il ritmo di una canzone nota: chi ascolta indovina quasi mai. Credit: foto via Pexels.

L'esperimento dei "tamburini" e degli "ascoltatori"

La dimostrazione più famosa di questo effetto arriva da un esperimento condotto nel 1990 da Elizabeth Newton, allora dottoranda alla Stanford University. Newton divise i partecipanti in due ruoli: i "tamburini" (tappers) e gli "ascoltatori" (listeners). A ogni tamburino veniva chiesto di scegliere una canzone notissima e di batterne il ritmo sul tavolo; l'ascoltatore doveva indovinare di quale brano si trattasse.

Prima di ogni prova, Newton chiedeva ai tamburini di stimare la probabilità che l'ascoltatore indovinasse. La loro previsione media era del 50%. Il risultato reale, però, fu impietoso: su 120 canzoni battute, gli ascoltatori ne indovinarono soltanto tre, un tasso di successo del 2,5%. I tamburini sopravvalutavano la propria capacità di farsi capire di venti volte. La ragione è semplice: mentre battono il ritmo, nella loro testa risuona l'intera melodia, con voce e strumenti. L'ascoltatore, invece, sente solo una sequenza di colpi scollegati.

Perché la conoscenza diventa una trappola

Il termine "maledizione della conoscenza" fu coniato qualche anno prima, nel 1989, dagli economisti Colin Camerer, George Loewenstein e Martin Weber, che lo studiarono in ambito economico: chi possiede un'informazione fatica a ragionare come chi non ce l'ha, e questo distorce le previsioni e le trattative. Una volta che sappiamo qualcosa, insomma, non riusciamo più a "tornare indietro" e a metterci nei panni di chi è all'oscuro.

È un fenomeno tanto comune quanto invisibile, perché per definizione non ce ne accorgiamo. Come spiega un approfondimento di Psychology Today, la maledizione della conoscenza è alla radice di moltissimi fallimenti di comunicazione quotidiani: la nostra mente proietta automaticamente ciò che sa anche sugli altri.

Un'insegnante spiega uno schema su una lavagna bianca a una studentessa
L'esperto spesso non riesce a mettersi nei panni di chi non sa: è la maledizione della conoscenza. Credit: foto via Pexels.

Dove la incontriamo ogni giorno

Pensiamo all'insegnante che, padroneggiando perfettamente una materia, dà per scontati passaggi che per gli studenti sono oscuri. O al tecnico informatico che ci risponde in un gergo incomprensibile. O ancora al manuale di istruzioni scritto da chi conosce già il prodotto e salta i dettagli che a un principiante servirebbero. In tutti questi casi, l'esperto non è in malafede: è semplicemente intrappolato nella propria competenza. Curiosamente, l'effetto si rafforza con l'esperienza: piu' diventiamo competenti in un campo, piu' ci allontaniamo dal ricordo di quando eravamo principianti, e piu' rischiamo di dare per scontato l'indispensabile.

La maledizione della conoscenza spiega anche perché i veri esperti non sono sempre i migliori insegnanti, e perché spesso è chi ha imparato da poco a saper spiegare meglio una cosa: ricorda ancora com'è non capirla. Gli autori Chip e Dan Heath, nel celebre saggio sulla comunicazione efficace Made to Stick, hanno usato proprio l'esperimento dei tamburini per illustrare come le idee, per "attaccare", debbano essere concrete e liberate dal peso di ciò che diamo per scontato.

Un effetto che pesa su mercati e tribunali

La maledizione della conoscenza non riguarda solo le chiacchiere quotidiane. Camerer e colleghi la studiarono perche' distorce le decisioni economiche: chi conosce gia' l'esito di un evento tende a credere che fosse "ovvio" anche per chi doveva prevederlo, e valuta male le scelte altrui. Lo stesso accade ai mercati, dove un investitore informato fatica a stimare cosa sappiano davvero gli altri operatori.

Effetti analoghi sono stati descritti in ambito giudiziario e medico. Un perito che conosce la diagnosi corretta puo' giudicare con eccessiva severita' il collega che, con meno informazioni, non l'aveva colta; e un giudice che conosce gia' la conclusione di una vicenda puo' ritenere che le parti avrebbero dovuto prevederla. In tutti questi casi, la conoscenza, anziche' aiutare, introduce un pregiudizio sistematico verso chi sa di meno. Riconoscerlo e' il primo passo per correggere le nostre valutazioni e renderle piu' giuste.

Come spezzare la maledizione

Non esiste un modo per "dimenticare" ciò che sappiamo, ma possiamo aggirare la trappola. Il primo passo è esserne consapevoli. Poi servono accorgimenti pratici: usare esempi concreti invece di concetti astratti, chiedere a chi ascolta di riformulare con parole proprie ciò che ha capito, evitare il gergo, immaginare esplicitamente il punto di partenza dell'interlocutore. Anche il semplice testare un messaggio su qualcuno estraneo all'argomento, come ricordano i riferimenti raccolti nella voce enciclopedica dedicata al fenomeno, smaschera in fretta i nostri presupposti nascosti. In fondo, comunicare bene non significa mostrare quanto sappiamo, ma costruire un ponte verso chi ancora non sa: e per farlo, ogni tanto, dobbiamo fingere di aver dimenticato la melodia.

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